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Ozric Tentacles live @ Orion live club (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Un turbinio di colori e disegni psichedelici che si intersecano fra loro, generando altrettante forme astratte e convulse che roteando tornano ad essere un turbinio di colori e disegni psichedelici che…
Insomma, così ci accoglie il palco del Orion live club quando facciamo il nostro ingresso per assistere ad una delle band più singolari del pianeta rock di un certo tipo: gli Ozric Tentacles.
Famosi soprattutto per aver dato i natali a quello che ormai viene definito come Space Rock, e che ha ispirato tantissime garage band al limite tra post rock e prog di nuova generazione.
L’ultima volta che li incrociai, risale al 2001, quando si esibirono al Villaggio Globale con una spalla d’eccezione: Balletto di Bronzo.
Sono cambiate molte cose nel loro sound ed anche nella loro formazione; i suoni che ricordavo sono ormai meno ermetici e misteriosi, legati tecnologicamente tra loro, migliorati forse nella precisione, anche se quel magico flauto (John Egan, meglio conosciuto come Champignon) completava il tutto con una punta di estro quasi istintivo, sicuramente vivo.

La famiglia Wynne (Ed, chitarre e tastiere, Silas, synth e tastiere, Brandi, basso e tastiere) al gran completo, s’impadronisce totalmente della scena, relegando i tamburi (Oliver Seagle) in fondo al palco, a mischiarsi con le proiezioni descritte qualche riga fa.

L’attesa dura il giusto, mentre la platea si scalda quanto basta per accogliere l’esibizione degli Ozric, acclamando con applausi a tempo, ben scanditi e seguiti da fischi di approvazione. L’ingresso della band è accompagnato da urla di giubilo ed incessanti applausi, non si tratta di un sold out purtroppo, nella stessa sera c’è una figuraccia calcistica contro la Russia (avrebbero fatto meglio ad ascoltarmi e venire ad un concerto, qualunque fosse) ed altre feste sparse un po’ dappertutto per Roma, ma l’Orion è comunque discretamente popolato, fan di tutte le età, più o meno amanti del metallo, fan di un prog d’altri tempi e fanatici del genere (gente “normale” qui, non ce la vogliamo).
Il concerto ha inizio con più di mezz’ora di ritardo, ma non importa, del resto siamo tutti qua per godercelo, ed alle primissime note di chitarra, si può capire quanto il live sarà movimentato.
Purtroppo, le canzoni perdono qualcosina senza la vecchia line up, i musicisti sono certamente tutti di livello, su questo nulla da ribattere, ma il groove di un tempo, sembra essere svanito nell’aere, lasciando sul palco un vuoto difficile da colmare, soprattutto se a farlo devono essere soprattutto le miriadi di suoni digitali, orfani delle recenti collaborazioni live con Harry Waters (figlio di un certo Roger) e portati in primo piano anche nel loro ultimo album (Paper Monkeys, 2011), con il risultato finale che ha lasciato perplessi anche i fan più incalliti.

Il talento e la padronanza tecnica di questa band non sono certamente da discutere, ed è solo grazie a questa se per quasi novanta minuti, il tempo scorre leggero e piacevole, anche se a detta di molti, per una band strumentale è davvero troppo: “Si ha l’idea di ascoltare la colonna sonora di un videogioco anni novanta” questa l’impressione di un avventore uscendo dalla sala.
Tantissimi fraseggi e cambi di tempo, canzoni difficilmente orecchiabili, al confine con una probabile improvvisazione finale che merita sicuramente tutti gli applausi concessi. In definitiva, il concerto è stato forse un tantino ripetitivo, nonostante tutto però, restano una delle band più originali ad aver solcato il palco del Orion.
La serata volge rapidamente al termine, lasciando sullo sfondo di un palco ormai vuoto….un turbinio di colori e disegni psichedelici che si intersecano fra loro, generando altrettante forme astratte e convulse che roteando tornano ad essere un turbinio di colori e disegni psichedelici che…

Un ringraziamento speciale a Daniele Mignardi Promopress Agency ed Oron live club per averci ospitato durante questo evento


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