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Royal Baths live @ Locanda Atlantide (testo e foto di Laura Dainelli)

Chi sono i Royal Baths? Si tratta di un quartetto californiano dalle componenti sinfoniche veramente particolari, anzi uniche. Vengono più precisamente dalla mitica, e meritatamente leggendaria, San Francisco, che in quanto a splendore della scena musicale non ha veramente nulla da invidiare agli anni Sessanta e Settanta, ed ai tempi di contestazioni della guerra del Vietnam e Woodstock. Anzi, come i Royal Baths dimostrano, accanto al rock più classico si è nel tempo sviluppata una grande attenzione anche per la scena indie e per artisti che sperimentano suoni magari meno “facili” al primo ascolto, meno accattivanti dal punto di vista più orecchiabile e commerciabile del termine, ma forse proprio per questo più apprezzabili, e che di sicuro rapiscono e conquistano l’ascoltatore più attento e tutti i veri musicisti, ossia quelle bellissime persone che fanno caso a ben altro che alle sillabe in rima di un ritornello pop quando ascoltano un pezzo.
I Royal Baths sono formati dai due chitarristi e cantanti Jeremy Cox e Jigmae Baer, ovvero i due membri originari e fondatori del gruppo, ai quali si sono ben presto aggiunti il batterista Ed Birch e al bassista Eva Hannan.
Ognuno di questi quattro ragazzi nonostante la giovane età ha alle spalle un proprio percorso musicale di un certo spessore, e nel progetto Royal Baths hanno unito le rispettive esperienze personali ed il background musicale di ognuno con un risultato veramente convincente e quasi magico.
Sul palco della Locanda Atlantide hanno iniziato con il loro più grande successo Harder, faster per poi continuare con Pleasant feeling, dall’affascinate circolarità, per poi proseguire con una più malinconica Bad heart e Nikki don’t stop. Danno vita ad un crescendo di emozioni dai sapori gotici e psichedelici, ma stemperati nella loro cupa profondità da una base quasi costante nei loro pezzi tendente al pop-rock. Vi state chiedendo come sia possibile un simile connubio? E’ proprio questa tecnica che li contraddistingue e li rende affascinanti agli occhi di un pubblico potenzialmente molto eterogeneo. Il pop- rock che propongono non ha comunque nulla a che vedere con l’idea di stile estremamente commerciale e ripetitivo che molti associano a questo genere musicale nell’età contemporanea, ma ricorda semmai un pop-rock anni Settanta- Ottanta tipico della ricca scena rock americana molto liberal di quegli anni lì. Bei tempi eh!
A questa base si aggiungono comunque tracce molto forti di vera psichedelica e sonorità new wave e di rock alternativo che denotano non solo una preparazione tecnica notevole ma anche uno studio molto serio di alcuni grandissimi artisti quali Pink Floyd, Velvet Underground e Joy Division.
Tanto per non farsi mancare niente, ad un attento ascolto si percepiscono vaghe influenze blues nei loro album, ed infatti non mi ha stupito scoprire che i due cantanti hanno dichiarato in diverse circostanze di essere cresciuti anche con artisti quali Robert Johnson, Skip James, Blind Willie Johnson, ovvero i principi della cosiddetta “scena blues del Delta”.
La loro brillante performance alla Locanda Atlantide si è conclusa con il primo singolo del loro ultimo lavoro, ovvero Sitting in  my room, brano molto particolare e coinvolgente che, partendo dalla narrazione di una notte di eccessi scivola verso la descrizione di paesaggi esotici ed estatici in un grande crescendo. Qualcuno poteva immaginare un finale migliore? Io no di certo…
L’unica piccola critica che va fatta alla band è attinente all’aspetto del coinvolgimento del pubblico, non molto calorosi da questo punto di vista. Sarebbe stato un quid in più importante che, come la ciliegina sulla torta, avrebbe reso la serata quasi magica, ma non si può certo dire che le aspettative del pubblico siano state solo per questo deluse, anzi ce ne fossero più spesso di musicisti così giovani e cosi preparati e che non hanno paura di sperimentare.
Un ringraziamento particolare va ancora una volta alla Locanda Atlantide, per il loro modo di fare sempre cosi accogliente, alla mano e disponbile, ed ovviamente ad Ausgang per riuscire sempre ad organizzare serate in cui riescono a proporre sonorità ricercate ed interessanti come veramente pochi altri sanno fare. 
Stavolta mi sento di aggiungere anche un ulteriore ringraziamento a quanto appena detto: se mi concedete in via del tutto eccezionale un riferimento personale, beh per far capire il mio senso di gratitudine verso i gestori del locale ho davvero voglia di far sapere loro che non avrei mai creduto di riavere l’occasione di vedere a Roma una delle band tanto famose a San Francisco, e che lì ho avuto modo di conoscere ed ascoltare più volte, e qui altrettanto sconosciute ai più.

Quindi, doppio ringraziamento ai Royal Baths ed agli addetti ai lavori!


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