Home / Thurston Moore + Tall Firs live @ Auditorium parco della Musica (di Bernardo Fraioli)

Thurston Moore + Tall Firs live @ Auditorium parco della Musica (di Bernardo Fraioli)

Non c’è nulla sul palco che possa ricordare una prova dei Sonic Youth.Mancano le pedalboards, i rack, i muri di casse, le file di plettri abbracciati alle aste dei microfoni.I piatti ed i tamburi delle percussioni sono di diametri ridotti; lì, alla sinistra di un’ingombrante arpa.Due sedie pronte, di fronte alla platea, prenotate da un paio di Fender.Sono gli strumenti del duo Tall Firs.Vengono da New York per suonare il loro repertorio qui, all’ Auditorium di Roma, prima che il “noiser” sfili in passerella.
Luck and love è uno dei brani su cui sanno di poter contare.
Viene sacrificato inutilmente in un’apertura ancora oscurata da luci rimaste accese, disordine nella presa dei posti a sedere e conseguente distrazione generale.
Il folk proposto si presenta stanco, ripetitivo, disperatamente bisognoso di un’atmosfera raccolta che tarda a crearsi.
I ragazzi appaiono come una versione pulita dei Meat Puppets. L’indirizzo cercato è sicuramente altro.
Finalmente si abbassano le luci e vestono i loro panni migliori; segno che in fondo, oggi, non hanno attraversato l’oceano a caso.
La ritrovata sintonia è comunque di breve durata, appena lo spazio di un brano e del congedo.Con loro sparisce anche la fugace presenza di chitarre elettriche.Per l’occasione Thurston Moore ha preparato e preteso solo sei e dodici corde acustiche.Questa volta a suonare è principalmente il disco più che il suo autore.
Demolished thoughts è stata la vera sorpresa degli ultimi mesi.
Una sterzata verso terreni acustici che nessuno si aspettava. Il risultato sorprendente ancor meno.
I riti di apertura si posano su una dedica a Monica Vitti, piaccia o meno, viviamo nell’era Benigni e nella forzata rivalutazione del cinema italiano. Di questi tempi, l’etichetta d’obbligo da osservare è un ossequio agli steccati di stato più che ai suoi affrancati fiori più profumati.L’opera in corso tocca le varie tappe della sua ultima fatica.
Orchard street, Blood never lies In silver rain with a paper key sono le parole del nuovo Moore.
Appare pronto ad affrontare le vesti di un solista, stanco forse di una carriera arrivata alla fine con i suoi compagni di una vita, tanto quanto il suo sodalizio con Kim Gordon.
Meno fievole, appare il suo amore per le sonorità acide e martellanti inside nel proprio dna: l’esecuzione infinita di Circulation depreda, dall’ animo di un (ex) Sonic Youth, i ricordi di stornelli dissonanti e inebrianti di brani come The good and the badl. Erano esattamente trenta anni fa.
Ora c’è molto di più del caos distorto degli esordi. C’è la voglia di confrontarsi con nuove trame e nuovi strumenti. Ieri era difficile immaginare un Thurston Moore in piedi tra un arco suonato all’ unisono con un’ arpa. Eppure oggi è esploso tutto meravigliosamente, senza cedimenti, compresa una stupenda rivisitazione di Psychic hearts, brano del suo primo disco solista, troppo povero e immaturo per paragonarlo alla sua ultima elaborazione in studio.
Offre comunque altri spunti per l’intrattenimento, come Ono soul e Pretty bad, coppia di incontri accidentali di chitarre acustiche con distorsori e occasioni per uno show di feedback.
E così saluta il suo pubblico.
Chi ha visto il concerto di questo fanciullo della gioventù sonica, ha assisto ammirato ad una grande maestria musicale.
La premessa risiede in una nuova vena ritrovata in Demolished thoughts.
Sbagliare con queste forze sarebbe stato difficile.


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