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Lydia Lunch + Avvolte + Fru!t live @ Traffic (testo di Bernardo Fraioli – foto di Stefano D’Offizi)

Tremate che la strega è tornata.
Non c’è la rima ma non stiamo riportando lo slogan di un fomentato corteo femminista.
Parliamo della signora della “no wave” di New York, tornata a Roma con la sua ultima esperienza battezzata Big sexy noise.
Lydia Lunch è un’ artista poliedrica, un ventaglio vivente di estri folli, capricciosi, pungenti ed ironici.
Ha incarnato per una vita una serie di epiteti lusinghieri e diffamatori, conteso eternamente il ruolo da prima donna di una certa scena con i versi teutonici di Nina Hagen, districata in molteplici carriere, durature ed effimere, tra cinema, poesia e, naturalmente, musica.
Il Traffic club di Roma ha deciso di ospitarla per una data del suo tour italiano.
Con buona compagnia.
Ad aprire la performance della signora Lydia Koch (come ci insegna l’anagrafe) è stato lavoro per i Fru!t e per gli Avvolte.
Con i Fru!t scopriamo una band capitolina capace di forgiare un alt rock di buona inventiva.
Guidati dalla voce e il basso di Giovanni Stax, il trio satura l’ambiente con il proprio repertorio che abbraccia diverse sonorità, dal post rock al lo–fi, passando per percorsi già battuti da formazioni come Ulan Bator o Julie’s Haircut.
Nonostante si tratti di una formazione a tre, la resa live è stata decorosa, accesa da brani di buon gusto e diretti.
Difficile immaginarli in un contesto “post punk” come quello preparato per il clou della serata, ma l’intrattenimento dato è stato in linea con quello doveroso per una serata tesa ad aspettare un pezzo di storia esibirsi.
Sicuramente da raccomandare.
Terminata la loro prova ci si trova con gli Avvolte.
I nuovi supporter sono una formazione proveniente da Torino, attiva già dalla fine degli anni novanta.
Godono della soddisfazione di essere stati scelti dalla stessa Lunch per accompagnarla nelle date in Italia del suo tour, occasione per promuovere il loro ultimo L’essenziale è invisibile agli occhi.
La scelta stilistica dei quattro cade su un indie rock molto melodico, testi in italiano e una cura dei suoni pregevole.
La loro prova dura per circa un’ora, dove nella prima metà si è svolta la parte forse più collaudata ma più “debole” del repertorio.
Brani melensi, non prettamente coinvolgenti, in qualche maniera messi in ombra dagli echi della prova precedente.
Sicuramente nei minuti finale si assiste ad una ripresa del gruppo, con brani più ricchi di aggressività e originalità, che fanno rivalutare con piacere le risorse di cui possono disporre i torinesi; in particolar modo, nelle note del loro pezzo di chiusura.
Da sperare in una nuova linea del gruppo ancora in fase embrionale.
Terminano i preamboli e vengono smorzate le attese dei più giunti al locale.

La Lunch giunge sul palco con solo parte dei Gallon Drunk: il polistrumentista Terry Edwards è assente, lasciando gli altri due membri del gruppo a completare la costola del progetto Big sexy noise.
Ma il vuoto è completato dalla sagoma della cantante statunitense: bastano poche note del più che trentennale repertorio per portare il pubblico dalla sua e far distogliere l’attenzione da eventuali assenze.
A coadiuvarla, la presenza scenica e rumorosa del chitarrista James Johnston, artefice di suoni garage e blues rock che hanno danzato sulla ritmica di Ian White.
Sono stati brani come Cross the line, Your love don’t pain my rent e Collision course a mostrare i nuovi panni della signora, che ancora non ha scordato vecchi vizi e stravizi mimati durante la propria esibizione, giochi di parole tra figure da inquisizioni medioevali e umorismo spinto.
E ancora Doughboy, Darkeyes, Gospelsinger ; il meglio che poteva dare della più giovane produzione da parte sua; lei, che giovane non lo è più ma che sa trovare ancora il suo posto nella grande giostra della musica rock.
C’è anche il tempo di divagazioni colloquiali, riverberi dei suoi dischi parlati come Pow o Uncensored e l’attimo colto per gridare un sano sfogo di egoismo egocentrico “I just love myself”.
E’ parte dello spettacolo di Lunch, parte dell’esibizione di un giullare irriverente in gonnella, che ha saputo irrefrenabilmente calamitare frange del pubblico fino alle soglie del backstage, scavalcando il palco durante la pausa.
Lo sfogo del bis? Kill your sons.Omaggio immancabile al concittadino Lou Reed e un saluto ai presenti.
CLICK per le altre foto di Lydia Lunch live di Stefano D’Offizi 


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