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Death in June live @ Orion live club (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Solita cornice d’eccezione per una serata davvero piena ed emozionante; Orion live club per essere precisi, affluenza abbastanza numerosa a riempire il parterre e gran parte degli spalti rialzati, sfruttando l’elevata visibilità che si può apprezzare solo in questa location. Protagonisti della serata i Death in June, band Britannica fondata nel lontano 1981 dall’inesauribile vena artistica di Douglas Pearce, accompagnata per l’occasione da un altro splendido gruppo made in Italy: Spiritual Front, che hanno il piacere di aprire la serata. Avevamo già incontrato gli Spiritual Front nel cartellone di Nel Nome Del Rock 2011, quando Relics era ancora un embrione nelle nostre teste, e già allora avevamo avuto la stessa idea: sound impeccabile e voce avvolgente, un Rock sinuoso, morbido e cristallino.  

Simone “Hellvis” Salvatori (frontman e fondatore della band) imbraccia la sua celebre chitarra folk (dodici corde di ottima acustica) e prende in mano la sua band, trascinandoci tutti attraverso un viaggio musicale che passa per fermate Dark, Folk e Rock di un certo livello. La compattezza acustica regalataci dal loro set è impressionante, come detto in passato, la conformazione circolare dell’Orion live club rende tutto più difficile, e spesso il lavoro di fonici e staff vario gioca un ruolo fondamentale. Anche stavolta si è trattato di un ottimo risultato, concedendo agli Spiritual Front un’esibizione davvero oltre la media.
Le aste dei microfoni, le meccaniche della batteria ed altri spigoli del palco, vengono vestiti da una miriade di lumi elettrici tra il natalizio ed il malinconico, utili ad aumentare un’atmosfera già carica di serena e distesa poesia. Andrea Freda (batteria) e Giorgio Maria Condemi (chitarra) siedono alla sinistra di “Hellvis”, unico membro della band in piedi, alla sua destra un fin troppo composto Federico Amorosi (basso e cori), formazione ormai collaudatissima che non ha neanche bisogno del contatto visivo se non con il pubblico, che da parte sua dimostra un calore davvero invidiabile. 

La voce di “Hellvis” suona perfettamente in sintonia con il resto degli strumenti, lasciandoci l’impressione che ogni brano è stato accuratamente scritto e suonatto attorno ad essa, uno su tutti Jesus died in Las Vegas. Chi non li conosceva ha avuto sicuramente un impatto acustico e visivo di ottima resa, anche se a guardarmi intorno, credo siano davvero pochi, si potrebbe quasi dire che la maggior parte del pubblico s’è riunita all’Orion per loro. 
Il palco viene ridisegnato per l’arrivo dei Death in June, vestendo i panni del tempio proibito, additato da molti come filonazista per via dei simboli raffiguranti un teschio con delle ossa incrociate (effettivamente molto simile allo storico emblema delle SS). In realtà, oltre alla provocazione mediatica che ne scaturisce, ci sono delle differenze fra il simbolo dei Death in June ed il Totenkopf (utilizzato già dai Prussiani di Federico il Grande): il teschio di Pearce, che presenta un leggero sorriso, simboleggia la parola Morte (Death), ed è affiancato dal numero 6 (Giugno) che molti spesso neanche vedono. Dopo questo doveroso preambolo, passiamo al live vero e proprio; Pearce compare sul palco vestito con la solita mimetica e con la ormai consueta maschera che è ormai un vero e proprio simbolo dei Death in June, anche se in realtà, lo stesso Douglas Pearce praticamente “è” i Death in June

La band non è mai stata davvero una band, e tolti i primi periodi con Patrick Leagas e Tony Wakeford (ormai uno sbiadito ricordo), si è quasi sempre trattato di collaborazioni limitate ad un certo lasso di tempo, fra sperimentazioni varie e problemi più o meno di carattere personale mai verificati. Questo è quanto accade quando una band si regge sul peso delle idee irremovibili e sul talento di un vero genio che ne diventa il fulcro principale, libero di smontare e rimontare il suo personalissimo giocattolo a proprio piacimento (un po’ quello che accadeva con Robert Fripp ed i suoi King Crimson, senza alcun paragone di altro genere ovviamente). 

I Death in June (restano comunque un gruppo anche per convenzione) appaiono marziali e statuari, proponendo i loro soliti vagiti Neo-Folk, iniziando con tamburi sommessi e cadenzati ed imbracciando (anche stavolta) una chitarra acustica puramente folk. La maschera viene tolta dopo pochi brani, lasciando intravedere il volto di Douglas P. sotto gli occhiali da sole ed il cappellino vagamente militare, liberando meglio anche la sua voce inconfondibile. Tra brani vecchi e nuovi, i Death in June non si sono risparmiati affatto, anche se nel complesso, restano sempre in bilico fra il compassato annoiato e la vecchia gloria in cerca di nuova luce. Il pubblico risponde bene, attento e concentrato fino alla fine, anche se personalmente ho percepito un calore maggiore per l’esibizione degli Spiritual Front, e come direbbe qualcuno “Itaglians du it bèter!”.  


Un ringraziamento a Daniele Mignardi Promopress Agency ed Orion live club per averci ospitato durante questo evento



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