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Matt Elliott live @ Lanificio 159 (testo di Alessandro Francesco Russo, foto di Simona Rovelli)

Difficile per me parlare di Matt Elliott. Si tratta di uno di quegli artisti che, nel bene o nel male, ha accompagnato alcune fasi della mia vita e che in alcuni casi mi è stato di grande compagnia. Ma questa è la lettura egoistica e banale di un fan; cercherò di essere il più obiettivo possibile senza però nascondere alcuna emozione. Giuro.
Un po’di storia:
Matt Elliott nasce come musicista elettronico, attivo a Bristol sotto lo pseudonimo di Third Eye Foundation. Nel corso degli anni ‘90 fa la sua gavetta, eseguendo remix per artisti del calibro di Mogwai, Thurston Moore e Yann Tiersen. Con quest’ultimo è nata una collaborazione che tutt’ora prosegue: Matt è stato tra i musicisti che hanno accompagnato Yann Tiersen nel tour del 2009 e lo stesso Yann Tiersen ha prodotto The Broken Man.
Nel corso degli anni questo cantautore è diventato sempre più intimista nella sua musica. Si è passati dall’elettronica dark dei Third Eye Foundation al folk-flamenco-shoegaze dei suoi lavori solisti, diminuendo sempre di più il peso dell’elettronica nelle suo composizioni e riscoprendo il suono più pulito ed immediato della chitarra classica e del pianoforte.
Anche i temi trattati dal nostro si sono evoluti nel tempo. Nel suo secondo lavoro Drinking Songs, uno dei dischi più belli ed intensi dell’ultimo decennio a detta di chi scrive, l’attenzione era focalizzata sull’assurda politica neo-colonialista statunitense (recita testualmente nel booklet: “A Waste of Blood is dedicated to the memory of all the victims of The United States of Americas’ foreign policy”). Successivamente, nel corso della sua carriera solista, l’attenzione si è spostata dal disordine che vedeva nel mondo esterno verso il disordine del suo mondo interiore.
E assieme a questo, il suo canto si è evoluto, diventando sempre più sicuro. Se nei primi dischi le liriche erano appena sussurrate, ora ci sono momenti di reale sfogo, in cui vengono urlate all’ascoltatore.
Mi sono avvicinato a questo concerto con un dubbio: a quanta altra gente potrebbe mai interessare uno stile così ermetico e malinconico? Devo dire di essermi realmente stupito della sessantina di persone che sono accorse ad ascoltare le sue elegie. Ma alla fine del concerto ho capito perché.
L’apertura del concerto è affidata a tale Jens Bosteen, un cantautore che presenta il suo disco di esordio Second Skin. I brani sono molto personali, indubbiamente interessanti e mai troppo ripetitivi, ma resta l’impressione che l’artista debba ancora maturare. Di certo accompagnare Matt Elliott gli farà fare esperienza e lo aiuterà molto ad essere più espressivo e smaliziato nella composizione. Nonostante tutto, credo che il suo brano Borderline sia effettivamente molto interessante e ne consiglio l’ascolto.
Sale dunque sul palco questo gigante di due metri con il suo whiskey e si presenta farfugliando alcune parole a bassa voce. La sua figura farebbe pensare a tutto tranne a quanto sia timido ed introverso, ma Matt Elliot non ha paura di mostrarsi per quello che è. Come nella sua musica, così intimistica e malinconica, il cantautore non nasconde la sua vera natura neanche al pubblico.
E si inizia. Parte Dust, flesh and bones, brano tratto dall’ultimo lavoro A Broken Man, al cui tour promozionale appartiene questa data. La tecnica finger-picking flamenco di Matt è notevole, ma non è tutto. Aiutato dal suo fidato effetto per mandare in loop varie tracce riesce a produrre una one-man band di flamenco e shoegaze.
Si parte normalmente con introduzione, strofa e ritornello, dunque inizia la decostruzione dello stile canzone, lasciando prima lo spazio a qualche istante di silenzio. Prima fischietta il motivo del brano e lo manda in saturazione, trasformando il fischio in lamento. Poi aggiunge una base di chitarra e la manda in loop. Quindi sovrascrive anche altri pezzi di chitarra, magari qualche lick ad altezze diverse, e inizia il suo lamento. Il tutto prosegue ripetendo il ritornello infinite volte, ogni volta in maniera diversa, creando un coro di voci ben amalgamato che risulta in un muro sonoro impressionante.
La prima volta le parole sono sussurrate, poi vengono ripetute con sempre maggior decisione, fino a giungere all’urlo liberatorio, supportato dal coro di voci precedentemente mandate in loop. Quelle voci sono le infinite sfaccettature dell’io, la nostra poliedrica essenza. Dal sussurro più incomprensibile all’urlo più spaventoso, Matt ci ha coinvolto tutti. Ci ha accompagnato lentamente ma inesorabilmente nel suo mondo. Questo stile si ripete in tutti gli altri brani, con diverse variazioni sul tema (ma raramente sugli accordi): talvolta Matt usa tracce preregistrate di una batteria o di una drum machine; altre volte invece distorce il suono della sua chitarra classica come se volesse fare metal. In alcune occasioni ha anche utilizzato un octaver per dare un suono più pieno e corale ai suoi lamenti.
Si susseguono vari brani: I name this ship the tragedy, bless her and all who sail with her, Oh how we fell, A broken flamenco, Bomb the stock exchange, The failing song, tratti dai suoi dischi più recenti.
La linea conduttrice di questo concerto è stato il suo mondo interiore. Ogni brano suonato tratta di argomenti diversi usando sostanzialmente gli stessi accordi ed ha portato l’ascoltatore sempre all’interno dello stesso vortice di emozioni da cui tutto proviene. Questo ha reso il concerto ripetitivo ma mai banale. Del resto non sono mancati alcuni brani inaspettati. Da ricordare la cover di I put a spell on you dei Creedence Clearwater Revival, particolarmente dimessa e quasi irriconoscibile. Inoltre una chicca: viene proposta la canzone Il galeone, scritta da Belgrado Pedrini e musicata da Paola Nicolazzi. Matt Elliott ha sentito particolarmente questa canzone; del resto risulta essere perfettamente in linea col suo credo politico. Il pubblico ha gradito particolarmente questo brano poiché totalmente inaspettato e per la passione e l’intensità con cui è stato eseguito.
Alla fine del concerto, durato solo poco più di un’ora, ho anche avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Matt. Era una cosa che volevo fare da tempo, perché lui adora parlare col suo pubblico; addirittura nel booklet di Failing Songs ringrazia esplicitamente “All of the people who feel the need to share a kind word with me. It’s always appreciated”. Quale occasione migliore per rivolgergli alcune domande? Tra le varie, gli chiedo come mai non ha suonato brani dai suoi primi lavori. Lui risponde sorridendo che ormai si tratta di cose vecchie e che è concentrato sui brani più recenti. Io incalzo chiedendogli se questo non c’entri nulla col fatto che ora è cambiato il suo approccio alla canzone d’autore, dato che nei primi dischi sussurrava le sue riflessioni ed ora urla i suoi rancori. Lui resta in silenzio un secondo (il tempo necessario per chiedermi “ma avrò elaborato la domanda in maniera corretta?”) ed alla fine mi dice che non aveva mai pensato al motivo ma che potrebbe trattarsi benissimo di questo.
Ma lui è così, è istintivo, vive la musica come sente essere più giusto.
Ma perché così tante persone sono venute al suo concerto?
Questo cantautore non usa la musica come mezzo di redenzione (come fece il signor Waters con The Final Cut) ma come momento di comunione con l’ascoltatore, con cui guardare impotenti alle sorti del singolo e dell’umanità (alla Nico, per intenderci). Questo suo approccio è croce e delizia di Matt: allontana chi non ha intenzione di sentire parlare di argomenti così “difficili”(autoescludendosi dal possibile successo) ma affascina ed emoziona chi, per una ragione o per un’altra, si è posto domande simili ed è interessato a condividere i suoi sentimenti. Lo fa sentire meno solo.
In una intervista, un certo Lou Reed disse, parlando della carriera dei Velvet Underground: “Ognuno (dei nostri dischi) racconta una storia su come sopravvivere in diverse situazioni. Mettendo in ordine le canzoni ti identificherai con quello che raccontano e smetterai di sentirti solo. Credo sia molto importante che la gente non si senta sola”.
Bravo Matt.
Un ringraziamento speciale allo staff del Lanificio 159 per averci ospitato durante questo evento


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