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David Pajo live @ Init Club (testo di Flavio Centofante)

E’ stata più che altro l’aura di leggenda underground che ha attirato la gente all’Init Club per vedere David Pajo. Sue erano la chitarra e il basso su due dei più bei dischi degli anni novanta, Spiderland degli Slint e Millions now living will never diedei Tortoise. Tante anche le collaborazioni e i progetti nel corso degli anni: Zwan, For Carnation, Royal Trux, Stereolab, Yeah yeah yeahs, King Kong e Interpol. David negli ultimi anni ha però intrapreso una direzione musicale molto intimista, solo chitarra, effetti e voce, forse per esplorare altri angoli del suo spirito, e il piccolo tour che ha toccato anche Roma ha mostrato proprio questo lato dell’artista. Verso le dieci e mezzo la sala è ancora vuota, tranne per un paio di persone e un bassista sul palco che pizzica le corde ripetutamente. E’ il bassista del trio che aprirà la serata: i Rui Costa. La musica che presentano è una specie di math-rock molto celebrale ma energico e movimentato, completamente strumentale, con qualche riferimento alle trame chitarristico-percussionistiche proprio degli Slint. Un gruppo molto valido secondo me, da approfondire, vuoi anche per l’ironia che sfoderano fra una canzone e l’altra. Quando sono le undici passate e i Rui Costa hanno smesso di suonare, la sala si svuota per un pò. Chi è rimasto, si accorge che quello che appare cinque minuti dopo sul palco vestito di scuro, anonimo come un roadie, è proprio David Pajo. Occhietti a mandorla sfuggenti ed espressione timida, armeggia fra i cavi e le casse, provando le sue due chitarre e pigiando sui pedali. Tutto con molta lentezza. Una specie di visione. Mi torna alla mente l’ultima volta che l’avevo visto, era il 2007 al Circolo degli Artisti, quando venne insieme agli Slint per presentare proprio Spiderland per intero. Anche allora mi aveva colpito per la sua estrema calma e introversione. Pajo getta un’occhiata alla sala che si sta riempiendo di nuovo, forse un po’ stupito dall’esiguo numero di persone presenti. Accanto a lui appare Matt Jencik  (bassista di un altro gruppo storico, i Don Caballero) che lo accompagnerà in gran parte delle canzoni della serata. Lo show si alterna fra pezzi più sperimentali a nome Papa M, e canzoni appena sussurrate e folkeggianti a nome Pajo. Non è un concerto energetico, è piuttosto un esercizio di silenzio sciamanico, dove ogni sillaba mormorata dalla voce di David rimanda a qualcos’altro, ad altri significati.
La loopstation è protagonista assoluta durante tutta l’esecuzione dei brani più sperimentali: i livelli di accordi si accavallano, fino a formare un muro di seta sonora che massaggia le orecchie.  Gli occhi di David sono sempre rivolti verso i pedali, verso le tavole del palco. Solo poche volte getta un’occhiata sfuggente verso il pubblico, poi torna a concentrarsi sulle corde della chitarra. Pare di vederlo, magari nel piccolo salotto di casa sua, a suonare la chitarra tracciando percorsi più solitari e personali, mentre le vetrate che ha davanti danno su vie anonime e vasti panorami americani. Quando vengono eseguiti i brani più folk, invece, la voce sembra arrivare in sordina, impaurita. Forse la serata non l’ha preso proprio bene, e pare che faccia fatica a rilassarsi. Poi all’improvviso le parole escono più forti e decise dalla bocca, e gli arpeggi di chitarra fanno il resto. Più o meno il concerto si è dondolato così, fra zone d’ombra e gusci di luce. Quando viene eseguita la sua famosa cover dei Misfits, Where eagles dare, è un colpo alla spina dorsale degli ascoltatori. Vederla cantata dal vivo, accompagnata da quegli occhietti così piccoli e quell’espressione tanto distante ma leggendaria, è un’esperienza particolare. Nella sala risuonano dolcemente quelle parole in realtà forti: “I ain’t no goddamn son of a bitch”. Durante questa esecuzione l’atmosfera rasenta leggermente il dormiveglia, mentre il bassista pizzica le corde al minimo per permettere agli occhi di restare chiusi  (date un’occhiata a questo video su Youtube se avete tre minuti.

Vengono eseguiti anche altri brani, sempre con un approccio molto american-folk, una sorta di country sospeso, che parlano di visioni, di donne, di cose perdute nella memoria, come High lonesome moane Ten more days. In alcune parti dei brani strumentali e sperimentali, la loopstation crea echi di canti indiani, quasi a voler dipingere le enormi praterie americane davanti ai nostri occhi per dare spazio al lamento di queste antiche vite leggendarie. Mentre le dita di David scorrono sulle corde, noto che gli accordi suonati non sono mai semplici, e mi pare che la voglia che aveva al tempo degli Slint di creare suoni sghembi e inaspettati non sia svanita del tutto. La sala è sospesa, anche se alcune delle facce fra il pubblico mostrano una certa stanchezza: effettivamente il concerto incappa anche in momenti eccessivamente lenti. Le uniche parole che David Pajo rivolge ai fan sono semplicemente “Thank You”, in maniera molto nervosa ma gentile. E’ passata un’oretta e, finito l’ultimo brano, David ringrazia ancora una volta e dunque si dilegua dietro le quinte. Nonostante gli applausi e i piccoli ululati, non torna sul palco, saltando quindi la commedia del bis. E forse anche in questo, in questa genuina semplicità, sta David Pajo. Nonostante le imprecazioni di alcuni del pubblico. Il concerto è finito, è parso a tutti un po’ corto, eppure qualcosa ci ha lasciato. Abbiamo assistito a un concerto intimista, un lavoro di ricamo, pazienza e dolcezza. Vedo in sala una ragazza con una maglietta nera, col disegno di un lago e le teste di quattro ragazzi che spuntano fuori. La testa di Pajo è quella più staccata, sulla destra. C’avrei scommesso.

Un ringraziamento speciale allo staff dell’Init Club per averci ospitato durante questo evento


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