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Bud Spencer Blues Explosion live @ Lanificio 159 (testo di Flavio Centofante)

Santissimo cielo! Il Lanificio 159 era pieno: prima dello show il pubblico scalpitava mentre beveva birra o parlava di festival di musica che ci saranno quest’estate in Europa. Verso le dieci e mezza è salito sul palco Dj Mike, amico dei Bud Spencer Blues Explosion, che ha aperto l’atmosfera con un’elettronica tagliente, scretchando forsennatamente, e spaesando un po’ il pubblico voglioso di rock-blues. Ma la potenza del Dj era solo il preludio alla potenza dei Bud Spencer Blues Explosion. Arrivati sul palco, sorridendo e salutando gentilmente come è loro abitudine, partono rapidi. Cesare si posiziona alla batteria, Adriano imbraccia la chitarra, e il treno lascia la stazione. Il primo pezzo ha come ospiti lo stesso Dj Mike, e Rancore alla voce. Parte un pezzo nu-metal tagliente, tanto per inaugurare la serata. La batteria già è caldissima, mentre la chitarra inizia lentamente a trovare la sua voce. Poi restano solo Cesare e Adriano. Santissimo cielo! Si prosegue col botto, senza mezze misure. Come ogni concerto del duo, anche questo qui ha sprigionato fin dall’inizio un’altissima dose di passione mista a rumore: le canzoni, le parole, le parti conosciute dei brani, sono solo il preludio agli assoli di Adriano, che ogni volta sa incantare le corde delle sua chitarra. La batteria è incredibile fin dall’inizio. Verrebbe quasi da pensare che i due ragazzi si fossero già scaldati un’oretta buona dietro le quinte, e ora sono ancora più caldi. L’alchimia di sguardi, di dita, di sorrisi sono la parte più bella del concerto. A parere di chi scrive, attualmente in Italia ben poche band possono vantare una tale competenza tecnica, e una tale passione. Il vecchio blues, tanto caro al duo, è shakerato con il rock degli ultimi trent’anni: l’hardcore degli ottanta, il grunge  e il nu metal dei novanta, il revival classic-rock dei duemila.
Adriano sorride al pubblico, non guarda quasi mai la chitarra, anzi le dita paiono muoversi da sole.
Esci piano, Mi sento come se, Hey Boy Hey Girl, ne snocciolano una dopo l’altra. Forse i microfoni non sono calibratissimi, e quindi le voci sono un po’ basse, ma poco importa. In fondo è l’incredibile wall of sound creato la parte che ci interessa. Adriano fa smorfie con la bocca quando le dita prendono una velocità estrema, si piega sulle ginocchia, piggia sui pedali con forza, per dare una personalità diversa ad ogni fraseggio. Basta uno sguardo e i due cambiano tempo, velocizzano, poi rallentano, e così via. Intesa, questa è la parola chiave. In uno dei pezzi il tempo è stato modificato circa sei volte, lasciando stordito il pubblico profumato di luppolo. Ma quello che stupisce ogni volte è l’umiltà dei due ragazzi: Adriano non manca mai di ringraziare il pubblico per essere venuto: “Caspita, siete tantissimi, non potete immaginare che gioia sia ogni volta, grazie mille ragazzi!” Cesare si limita a sorridere (deve pur prendere fiato, considerata la potenza delle sue stoccate sulle pelli e le sue braccia magre ma paracule). Fotografia di un attimo: Adriano tiene una corda tirata, un suono acutissimo si alza nella sala, poi riverbero; Cesare dà un colpo secco al crash e parte una scheggia di bacchetta nell’aria. Povera quella scheggia, si sarà detto più di qualcuno. Per un pezzo di blues più classico, poi, salgono sul palco tre coristi (una ragazza, e due ragazzi, tutti e tre bravissimi) e Stefano Tavernese col mandolino americano elettrificato (tipo quello per il bluegrass). Il risultato è vecchia America del sud, con un tocco rock molto duro nell’assolo di Adriano. Perché loro, si sa, sono comunque figli degli ottanta e dei primi novanta, e  non se lo scordano. Chiudono con Mi addormenterò, ultima traccia dell’ultimo lavoro Do It, dolce ma rumorosa. Il bis, poi, è fulminante e lunghissimo. Si uniscono di nuovo Dj Mike e Rancore, e si improvvisa: Cesare pare divertirsi, a lui del resto piace l’elettronica; Adriano segue e ricama le basi per tale improvvisazione. Prosegue ancora il rumore, e gli assoli. L’ultimo assolo è stupendo: le dita salgono e scendono sulla chitarra prendendo note e accordi in minore, creando un’atmosfera sghemba e in crescendo. Epifania homemade. Poi ultimo paio di rullate, piatto, e salto finale di Adriano per l’ultimo accordo rumoroso nell’aria– come ogni finale di concerto rock che si rispetti. Salutano di cuore, noi anche li salutiamo. Lo show è finito, le luci si abbassano e i roadies o chiunque essi siano salgono sul palco per sistemare. Parte After the gold rush di Neil Young in sottofondo. Il Lanificio si svuota. C’è tempo per un ultima birra e per due chiacchiere con chi capita di incontrare, per dire che meglio di questo, oggi, a Roma e in Italia, è difficile trovare. Musica fatta col cuore, con la pancia. Tanto di cappello, Bud (con la scusa, anche all’attore).

Un ringraziamento particolare ad Ausgang ed al Lanificio159 per averci ospitati in questa serata


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