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I Like Trains @Traffic Live Club, Roma (testo di Bernardo Fraioli, foto di Stefano D’Offizi)

Entri al Traffic e li vedi ancor prima che inizi il concerto: gli I Like Trains sono tutti radunati ad un angolo, dietro un improvvisato stand colmo di un brutto merchandising.Non è la giornata migliore per ospitarli. Un nubifragio ha allagato le strade della Città Eterna e strappato la vita ad un giovane trenatduenne che viveva in un seminterrato. Se non lo avessi mai fatto, oggi mi chiederei in che modo si vive nella Capitale e mi rammarico per le poltrone, che accomodano le responsabilità di una tragedia, che sono riuscite a galleggiare anche su un’ inondazione simile.Si parla della serata…L’ apertura spetta ai Litro. Poche informazioni su di loro. Riconosco al basso Antonio Filippelli, già membro dei Vanilla Sky, e se ne deduce che la formazione sia di base nel Lazio.Il quartetto offre l’antipasto ideale per l’occasione con un trenta minuti di post rock strumentale, in linea con quello di tante altre band nostrane, come Ultraviolet makes me sick o Mokadelic.Si spezzano, per un’altra mezz’ora, le atmosfere eteree dei Litro con quelle del set acustico degli Spiritual Front.La formazione della serata, trova il solo Simone “Hellvis” Salvatori spendersi in voce e chitarra, accompagnato da violino elettrico.Il duo apre immediatamente con I walk the deadline, brano estratto da quel bel lavoro del 2006 che risponde al nome di Armageddon Gigolo.Dallo stesso album, vengono riproposti la maggior parte dei brani in chiave “ristretta”, segno del successo riscosso grazie anche al lavoro svolto in studio con l’orchestra del maestro Ennio Morricone, con la quale hanno prodotto anche il successivo Rotten Rome Casinò.Non dispiace il sapore dei brani proposti nella formula di questa sera; in più gli Spiritual suonano quel tanto che basta per non scadere in un fuori tema.L’ora per gli headliner.C’è una morbida attesa tra il pubblico per gli I like trains e del resto anche gli inglesi non sembrano avere particolare fretta.Dopo un cauto cambio palco e il tempo di prepararsi nel retropalco la banda attacca.La prova incomincia con “Progress is a snake”, brano tratto dall’ ultimo He how saw the deep.Le atmosfere dei brani più recenti sono decisamente più dolci rispetto a quelle delle radici del 2006 di Progrss reform e anche dal vivo la differenza si percepisce.Rimane comunque la stessa attenzione per il sound, che oggi può contare una formazione a cinque con ben tre polistrumentisti.Non si grida al miracolo, ma in fondo nessuno lo chiede e tutte le attese vengono soddisfatte in un mix di emozioni velate e pacate, che rispecchiano nel profondo la stessa essenza della loro musica.La voce baritonale di David Martin scorre in scaletta, toccando brani ultimi come il singolo Sirens ed echi di esordi come Terranova.Bravo lui, bravi tutti.Bravi per aver avuto il coraggio di smussare gli angoli più duri, di un genere spesso poco fruibile, come quello del post rock.Bravi per saper intrattenere in maniera composta senza annoiare.Bravi per ricordarci, senza rubare niente a nessuno e a differenza di tanti altri, le memorie dei Joy Division.E bravi e grazie, per una produzione di testi che trova lo spazio per ricordare, rimarcare, indicare che esiste un progresso che è marcio; o per dirla a parole loro, che è un serpente.L’Europa sta affondando e navighiamo su una nave verso il tramonto.Parole loro cantate a pochi giorni di distanza da una sana e giusta esplosione di rabbia collettiva.Tanto di cappello.Grazie a GRINDING HALT CONCERTI


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