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Jeff Loomis live @ Traffic Club (testo e foto di Mario Cordaro)


Serata a dir poco di nicchia questa al Traffic, targata in tutto e per tutto Century Media vista la presenza di ben tre nomi del loro roster. Per chi non avesse mai sentito nominare i gruppi spalla all’ex chitarrista dei Nevermore e dei Sanctuary, Jeff Loomis – due dischi solisti all’attivo e un terzo in fase di rifinitura – si tratta di quattro bands al debutto, o poco più. Purtroppo il traffico e impegni personali non mi permettono di arrivare in tempo per l’esibizione dei romani Phenium, quindi non mi è possibile dare un giudizio su di loro, anche se il loro album Fake You All (Lost Sound Records 2011) sembra aver raccolto critiche decisamente migliori rispetto ai precedenti EP (Incubhate 2009, Phenium 2008), risultato raggiunto anche da una maturità venuta col tempo. Speriamo di poterli incrociare nuovamente per assistere ad una performance live.

Entro nel locale (poco gremito, ma essendo un martedì era prevedibile) mentre stanno già suonando gli statunitensi Stealing Axion. É doveroso fare una premessa, a questo punto: non sono un grande fan (per usare un eufemismo) della “nuova ondata del metal” (dalla regia mi dicono chiamasi “djent”) basata su trigger, basso sincopato, mancanza di assoli veri e propri, alternanza di growl/scream e clean vocals, eccetera; però cercherò di essere il più obiettivo possibile nel parlare di queste bands, visto che il dovere di un recensore è soprattutto questo.

Stealing Axion, dicevamo; ho potuto sentire solo venti minuti, ma le coordinate stilistiche appaiono decisamente chiare: un crossover di djent, heavy e Meshuggah, con tutti i pro e i contro del caso. Su disco non mi avevano convinto, anche a causa dei suoni troppo puliti, ma dal vivo acquisiscono una maggiore compattezza; la quale, per fortuna, evita gli sbadigli. La sensazione è che alla band manchi proprio la “forma canzone” e la capacità di sintesi che, a volte, è doverosa. Sono all’inizio però, quindi vedremo in futuro quali saranno gli sviluppi del loro sound.
Terminata l’esibizione, aspettiamo finisca il soundcheck del terzo gruppo, gli svedesi Vildhjarta. Questa band si presenta con due vocalist, ma si rimane sempre su territori djent. Volendo essere franchi, non basta solo usare chitarre ribassate a sette corde per suonare come i Fear Factory, e come i precedentemente citati Meshuggah. Anche se il loro suono nel complesso è davvero monolitico, si fatica a distinguere questa band dalla precedente, le soluzioni sembrano molto simili, e l’unico momento degno di nota sarà il “cameo” di Jeff Loomis sul palco per qualche minuto. La presenza di molti ragazzi compiaciuti tra il pubblico mi fa pensare che forse i tempi stanno cambiando, e magari sono io che non riesco ad apprezzare il nuovo che avanza…

Lasciamo da parte la filosofia, e proseguiamo nel parlare della serata; il compito di precedere Jeff Loomis sul palco del Traffic è affidato agli inglesi Monuments, i quali (indovinate un po’?) non si distaccano dal genere dei due gruppi precedenti, anche se è doveroso fare dei distinguo: i nostri hanno dalla loro un bel paio di chitarristi, oltre ad un vocalist capace di spaziare dal clean al rappato allo scream (anche se un tantino forzato in alcuni passaggi), e la cosa ha fatto decisamente la differenza rispetto alle precedenti bands. Questa è la dimostrazione che, con la dovuta personalità (anche se c’è ancora da lavorare), anche questo sottogenere può, e potrà offrire in futuro, delle canzoni gradevoli, pagando ovviamente il solito tributo ai Meshuggah per quanto riguarda le ritmiche.

Veniamo quindi al pezzo forte della serata, l’ex chitarrista dei Nevermore, Jeff Loomis. É chiaro che non era possibile aspettarsi pezzi dei Nevermore o dei Sanctuary (visti i cattivi rapporti col cantante Warrel Dane), quindi la setlist è stata divisa, pur nella sua brevità – cinquanta minuti suonati -, tra i suoi due dischi solisti. 

Nel complesso, il suo stile riprende a piene mani dal neoclassico (soprattutto Jason Becker e Malmsteen), ma è arricchito da svariati tipi di tecniche proprie dell’heavy e dello shredding vero e proprio: legati, tapping, vibrato, bending, sweep picking, plettrata alternata… solo per citarne alcune. Mi son trovato più volte a bocca aperta per la capacità del biondo chitarrista di far apparire semplici e scontati dei passaggi e dei fraseggi davvero complicati, anche e soprattutto per la velocità a cui l’ho visto eseguirli. Spaventoso. Roba da far appendere la chitarra al chiodo a molti pseudovirtuosi.

Vengono presentate anche due nuove canzoni (cantate dal secondo chitarrista), ma non sono riuscito a capirne i titoli purtroppo.

Mi ha dato da pensare vedere Jeff storcere un po’ il naso, al termine del concerto, vedendo i booklet dei miei dischi dei Nevermore da firmare, ma onestamente spero che la band si riunisca, prima o poi. Non per rimproverare le scelte professionali dell’abile chitarrista, ma continuando su questa strada rischia di arenarsi in un discorso, e in un bacino di utenza, voltato verso i fanatici/appassionati dello strumento. In tutta sincerità e con tutto il rispetto, viste le sue doti, penso meriti platee ben più prestigiose, senza nulla togliere al generoso Traffic Club, che ancora una volta ci ha proposto un artista internazionale di un certo calibro. 

Un ringraziamento speciale allo staff del Traffic Club per averci ospitato durante questo evento


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