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Obake live @ INIT (testo di Laura Dainelli, foto di Alessandro Di Tizio)

Così eclettici gli Obake sia come sperimentazioni musicali sia come formazione. Quest’ultima in effetti spicca ancor prima di ascoltarli per la sua eterogeneità: Eraldo Bernocchi chitarrista, il cantante e seconda chitarra Lorenzo Esposito Fornasari, al basso Trevor Dunn ed il batterista ungherese Balázs Pándi. La loro eterogeneità e  ricchezza non sono da rintracciarsi solamente nelle diverse origini geografiche, ma dalla solidità dei loro percorsi personali ed all’impressionante esperienza che li contraddistingue. Tutti loro sono compositori e soprattutto portano avanti da anni diversi progetti musicali paralleli, oltre ad aver collaborato con artisti dal calibro eccezionale.
In particolare, il chitarrista Eraldo Bernocchi ha alle spalle una lunghissima carriera iniziata nel 1977 nel corso della quale ha persino composto la colonna sonora del film premio Oscar: Denti di Gabriele Salvatores; ha fondato subito dopo in Inghilterra (siamo a metà anni Novanta) una casa discografica indipendente che si chiama RareNoise Records. Questo, così, tanto per dare una superficialissima introduzione del personaggio. Gli altri componenti del gruppo, nonostante l’età molto più giovane di alcuni di loro, non sono certo da meno. Tra le loro collaborazioni musicali infatti troviamo “robetta” del calibro di  Mike Patton, Justin Broadrick, Bill Laswell and Merzbow. Hai detto niente!
La grandissima preparazione di ognuno viene amalgamata con la ricerca di sonorità particolari, che definire solamente metal è decisamente riduttivo: sonorità metal di base si fondono ed amalgamano alla grande con cori lirici, ambient elettronica, hard-rock, accenni di blues ed una voce, oltre agli strumenti, veramente straordinaria, forte, coinvolgente, caldissima, sublime.
Il risultato è un’atmosfera che letteralmente fa venire i brividi dall’emozione e viaggia ai limiti della psichedelia fino a regalare quella sensazione di trasportare lo spettatore in un altro mondo durante la loro perfomance. Mi rendo conto che molti stanno pensando battute cretine del tipo “no Laura quelle sono le droghe” ma vi assicuro non ne prendo e la sensazione provata non è quindi influenzata né amplificata da alcunché, potentissima di suo. E’ capitato molte volte, anche di recente, che ottimi musicisti non siano altrettanto bravi nel coinvolgimento del pubblico, ecco nel caso degli Obake è esattamente il contrario.
Premettendo che non solo prima di vederli dal vivo li conoscevo poco ma anche che non si tratta esattamente del genere che ascolto di solito, per mia fortuna ho orecchie interessatissime a tutte le nuove sonorità, in particolare quelle di cosi alto livello, e se sono un po’ distanti dal genere che preferisco, beh in alcuni casi, come questo, è ancora più interessante scoprirle, e scoprire parallelamente tutto il mondo che vi è dietro.
Non è un caso che il nome della band, Obake, a prima vista così strano, derivi addirittura dagli Yokai, creature soprannaturali della mitologia giapponese, che con il termine Obake indicavano sia una forma in via di cambiamento sia i fantasmi di esseri umani sconfitti.
Inoltre, l’Obake è anche il punto di fusione, secondo tale mitologia, delle energie del Bene e del Male, così centrali nelle culture orientali.
Non trovate anche voi che l’origine del loro nome renda il tutto ancora più affascinante?
Questa la scaletta dei pezzi:
Destruction of the tower; Dog star ritual; The end of it all; Omega point; Letters to ghosts; Ponerology; Human genome project; Grandmother spider
…sono state un crescendo di tutte le emozioni appena descritte. Decisamente l’unica pecca è che lo show sia durato troppo poco!
Ecco, se vi siete stancati di quelle band piuttosto improvvisate e di dubbia bravura tecnica ma che devono la loro pseudo-fama solamente alla fortuna di avere gli agganci giusti, beh gli Obake sono quello che di meglio potreste chiedere!
I miei più vivi complimenti, Obake siete stati una bellissima scoperta!


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