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The Casualties live @ INIT Club (testo di Laura Dainelli, foto di Fabrizio Bisegna)


Una serata a metà strada tra il punk hardcore, l’oi! e lo street punk della migliore tradizione. Un connubio riuscitissimo e carico di adrenalina! Si è trattato infatti con elevata probabilità di uno dei live più movimentati della storia del punk in Italia !

Una serata affollata e con un pubblico molto caldo, anzi diciamo pure completamente delirante il che comunque, in un contesto del genere non dispiace e fa la sua porca figura 😀
La band di apertura sono stati i Payback: un grande esempio di riproduzione dei generi sopra citati da parte di una band in realtà italianissima ma che veramente non lo diresti, perché da oltre dieci anni sanno incrociare queste sonorità con la stessa rabbia, grinta ma al tempo stesso enorme accuratezza tecnica tipica di molte band di street punk americane. Non a caso infatti sono acclamatissimi anche loro, ed al contrario di quanto accade spesso con i “gruppi spalla” la sala è già piena mentre suonano… e vi assicuro che non era per sfuggire alle temperature in picchiata all’esterno!

Dopo qualche minuto di attesa dalla fine dell’esibizione dei Payback – ma neanche tanti considerato il calibro e la fama internazionale della band – attaccano a suonare (letteralmente ) The Casualties, animali da palcoscenico come sempre, anzi con gli anni sembrano esserlo persino di più! Per chiunque sia appassionato anche un minimo di punk, street punk, metalcore o abbia più in generale un orecchio musicale attento e ben predisposto, beh si tratta di una formazione di enorme interesse, che non per niente infatti, nonostante i vari cambi di line-up interni, è sulla scena musicale internazionale ormai da oltre vent’anni, anche se hanno raggiunto la fama mondiale solo dal 1997 con l’album For the Punx (titolo semplice quanto efficace!) e ancora di più dal 2004 con On the front line da cui è tratta tra l’altro Unknown soldier, che a tutt’oggi rimane probabilmente il loro pezzo più conosciuto ed universalmente acclamato da chi li segue, insieme forse a We are all we have, tratta dall’omonimo album del 2009.
Sul palco dell’INIT, dicevamo, la band appare in piena forma, matti come sempre, ma più per provocazione e voglia di sfogare la rabbia e vomitare le ingiustizie che per assenza di pensiero costruttivo.. anzi !Infatti ne approfitterei un attimo per chiarire una volta per tutte che l’associazione creste e borchie = anarchia senza fondamento o peggio ancora tendenze naziste che ancora fanno in automatico tanti mentecatti è assolutamente insostenibile e da sfatare. Per carità, band di ispirazione simile certamente esistono ma rappresentano una frangia estremamente marginale, ed anche parecchio lontana ideologicamente, dal totale delle band con questo tipo di look e di ritmica veloce, secca e dritta al punto, i riff semplici ma martellanti ed il cantato quasi in scream.

Ecco, i The Casualties sono esattamente la prova di quanto ho appena detto, e tutto ciò è ancora più lampante nel loro ultimissimo lavoro, dall’eloquente titolo Resistance, che hanno da pochissimo ultimato e che stanno presentando proprio in  questo tour europeo. Si tratta di 15 (ben quindici eh !) brani all’insegna della denuncia sociale motivata e costruttiva, e ben lontana dal rigurgito e dal vomito fini a se stessi a cui i mentecatti di qui sopra legano indissolubilmente (e nella grandissima parte dei casi erroneamente, niente di più lontano dalla verità) tutte indistintamente le sonorità punk.
Infatti, si parla in quest’album della situazione di potere e soggiogazione dei grandi gruppi finanziari e di borsa internazionali sui cittadini impotenti e quasi marionette di un teatrino nelle loro mani, nonché della violenza sempre più spesso gratuita o comunque assolutamente sproporzionata degli agenti di polizia nei confronti dei manifestanti, in “tutti” i Paesi occidentali, ed in generale in tutti i Paesi nei quali manifestare è (ancora) – più o meno – consentito. Argomento quest’ultimo per ovvie ragioni di estrema attualità anche qui in Italia, e di grandissimo interesse a mio parere. (Non è questa la sede per parlarne ma da dire ci sarebbe tanto, ed in altri contesti mi auguro che nessuno di voi manchi di farlo o quantomeno di cercare di capire).

Tanto per darvi un’idea di che cos’è quest’album, e quindi del loro percorso come individui oltre che musicisti, la critica americana (Consequence of sound reviews n.d.r.) lo ha definito “one of the most balls-out rock albums ever addressing the situation”.
Perdonatemi la breve ma doverosa digressione, e, tornando al live di ieri sera nello specifico, hanno sfornato tutti i loro successi più attesi: tra tutti, oltre alla già citata Unkown soldier, anche la trascinantissima Punk Unite, la “not politically correct” Get off my back, sulla quale (e da lì in poi fino alla fine) fanno salire sul palco metà del pubblico, tra cui troviamo chi il suo didietro lo mostra veramente, chi fa a spallate ridendo indistintamente con l’amico di fronte o con i membri della band, e chi “più semplicemente” si rotola letteralmente a terra sul palco. 
Ehhh beh !!
In pochi secondi, il tempo forse che si impiega ad ordinare un drink, il palco è già gremito di una folla rumorosa, molto ubriaca e molto entusiasta.
Loro comunque continuano quasi impassibili, ed anzi piuttosto divertiti, passando a cantare poi l’amore- a-modo-loro con Punk rock love, molto sentita ed anche profonda ma ovviamente condita da qualche immancabile “heyy motherfuccckkkerrr !!” qua e là; per arrivare poi abbastanza velocemente poi all’attesissimo finale We are all we have. Dico abbastanza velocemente non perché abbiano suonato poco, anzi più di un’ora senza mai fermarsi neanche per un bicchier d’acqua (mattissimi!) ma questo tempo è letteralmente volato. Ecco, avete presente quando aspettate qualcuno che non arriva mai o siete alle prese con un lavoro noiosissimo? Bene, immaginatevi esattamente l’opposto sia come sensazione, grazie all’adrenalina che trasmettono, sia come velocità delle lancette dell’orologio.
Tirano fuori il livello di schifo e di sfruttamento che caratterizzano la nostra epoca con un tale carisma ed un modo di fare che va dritto al punto come pochi altri sono in grado di fare. Il frontman Jorge Herrera, in particolare, è proprio l’incarnazione di tutto questo: prendete dei testi all Joe Strummer o Mick Jones e metteteci quel modo di ringhiare e vomitare verbalmente alla Johnny Rotten ed ecco ci siete quasi. Inoltre, quanto accennavo prima rispetto al potenziale dei Casualties e della loro originalità si riferisce al fatto che le sonorità appena descritte, e più tradizionali del punk, si accompagnano ad altre più aggressive e distorte: applicano al suono del punk della fine degli anni settanta pesanti sonorità di batteria e distorsioni di chitarra tipiche di formazioni della New Wave of British Heavy Metal, ed in generale accenni trash metal, ma spesso neanche tanto accenni.
Un live degno di nota e di follia, ed un INIT Club carico di calore umano e voglia di darci dentro più che mai.
Un ringraziamento a tutto lo staff, sia per l’organizzazione sia per il calibro dei nomi proposti in ogni stagione.

Un ringraziamento speciale allo staff dell’INIT Club per averci ospitato durante questo evento


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