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Zero Tolerance + Phenium live @ Palarockness (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Il panorama Hard ‘n Heavy dei Castelli Romani non gode sicuramente di numerosi punti di riferimento, nonostante l’enorme scelta tra le numerosissime band di cui dispone. Una strana equazione che si potrebbe definire impossibile, in cui l’incognito rimane indefinibile ed irrisolvibile, fatta eccezione per la presenza del Palarockness di Genzano, che almeno attualmente, rimane in assoluto l’unica possibile alternativa della zona che possa essere definita di livello.
Proprio su questo palco, stasera si esibiranno due formazioni che affondano le proprie radici nel territorio limitrofo, differenti fra loro come generi anche se verosimilmente su uno stesso binario fatto di aggressività ed impatto acustico.
Purtroppo la sala non è gremitissima, o almeno non da subito, si tratta in effetti di una location dagli spazi molto ampi, in cui stimare il numero appossimaivo degli aventori risut abbastanza impegnativo, e spesso il secondo piano che si affaccia direttamente sull’area concerto, non rende giustizia alla band sul palco, e per questo mi permetto di dare un consiglio al pubblico delle prossime serate: l’acustica dell’area concerto è nettamente superiore, rimbomba meno e si possono distinguere molto meglio i suoni dei singoli strumenti, indipendentemente dal genere suonato.
Ma veniamo alle performance..
La prima formazione ad esibirsi, i Phenium, presenta il nuovo lavoro intitolato Fake you all, presentato dalla Lost Sound Records già a maggio 2011, e festeggia inoltre i cinque anni di attività pressochè ininterrotta. Formazione abbastanza classica, Basso, doppia Chitarra, Batteria e Voce solista. Il suono è pesantemente pieno, reso quasi invadente a causa anche della sala semivuota, il pubblico in questi casi, si sà, funge anche da barriera sonora, ed è forse per questo che i presenti restano leggermente a distanza dal palco, generando un vuoto purtroppo anche scenico.
L’esibizione parte subito in quarta con Drift, uno dei pezzi di maggior impatto, tratto anche questo dal loro disco. Il suond che ne esce, si potrebbe avvicinare ai Bullet For My Valentine, nonostante mi ricordavo di aver ascoltato qualche loro vecchio demo stazionante per lo più, su un Trash sicuramente a me più caro. Si divertono i ragazzi, e fanno anche divertire un gruppo di famigerati “aficionados” (si scrive così vero?) che acclamano in coro durante la presentazione di This empty sorrow, altro brano tratto da Fake you all. C’è anche tempo per una nostalgica reminescenza del loro passato più Trash, cosa che avvalora i miei ricordi forse non del tutto annegati nell’alcool, passando quindi per F.Y.A., e N.W.O., si giunge quasi in fondo all’esibizione di questa band che oscilla tra il Death melodico ed il Trash vecchio stampo, che forse non hanno neanche intenzione di camuffare poi tanto. In Broad Casts of Hate dimostrano anche una certa dose di tecnica niente male, come dire, per gli amanti del genere si tratta sicuramente di qualcosa che vale la pena di non perdere dal vivo, in chiusura aimè una nota dolente; sono sicuro che la buona fede c’era tutta, ma a causa della nostra onestà intellettuale ed artistica, devo ammonire un improbabile Medley di chiusura, se non altro perchè avrebbero potuto proporre qualche altro pezzo di loro produzione, piuttosto che voler proporre un tributo ad intoccabili capolavori. Ma a parte questo, buona prova di carattere ed Headbanging che non fa mai male, anche perchè a volte essere genuini funziona meglio che voler essere originali a tutti i costi.
Piccola pausa e rapido cambio palco, mentre mi faccio un’idea della band che seguirà e che, in cuor mio, conosco praticamente alla perfezione, trattandosi oltretutto della primissima formazione che ricordo di aver visto solcare il palco del Palarockness. Solitamente non ci occupiamo mai di Tribute Band, ed in effetti non ero partito con l’intenzione di scrivere alcunchè sulla loro esibizione, del resto è abbastanza fuori dal nostro target, ma qualcosa è accaduto stasera, qualcosa che non credevo ormai possibile, qualcosa che in qualche modo mi ha portato parecchio indietro nel tempo, ma procediamo con ordine.
Gli Zero Tolerance, sono che io sappia, l’unica tribute band ufficiale dei Death in Italia, e sono in circolazione ormai da anni, penso di aver assistito ad almeno una decina di loro performance live, ed una addirittura in DVD (o addirittura VHS?), ripresa da non so quale vecchio concerto. Hanno avuto parecchi avvicendamenti di formazione, con nomi e persone che non mi metto ad elencare per ovvi motivi di tempo e spazio. Resta il fatto che con questa nuova formazione non li avevo ancora mai sentiti, e devo davvero ammettere di essere rimasto piacevolmente impressionato dalla loro presenza scenica e dalla loro precisione. Come ho detto poche righe fa, qualcosa è successo, e l’anima Schuldineriana che credevo essere stata ormai divorata dalle mie persecuzioni post-psichedeliche, si è rivelata in realtà solamente assopita, risvegliandosi improvvisamente al “suono della perseveranza” che da parecchio non mi solleticava. Mi guardo attorno, rendendomi conto di non essere il solo, e devo davvero concentrarmi per non perdere tempo e scatti preziosi, tanto per legare alle immagini quelle sensazioni che mi riportano indietro di una decina di anni almeno. Devo ammetterlo, il nuovo cantante, nonchè bassista, è spaziale, come ho avuto il piacere di dirgli in prima persona; riproduce fedelmente una voce storica, suonando contemporaneamente senza alcuna sbavatura su un basso fretless (anche detto “senza fretta”), su quelle ritmiche praticamente impossibili (almeno per me) e senza mai guardare le dita della mano sinistra, quasi come non esistessero, in più lo fa sorridendo e divertendosi, con quello stupendo look da attore porno anni 70, lontano anni luce da quel bimbetto capelluto che sollevando un basso, ne venne superato di pochi centimetri in altezza. In tanti anni di concerti di tutti i generi, ne ho viste di tutti i tipi, e nonostante abbia visto questa band tantissime volte, non mi ero mai sentito così coinvolto da finire sotto il palco con altre sei o sette persone, impegnato in un Headbenging (senza ormai più la folta chioma di un tempo) al ritmo di Symbolic. Il punto di forza di questo gruppo è sicuramente la precisione con cui reinterpretano canzoni di una certa difficoltà, come Misanthrope, anche se il brano che è stato capace di spronare il pubblico, che nel frattempo è aumentato, è stato sicuramente Spirit Crusher, in cui la voce ha reso al massimo, e per qualche istante, chiudendo gli occhi, ho quasi potuto credere di sentire i Death. Tutto perfetto, chitarre perfette, batteria assolutamente all’altezza e scaletta di livello, con il pubblico che sul finire pretende un bis dopo l’altro, ottenendo i titoli richiesti come in un JukeDeathBox. Una sola nota dolente, una mancanza che da anni si portano dietro, e che anche stavolta era lì ad attendermi: quella che probabilmente rappresenta la canzone più significativa del genio melodico/chitarristico del compianto Chuck Schuldiner , ovvero Voice of the Soul, non è mai entrata a far parte del loro repertorio, un vero peccato, visto che probabilmente nessuno più di loro sarebbe in grado di gestire un simile capolavoro. Spero che prendano in considerazione questo suggerimento che continuo a proporgli da anni, magari anche solo in un singolo evento, ma a parte questo, se capitano dalle vostre parti e siete sostenitori dei Death e di Chuck Schuldiner, non potete davvero perderveli, per gli amanti del trash o del metal in generale, sarebbe comunque un buon modo per approfondire. Detto questo, non c’è altro da aggiungere, se non che grazie a loro ho rispolverato l’intera discografia dei Death che ora fa bella mostra nel cruscotto della mia auto.


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