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Ringo 2012 – Ringo Starr (di Elisa Seri)

A meno di un mese di distanza dal fortunato (come sempre) ennesimo Lp da solista di Paul McCartney, che continua ad avere successo perchè si ostina a compartarsi come “l’ultimo dei FabFour”, esce l’ultima fatica di Richard Parkin Starkey che poi tanta fatica non credo l’abbia fatta: in fondo è un Lp di soli 28:55; e con ciò non voglio asserire che una produzione corpulenta sia sinonimo di qualità, ma è innegabile che un quarto d’ora in più ci avrebbe fatto piacere…o forse no?
La Track List è costellata di cover e ri-arragiamenti che lasciano poco spazio agli inediti che comunque sono collaborazioni con discutibili ma di certo grandi nomi, parliamo di “gente” del calibro di Joe Walsh e Dave Stuart; ecco forse unico merito di questa produzione è l’aver dato la base di rock’n’roll all’inglese, anzi, alla “Liverpooliana” a grandi collaborazioni che non l’hanno però saputa sfruttare a proprio vantaggio, perchè per quanto il suono grezzo e intenso che echeggia tra i boccali del “Cavern” si possa prestare a importanti primi-suoni come lunghi ed appassionati assoli, bisogna trovare il modo di comunicare tra i due livelli; è un pò come essere catapultati al bancone del Cavern a sorseggiare una ale affondando naso e baffi nella morbida schiuma e ritrovarsi come vicino un panciuto inlese dalla discutibile igene orale, dai vestiti sdruciti e terribilmente fuori moda già un pò alticcio e un pò frustrato dal lavoro, qui vi si pongono due opportunità: o con fare schifato vi fate un pò più in là con la sedia evitando di fare movimenti bruschi con lo sgabello, continuando così ognuno la propria serata nella totale indiffernza dell’altro o date una bella sorsata per farvi coraggio e BUM vi siete scolati l’intero boccale, non fate in tempo a chiederne un secondo che il vostro vicino ne ha ordinato uno per voi, forse non avrete trovato un amico, ma di sicuro non vi siete fatti un nemico.
A quanto pare i chiamati in causa hanno preferito mantenere le distanze, forse per non tradire se stessi ma ne sono uscite tracce che sembrano legate inieme con lo scoch più che collaborazioni, l’impronta dei Guest si sente forte, ed è predominante, tanto da far scomparire le bacchette del povero Ringo che si è trovato a fare quello che per anni ha sostenuto i Beatles: l’accompagnatore; sembra quasi si sia rassegnato e per farlo meglio si è anche cimentato con il pianoforte ma senza buoni risultati.
Insomma, Ringo vorrebbe giocare al tavolo dei grandi ma non ha una mano abbastanza buona, allora cosa fa? Bluffa, un pò per spacconeria e un pò per ingenuità; lasciando a McCartney il titolo dell’ “ultimo Beatles”, lasciandgliene pesi e oneri oltre che che sfavillanti memorie, tenendosene i guadagni e le esperienze umane da usare come ammortizzazione per le sue cadute di stile.
_\m/


Commenti

1 Commento

  1. Ottima recensione, seria ma piena di serena ironia che rende il tutto molto piacevole da leggere. E poi epico il marchio! <3

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