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New Blood – Peter Gabriel – Real World Records, 2011 (di Stefano D’Offizi)

In una mattinata di incessante pioggia in cui sono dovuto rimanere a casa, in cui Roma è andata nel panico, decido di mettere su il nuovo lavoro di Peter Gabriel che se ne stava ancora incartato sulla rastrelliera della mia collezione. Inaspettatamente, si apre con dei tuoni, come se conoscesse perfettamente la situazione. Strana coincidenza, anche se il suono che mi investe da The Rhythm of hte Heat, canzone che apre il disco, è di lunga più veritiero dei fulmini che posso ascoltare dalla finestra. Arrangiamento orchestrale più che buono, già perchè questo disco non è altro che una rivisitazione dei suoi successi in chiave orchestrale, una scelta già percorsa da altri artisti in passato, anche se da lui, il Popolo del Rock, si aspetta qualcosina in più, vista la lungimiranza e le capacità di sperimentazione già largamente dimostrate. La seconda traccia, offre la collaborazione della figlia Melanie, si tratta di un pezzo che ormai, durante le performance live, la include sempre: Downside Up, ed ascoltandola non può che tornare in mente lo splendido live in cui padre e figlia camminano e corrono a testa in giù appesi al soffitto. Segue San Jacinto, dove la voce di Gabriel è da brividi, e le atmosfere sono avvolgenti, soprattutto gli archi cha accompagnano tutta la canzone. Sbalorditiva versione di Intruder, dove gli arrangiamenti orchestrali partono leggermente in sordina, tanto per lasciar indovinare il motivo principale, ed anche la vellutata voce di Gabriel si insinua lentamente nel prezzo fino ad esplodere letteralmente al primo ritornello, che nonostante l’assenza di strumenti puramente Rock, suona comunque ben ritmato e di piacevole ascolto. Passando per una Wallflower molto fedele, di cui il lato prezioso è sicuramente rappresentato dal testo, soprattutto in periodi tanto burrascosi ( Hold on, you have gambled with your own life, and you face the night alone, while the builders of the cages, they sleep with bullets, bars and stone, they do not see your road to freedom, that you build with flesh and bone.) si giunge ad una impressionante In Your Eyes, dove il grande lavoro è stato effettuato sulla sessione ritmica. Segue Red Rain, spettacolare in ogni suo aspetto, perfettamente riarrangiata con suoni completamente diversi dalla versione originale. Forse un leggero azzardo per Darkness, anche se in realtà, mi appare come uno dei pezzi più difficili da adattare al suono purista di un’orchestra sinfonica, che comunque devo dire, ne viene fuori con un’interessantissima rivisitazione in chiave thriller del ritornello che normalmente si appoggia in modo pesante alla chitarra distorta che ovviamente qui manca. Don’t Give Up è praticamente già pronta, basta solo suonarla ed il gioco è fatto, grazie anche alla collaborazione della splendida e caratteristica voce di Ane Brun. Siamo quasi alla fine, e sono stracurioso di ascoltare la rivisitazione di Digging in the Dirt, uno dei pezzi che preferisco e che suonano quasi completamente in chiave Rock.In effetti si tratta di una sonorità più che insolita, in cui a parte il ritornello che torna sul tema principale della canzone, il resto vede un’orchestra che praticamente va per conto suo, senza seguire gli schemi convenzionali del pezzo, là dove invece la voce ricalca in modo perfettamente identico la versione originale. Il lavoro forse più difficile di tutto il disco, dove ancora una volta torna più che utile la voce di Melanie Gabriel. The Nest that Sailed the Sky appare come un intermezzo molto singolare, mordbido e piacevole, una semplice introduzione per la successiva A Quiet Moment, dove il rumore del mare ed i gabbiani lasciano l’amaro in bocca e regalano un senso di addio all’estate che (finalmente) se ne va, lasciando spazio ad una Solsbury Hill che non varia poi tantissimo dalla versione originale. Che dire, Zio Peter dimostra ancora una volta di sapere il fatto suo, e per gli amanti del genere (o del suo nome) è molto difficile giudicare un simile disco senza prenderlo con le pinze, anche se poi, in un modo o nell’altro, riesce sempre a tirare fuori il meglio dai suoi lavori. Chi l’aveva atteso come un lavoro inedito, è stato accontentato solo in minima parte, anche se devo dire che si tratta di una rivisitazione molto accurata, come solo il grande Gabriel avrebbe potuto fare, ora siamo solo in attesa di poterlo ascoltare ancora una volta live o magari in un disco nuovo, che di nuovo non presenti solo in nome.
Tracklist:
‘Rhythm of the heat’
‘Downside up’ (con Melanie Gabriel)
‘San Jacinto’
‘Intruder’
‘Wallflower’
‘In your eyes’
‘Mercy street’
‘Red rain’
‘Darkness’
‘Don’t give up’ (con Ane Brun)
‘Digging in the dirt’
‘The nest that sailed the sky’
‘A quiet moment’
‘Solsbury Hill’
NB: esiste anche una versione speciale doppio CD, dove nel secondo ci sono le canzoni in versione strumentale


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