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Rhapsody of Fire @Orion Club, Roma (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Tra le miriadi di band che navigano nell’immenso ed affollato mare dell’Heavy Metal, accanto a mostri sacri quasi innominabili quali Iron Maiden, Judas Priest e le varie sfaccettature medievali assunte da Manowar e Blind Guardian, spiccano sicuramente i Rhapsody of Fire, (risorti senza alcuna difficoltà dai vecchi Rhapsody) emblema tutto italiano di un metallo tricolore che spesso appare un tantino sbiadito e meno duro di una volta.
Stasera ci troviamo davanti ad un ritorno che non dimostra alcuna debolezza, in cui Fabio Lione e CO. sferrano un colpo ben assestato a chi li dava per morti, regalando invece uno spettacolo davvero degno dei vecchi tempi, in cui il chiodo borchiato era un must, rispolverato da molti per l’occasione, indossato da molti altri forse anche solo per la prima volta. L’età media presente nell’ampia e confortevole sala dell’Orion Club, è in effetti incredibilmente variegata: collaudati e mai stanchi affezionati del genere dalle chiome sempre fluenti (qualcuna più grigia di un tempo) si alternano a volti giovani sbarbati invasi dall’acne, passando per una via di mezzo leggermente meno pittoresca nel look, segno che il caro vecchio metallo, non è poi così vecchio come si vuole far credere, tanto per chi già lo conosce, quanto per chi ha la possibilità di approcciarvi solo ora.

La platea dell’Orion si prepara quindi a ricevere tre band di eccellente livello tecnico quanto scenico, ed i primi a calcare il palco sono i Bejelit, formazione power piemontese che ricorda molto (almeno scenicamente) le movenze dei primissimi Maiden, soprattutto il modo di approcciare al palco da parte di Fabio Privitera, frontman storico della band. Doti canore di gran livello (mi ha stupito soprattutto per gli acuti quasi “IanGilliani”) e spettacolare propensione verso un pubblico che già inizia a raggiungere temperature caldissime, sfoggiando i vari Headbanging da prima fila.
La band presenta il nuovo lavoro intitolato Emerge, reggendo tranquillamente il palco per tutto il tempo necessario a preparare un pubblico desideroso di quelle aspre rincorse chitarristiche perfettamente eseguite da Sandro Capone (uno dei fondatori se non erro) e Marco Pastorino, elargendo un ottimo sound completato da Giulio Capone e Giorgio Novarino. Lo show prosegue senza intoppi, fino al cambio di scena con i Kaledon, altra band Italiana capace di interpretare ottimamente un metal molto più classico, tendente all’heavy di vecchio stampo, un suono graffiante e melodico al tempo stesso, mantenendo comunque dei ritmi sostenuti ed un’occhio in direzione delle tematiche Fantasy che contraddistinguono il genere.

I Kaledon sono probabilmente uno dei (pochi) punti fermi del metal romano, grazie anche al supporto di personaggi intramontabili come il compianto Baffo (al quale viene dedicata la serata), che da sempre li hanno spronati a non mollare. La voce di Marco Palazzi, cantante della formazione capitolina, racconta l’impegno del grande Baffo, primo fan nonchè esponente del metal della scena romana, segue un applauso scrosciante e decine di corna alzate al cielo in segno di apprezzamento e rispetto, non ci si poteva certo aspettare qualcosa di differente.
Mightiest Hits è la raccolta dei più famosi brani dei Kaledon uscita ultimamente, una sorta di guida all’ascolto della saga intitolata Legend of the Forgotten Reign, di cui ogni capitolo è costituito da un disco a partire dal 2002 al 2010, una sorta di riassunto della carriera intrapresa da questa formazione completata da Alex Mele e Tommy Nemesio alle chitarre, Daniel Fuligni alle tastiere (sfoggiate per l’occasione live in un’insolita versione verticale davvero molto divertente da vedere), Paolo Lezziroli al basso e l’ultimo giunto in casa Kaledon: Luca Marini alle pelli (già Enemynside ed Aurion).
Pochi minuti di attesa prima di vedere nuovamente il palco illuminato come se fosse giorno, giusto il tempo di dare il benvenuto alla Headliner della serata: con oltre un milione di copie vendute, e ben dieci dischi all’attivo dal 1997, i Rhapsody of Fire fanno il proprio ingresso accompagnati da un’atmosfera di archi tra il sinistro ed il malefico, tanto per spianare la strada a quelli che un tempo (in compagnia dell’uscente Turilli che non si può non mensionare) si chiamavano semplicemente Rhapsody e calcavano numerosi tra i più importanti palchi d’Europa e non solo, oltre che le magliette di milioni di cosiddetti True Metallers. Fatta eccezione per Tom Hess e Roberto De Micheli (chitarristi che non fanno affatto rimpiangere i loro predecessori) ed Oliver Holzvert, (bassista tedesco nonchè fratello di Alex, batterista dei Rhapsody già dal 2000), la band non presenta variazioni di line up, completata da Alessandro Strapoli alle tastiere (uno dei fondatori della band) ed ovviamente lo stesso Fabio Lione alla voce.
Tra i brani più apprezzati, sicuramente Unholy Warcry al massimo della velocità consentita.

Nonostante non sia mai stato un loro fan accanito, devo ammettere che l’energia e l’entusiasmo che trapela dal palco è davvero avvolgente, e la frenesia assunta dalle note di chitarra, seguita a ruota dal basso, sono in grado di entrarti nello stomaco e piazzarsi in basso, lungo le gambe: ti ritrovi tuo malgrado, a battere il tempo cercando di correre dietro a quei colpi di cassa.
Se mai avete fatto dell’headbanging dietro ad un ritmo tanto forsennato, allora forse sarebbe il caso di non perderveli la prossima volta.
Altra nota positiva nell’acustica dell’Orion che che appare forse più adatto ad ospitare sonosità di questo genere.
A conti fatti una bella festa, un altro tributo al metallo capitolino.

 

 


Commenti

1 Commento

  1. Bravo Ste’ ! D^

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