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Mistery Jets live @ Circolo degli artisti (di Laura Dainelli)

Davvero interessante e divertente oltre le aspettative questa serata all’insegna del “brit-rock”.

Infatti i Mistery Jets si presentano come  “pure brit rockers” in tutto e per tutto: dal look alle sonorità, così malinconiche ma al tempo stesso con riff di chitarra notevoli e mai banali, e soprattutto sono stai in grado, nell’evoluzione del loro percorso musicale, di arricchire delle sonorità tipicamente indie-rock contemporanee e ai limiti del banale con altro tipo di sonorità, più tipicamente folk anni 70, ed a elaborarle insieme, aggiungendo dei riff di chitarra e basso interessantissimi e particolari, per un risultato finale assolutamente coinvolgente e molto molto lontano dalla banalità musicale o dal “già sentito” di qualsiasi genere.
I loro pezzi più famosi, quali ad esempio Someone Purer e The Hale Bop, testimoniano anche l’abilità con la quale riescono ad accompagnare i loro jeans anni 90 strappati sulle ginocchia, piercing e capelli sconvolti  alla “Clash-period” con uno stile non altrettanto scontato, e malinconico ma al tempo stesso con accenni country che in pezzi come questi come questi sono anche molto sentiti ed infatti portano il gremito pubblico a ballare e cantare, un po’ come se ci fossero i Beatles, i Bee gees e i Counting Crows nella stessa stanza.
C’è anche molto dei Police nel loro stile, ma dei primissimi periodi intendiamoci… quelli in cui Sting aveva ancora tutti i capelli
Durante il live risulta estremamente affascinante l’alternanza di questo genere di pezzi con altri molto più simili a una brit ballad dei Blur o dei Radiohead, quali su tutte The nothing, Radlands e Lost in Austin.
Ecco, queste ultime due meritano in effetti una menzione speciale e di essere guardate un pochino più in profondità ed in qualità di frutto dell’esperienza americana della band: un’esperienza quasi mistica e sicuramente interiormente sconvolgente per come la descrivono gli stessi membri del gruppo. Infatti, nel 2011 per registrare il loro ultimo album si sono trasferiti tutti e quattro insieme per diversi mesi nella Westlake area vicino a Austin, con uno studio di registrazione allestito all’interno di una casa padronale e molto suggestiva ma altrettanto isolata e sulle rive del fiume. Una scelta forse estrema ma indubbiamente di grandissima ispirazione e che ha aiutato infatti ad entrare in contatto con le loro sensazioni più vere ed a produrre infatti un album (Radlands appunto, n.d.r.) che ha finalmente pacificato anche la critica che fino a quel momento era stata con loro più feroce, accusandoli di fare musica sullo stile indie-romantico scontato e quasi melenso. Ma loro non ci stanno a queste critiche ed infatti hanno assorbito le sonorità country delle grandi distese americane, ma anche il silenzio che in esse si respira (il che sembra un paradosso ma non lo è), aggiungendo anche un imprinting di cori gospel in diversi pezzi, ed il connubio di tutto questo li ha resi musicisti dalla straordinaria personalità e non solo dei bambocci belli e biondi e finti alternativi come tanta critica inglese fino a poco tempo fa si ostinava a dipingerli e a raccontarceli.

Riuscite a immaginare le grandi distese americane assolate e silenziose, un po’ d country in riva al fiume di una piccola comunità che è felice di vivere con poco ? Ecco, aggiungete mobili di legno, stradine dissestate,rifugi verdi e ruscelli quasi introvabili, un po’ di folk e di chitarre alla Neil Young o anche alla Paul McCartney ed avrete una vaga idea delle atmosfere di Radlands, il loro ultimo lavoro, generato proprio in un simile contesto. Ultima chicca in proposito: questo titolo dell’album è un mix tra Badlands, film del 1970 di Terrence Malik e Redlans, la proprietà di Keith Richards nel Sussex.
Last but not least,i Mistery Jets sono anche molto simpatici, hanno interagito con il pubblico in modo assolutamente semplice ed amichevole, molto sorridenti ed alla mano, e quindi anche altrettanto lontani dallo stereotipo del musicista inglese alla Liam Gallagher che se la tira e ha lo sguardo perennemente seccato, e magari anche con qualche grugno, sputo o borbottio qua e là.

I Mistery Jets (solo “Jets” per i fan più accaniti, n.d.r.) possono sicuramente evolversi ulteriormente, ma sicuramente continuando su questo percorso possono riservare al grande pubblico, ed a chi ancora non li conosce, decisamente belle sorprese.
Concluderei quindi con un applauso a Blaine Harrison(voce, chitarra e tastiere), Henry Harrison (testi, tastiere), William Rees(chitarra, voce) e Kapil Trivedi (batteria).

Un ringraziamento speciale allo staff del Circolo degli Artisti e Kick Agency per averci ospitato durante questo evento


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