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Tim Burgess live @ Circolo degli Artisti (testo di Flavio Centofante, foto di Roberto Panucci)

Tim Burgess, ex leader dei grandissimi Charlatans, gruppo di punta della scena inglese di inizio anno novanta, nove anni fa era uscito col suo primo album solista, I believe. L’impressione fu subito questa: Tim voleva fare qualcosa di diverso rispetto al passato, e ci riuscì bene. Molto buona è anche la nuova prova del 2012, Oh no I love you, sempre in linea con il nuovo corso sonoro intrapreso. Lo stesso approccio è visibile sul palco del Circolo degli Artisti. Rispetto ai tempi di The only one i know, ora le melodie sono più aperte e pronunciate, meno psichedeliche o impastate. La resa dal vivo è ottima e vigorosa. Il modo di cantare e di suonare, tuttavia, è più leggero, e spunti interessanti si possono cogliere negli arrangiamenti che portano l’autore a esplorare certe sonorità che mai aveva toccato prima.

Solo una cosa non è cambiata rispetto al passato: la zazzera di cuoio capelluto quasi sopra agli occhi con la quale si presenta. Del resto questo era lo stile del periodo della mitica Madchester, quel taglio di capelli ce lo avevano anche Ian Brow degli Stone Roses e un paio degli Inspiral Carpets; ecco, quello, almeno quello, è rimasto. Con lui sul palco anche il bravo chitarrista dei Charlatans e suo compagno d’avventure, Mark Collins, più Finnian Kidd. La serata è bella ed emozionante, per un pubblico non eccessivamente numeroso; l’acustica è ottima e come sempre la grande sala del Circolo degli Artisti è un posto piacevolissimo dove passare un paio d’ore.

Assistiamo ad un grande saliscendi di pezzi tratti dal suo ultimo album e vecchi successi, e fa piacere vedere che l’energia cresce col passare dei minuti. Tornano alla mente i vecchi video di lui che cantava e ballava come un forsennato; bene, e così ci appare adesso sul palco: quasi non si nota che sono passati vent’anni. 

Solo i pezzi del nuovo album, presentati con passione evidente, ci fanno tornare al 2012: le tinte slowcore di A Case For Vynil, Tobacco Fields, A Gain; le atmosfere acustiche di Tellin’ Stories e Us And Us Only, il soul di The economy e di The great outdoor. In generale, il filo conduttore dei brani e del modo di proporli al pubblico sta nel gusto pop delle melodie e degli arrangiamenti, lasciando sempre un po’ di spazio ai ritmi e ai ricami di chitarra. Dal vivo, questa semplicità mista alla ben nota creatività artistica di Burgess ha il suo bel fascino. Unico punto dolente, la durata non lunghissima del concerto. Ma queste sono cose meno importanti rispetto alla fortuna di vedere dal vivo, dopo tanti anni, ma senza che abbia una faccia diversa o invecchiata, uno degli artisti storici di quella scena colorata  che poi avrebbe dato vita involontariamente all’esplosione del brit-pop.  Uno dei grandi vecchi, che però vecchio ancora non è: la scorza è sempre quella, i movimenti di mani e occhi pure. La voce si fa gustare anche se è cambiata un poco. Oh, e i capelli. I capelli come già detto non sono cambiati di una virgola.


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