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Godflesh + OvO + Low-Fi + Anthony’s Vynils live @ Nel Nome Del Rock (foto di Stefano D’offizi,testo di Laura Dainelli)

Quante emozioni in un solo palco in così pochi giorni, poche ore ma a dir poco dense di significati, di voglia di suonare, di fare casino e godersi la vita! Questo e molto altro abbiamo respirato a Palestrina nella full-immersion di 4 giorni di Nel Nome Del Rock, ovvero una cornice di enorme condivisione e voglia di comunicare e divertirsi e ritrovarsi con musicisti degno di questo nome! Grazie sin da subito infatti a tutti gli organizzatori! So bene il “mazzo” che vi siete fatti e ci tengo a dirvi che ne è valsa la pena.



Nella serata di domenica 8 luglio, ovvero quella conclusiva, si sono succeduti su questo cazzutissimo palco (perdonatemi il francesismo, ma ci vuole! ) 4 band dalle sonorità e modi di esprimersi parecchio diversi tra loro. Ma sta proprio qui il bello,no?



I primi sono stati gli Anthony’s Vynils, giovane band di Valmontone con tanto da dire al di là della loro apparenza a tratti così 90s brit-rock. Infatti, non si coglie in loro alcun segno di emulazione di storiche band inglesi, quanto piuttosto un modo di suonare del tutto personale ed originale, caratterizzato da basso e batteria decisi al punto da risultare trascinanti, ma che non distolgono comunque l’attenzione da assoli vocali straordinari e riff di chitarra sempre più elaborati ed accuratamente studiati, oltre alle sonorità sempre più eclettiche e che non mancano ormai di strizzare l’occhio alla disco- music oltremanica dei bei tempi.


Tocca quindi ai Low-Fi, avevamo già seguito l’uscita del loro primo album: What We Are Is Secret, non ci restava che ascoltarli finalmente dal vivo. Propongono anche loro un suono particolare, sicuramente frutto di diverse contaminazioni, e proprio per questo cosi accattivante. Si tratta di sonorità di base elettro–indie ma anche profondamente new wave, con un tocco introspettivo parecchio interessante, stile Placebo, Editors, Sonic Youth  ed anche Bauhaus (di cui eseguiranno magistralmente una cover), o meglio un po’ di tutti loro ed oltre. Sicuramente non il solito gruppetto indie senza arte né parte, e vale la pena ascoltarseli con tutta la loro grinta e voglia di coinvolgere l’ascoltatore.

Formati dai fratelli gemelli Alessandro ed Adriano (rispettivamente basso/voce e chitarra), Fabio (synth) e Giuseppe (batteria) i Low-Fi dimostrano di saper tenere un palco ed un pubblico del genere, impegnativo si, ma anche molto caloroso, tanto che al termine della loro esibizione, raccolgono una buona quantità di applausi.
Dopo altre birre e vini ottimi e tante risate in un’atmosfera un po’ rock’n’roll e un po’ di paese estremamente dorata ecco ora un duo: gli OvO. Un duo sulla scena ormai da dodici anni e sempre con la voglia di far entrare l’ascoltatore in un mondo doom ai limiti della realtà e nel quale percussioni voce e chitarra fanno sentire sia la vena psichedelica sia quella più “noise-metal”, passando per alcuni accenni di sludge ridotto ai minimi termini, fino ad arrivare allo spirito libero ed all’autenticità che li contraddistinguono da sempre.

Infatti, sono leggendarie nel panorama italiano e non solo le loro sessioni improvvisate registrate su nastro ed il senso di libertà non solo da ogni etichetta ma più in generale dalle costrizioni, imposizioni e tutto ciò che tende a legare l’individuo a terra in modo soffocante. Personalmente apprezzo moltissimo chi vive la musica e l’espressione di sé in questo modo,a prescindere dalle sonorità del singolo pezzo.
Sicuramente non una performance tipica, i due si presentano sul palco indossando le loro solite maschere, armati semplicemente di percussioni e chitarra, nessuna base preregistrata, fatta eccezione per quella utilizzata durante l’introduzione che li vede salire sul palco. Poi è l’inferno!


Gli OvO annoverano l’ennessimo live sul proprio ruolino di marcia, schiacciando al suolo le frequenze ed attirando sottopalco anche i disinteressati che lasciano piatti e bicchiari sui tavoli dell’area ristoro per osservare da vicino. Si tratta della band che ha saputo attirare maggiormente l’attenzione degli avventori di questa ventitreesima edizione di Nel Nome Del Rock, ed al termine della loro esibizione, applausi scroscianti e mani alzate al cielo.
Per quanto non si tratti di una band non propriamente dal facile ascolto, hanno saputo dire la loro e quel che conta, è che molti sono rimasti sottopalco ad ascoltarla.

Ultima band, ma decisamente “last but not least” i cari, vecchi Godflesh, che dagli anni ottanta ad oggi sono ancora lì con diversi suoni ma con una base musicale che permane nel tempo e che li ha resi pionieri di un sound che con Nine Inch Nails e Ministry, ha segnato l’inizio dell’Industrial Metal.
Attesissimi, fino all’ultimo secondo. Mescolano infatti l’industrial con l’elettronica per poi tornare ancora verso sonorità di doom metal allo stato puro. Il tutto è contornato da riff tipici del thrash ma resi più cupi probabilmente a causa della batteria elettronica ed in generale di tutto l’ambient – industrial che si respira, decisamente e volutamente gotico e funereo. Nulla è lasciato al caso infatti e su ogni suono si nota uno studio tecnico di alto livello e di grande accuratezza. Però però …non so, c’è qualcosa che non convince e non travolge, come se la performance rimanesse un po’ sullo sfondo, manca quel quid in più di coinvolgimento del pubblico che forse lo stile musicale stesso rende difficile da realizzare ma che comunque io continuo a considerare importante in un live, qualsiasi live, tanto che pian piano, la folla che si era creata sottopalco con gli OvO, si disperde lentamente, vuoi per il suono leggermente rindondante ed un tantino ripetitivo, vuoi per la mancanza del batterista. Credo che gran parte degli amanti della musica dal vivo, soprattutto rock, possano concordare con me su questo punto. Sarà forse anche che sono l’unica band metal senza neanche un capellone? (un duo a dir la verità n.d.r.) Ovviamente no, non scherziamo…

Ok, perdonatemi la battuta pessima ma era per sdrammatizzare un po’ le tinte fosche. Aspetto comunque di essere smentita da eventuali fan dei Godfleshche mi facciano cogliere qualche lato in più di loro che forse da non amante del genere mi è sfuggito. In casi simili, ricredersi è solo che un gran piacere, resta il fatto che il maxischermo su cui vengono proiettate immagini abbastanza crude e dissacranti, rappresenta effettivamente l’unica distrazione visiva, per il resto, tutto rimane un po’ sospeso.
Il festival si conclude qui, anche quest’anno tantissime band di ottimo livello, un suono perfetto ed un palco come già detto, cazzutissimo, da non credere che tutto questo sia gratuito…
Per il resto,grazie ancora a tutta l’organizzazione, sudatissima ma riuscitissima, di Nel nome del rock, tutti i miei complimenti e continuate così per l’edizione 2013, sappiamo bene quale livello aspettarci da voi, ed accompagnarvi sarà sempre un piacere.






 Un ringraziamento speciale a tutto lo Staff di Nel Nome Del Rock e chiunque ha partecipato in qualsiasi modo



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