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Gallon Drunk live @ INIT Club (testo e foto di Stefano D’Offizi)

Ad appena un anno dalla scomparsa di Simon Wring, compianto bassista della band, i Gallon Drunk tornano a calcare i palchi di mezza Europa per suonare dal vivo il loro ultimo album (The road gets darker from here, 2012) dedicato proprio al compagno scomparso. 
La sala dell’INIT Club si prepara ad accogliere l’ennesimo artista internazionale tra le proprie mura, proponendoci in attesa della headliner, un progetto del tutto differente: Mushy.
Perfettamente a suo agio al centro di un palco in penombra, debolmente illuminata da fioche luci ora azzurre ora rosse, Mushy (Valentina Fanigliulo) si lascia avvolgere da una sincronia di suoni sospesi nel vuoto. Voce calda e cristallina, pesantemente effettata da delay e riverberi in puro stile new wave, con un pizzico di sperimentazione nei suoni spaziali riprodotti da sintetizzatori e drum machine. Anche Mushy presenta l’ultimo album (Breathless, 2012) che ha raccolto ottimi risultati dalla critica europea, sempre più pronta ad un ascolto aperto ed attento ad ogni genere di prodotto originale. 

Per quanto mi riguarda, non si tratta di uno show particolarmente movimentato, anche se di un’ottima resa nell’insieme, forse leggermente ripetitivo e poco adatto ad aprire il live ai Gallon Drunk. La qualità c’è e si sente, purtroppo il pubblico è ancora abbastanza sparuto, e la platea non risulta tra le più calde, nonostante questo tutti appaiono immersi in quella frenetica miscela di suoni elettronici, perfettamente avvolti in quel groviglio di atmosfere astratte.
Poco altro da aggiungere se non che Mushy sarebbe sicuramente più adatta ad aprire a band del suo stesso genere (Matmos, Youarehere, Musica da Cucina e perfino Toot).
Voltando pagina, i fantastici Gallon Drunk, e si comincia da subito a respirare un’aria diversa.
La platea rimane comunque mezza vuota, una sessantina di persone pronte a dimostrare la propria presenza urlando ed applaudendo non appena il frontman, James Johnston si materializza sul palco. Reduce da collaborazioni importanti tra cui la comparsata con il celebre Nick Cave ed i suoi Bad Seeds, e la più recente e duratura con Lydia Lunch (già seguiti da Relics circa un anno fa su questa pagina).
 

Affiancato da Terry Edwards (sax e tastiere), Ian White (batteria) e Leo Kurunis (chiamato a sostituire la perdita di Simon Wring al basso), Johnston non sembra mostrare troppi segni dovuti all’età e si agita (o meglio “esagita”) saltando da una parte all’altra del palco, maltrattando le sue stratocaster ed urlando senza riserve. Le influenze dovute alle frequentazioni del già citato Nick Cave si sentono eccome, anche se lui stesso ha dichiarato apertamente il proprio apprezzamento per la band di Johnston (“Gallon Drunk? Cool as fuck!”) che ovviamente ha fatto lievitare l’interesse degli amanti del genere sui Drunkers, gettando nuova luce su brani come You made Me, Killing Time e The Perfect Dancer.
Il live scivola via un brano dopo l’altro, senza grandi pressioni da parte di un pubblico non molto numeroso ma assolutamente presente, in grado di caricare i Drunkers e spingerli fuori per un bis genuino, per una volta richiesto davvero dal pubblico e non di tradizionale proforma come accade spesso. 

The road gets darker from here non ha registrato grandissime vendite per il momento, anche se con questo tour si prevedono risultati migliori, almeno quanto meriterebbe, ed i Gallon Drunk possono tranquillamente dire di essere davvero tornati.

Un ringraziamento speciale allo staff dell’INIT Club per averci ospitato durante questo evento


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