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Josephine Foster live @ INIT Club (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Una voce sorprendete, carica di dolcezza e tecnica, cristallina ed acuta, mai uno sforzo nel respiro, mai un‘incertezza. Il talento vocale della cantautrice statunitense Josephine Foster si potrebbe riassumere in queste poche parole, ma in realtà c’è molto di più.
Siamo all’INIT Club di Roma, e la colonnina di mercurio oscilla tra gli zero gradi e poco più, forse anche per questo, l’affluenza non è delle migliori; forse si arriva ad un centinaio di unità, un vero peccato in effetti, anche se lo spettacolo proposto dalla Foster non è certamente per tutti. Serve un palato fino ed un orecchio allenato alle sonorità post-folk, attributi che nel dilagante mondo del cosiddetto “Indie”, sembrano ormai merce rara, soprattutto quando sul palco non c’è altro che un favoloso set acustico.
Il suo ultimo album Blood Rushing (Fire 2012) ha riportato la cantautrice indietro nel tempo, raccogliendo un gran numero di plausi da parte dei suoi vecchi fan ed una buona dose di nuovi appassionati del genere. 

Il live di questa sera non presenta band di apertura, lasciando tutto lo spazio per Josephine e la sua band, poca amplificazione per un set che rasenta l’Unplugged, dove un solo microfono ambientale per strumento (batteria inclusa) ed una splendida Jaguar, rappresentano il minimalismo elettrico di questa serata. Da Waterfall a O Stars, passando per Underwater Daughter e Panorama Wide, il grosso del nuovo disco è pressochè presentato, con un pizzico di ritmo appena percettibile ed un melenso accompagnamento di sinuosa chitarra elettrica, tanto per dare corpo al normale accompagnamento classico che solitamente fa da cornice alla voce ammaliante della Foster.

Violino, chitarra classica ed appunto, la voce di Josephine faranno il resto, tanto da ottenere un vero e proprio silenzio durante ogni brano, ed il pubblico si limita ad attendere l’ultimissima nota di ogni canzone prima di applaudire convinto. 
C’è anche spazio per brani più datatti, Indelible Rainbows e The Lap of Your Lust (This Coming Gladness, 2008) ma anche Wave of love, tornando alla poesia ed alla passione quasi recitata dalla presenza leggermente distaccata della Foster.

A dire la verità, non me la sento di etichettare questa performance come qualcosa di distante dal Rock, del resto siamo sulle orme del primo Bob Dylan, anche se manca quella componente massiccia di blues che in questo caso verrebbe sostituita da un folk decisamente d’avanguardia, non così lontani dallo stile cantautoriale di quella Joan Baez che impegnò il palco del più grande festival di sempre (Woodstock). In conclusione, rara possibilità di ascoltare dal vivo una simile artista, capace di spazzare via il recinto che divide la cosiddetta “musica colta” dalle tradizioni folk popolari, lasciando estasiati i propri fan e non solo.  

Il live chiude con Mother Nature, una sorta di preghiera a “Madre Natura” in cui tutta la band (ed alcuni ospiti giunti dal parterre) si inginocchia di fronte ad un set improvvisato di tamburi, intonando una cantilenante nenia volgente al tribale. Chiusura d’effetto, molto coinvolgente e carica della consueta poesia che ha pervaso la sala dell’INIT Club per tutto il concerto.

Un ringraziamento speciale allo staff dell’INIT Club per averci ospitato durante questo evento


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