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Edible Woman – Nation – Santeria/Audioglobe, 2013 (di Stefano Capolongo)

Era un po' di tempo che non mi capitava per le mani un lavoro di questo genere. Non parlo di genere musicale, anche se questo Nation degli Edible Woman ne possiede svariati l'uno dentro l'altro, ma di genere umano. Il terrificante (in senso positivo)artwork parlà già di una rinascita, di un nuovo mondo bramato da uomini resi deformi da catastrofi mediche e umane: non è dunque un caso leggere queste parole sul loro sito ufficiale "NATION è un disco che cerca di fotografare il momento esatto in cui qualcosa sta per esplodere. Parla della fine di un modo di…

Score

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ARTWORK
POTENZIALITA'

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Era un po’ di tempo che non mi capitava per le mani un lavoro di questo genere. Non parlo di genere musicale, anche se questo Nation degli Edible Woman ne possiede svariati l’uno dentro l’altro, ma di genere umano. Il terrificante (in senso positivo)artwork parlà già di una rinascita, di un nuovo mondo bramato da uomini resi deformi da catastrofi mediche e umane: non è dunque un caso leggere queste parole sul loro sito ufficiale “NATION è un disco che cerca di fotografare il momento esatto in cui qualcosa sta per esplodere. Parla della fine di un modo di vivere e di analizzare la realtà, nell’attesa di nuovi e alternativi modi di pensarsi e relazionarsi col mondo al di là dei propri personali confini”.
Andandoci poi ad immergere nella lucida follia del disco, veniamo investiti da un alt-rock che si radica nella psichedelia e nella new(dark)-wave, generi già ravvisabili nell’introduttiva Heavy Skull che lascia spazio a ritornelli e giri di chitarra ordinati e memorizzabili come nel caso di Safe and sound o ancor più nella bellissima Psychic Surgery che, sorretto da un’intelaiatura chitarristica quasi matematica, spiega un concetto alla stessa maniera di Ian Curtis ma senza una dichiarata volontà di emulazione. Stessa vocalità si riscontra nella successiva A hate supreme brano più movimentato e sorretto da divertenti intermezzi pianistici.
L’aumentare del ritmo accresce la sensazione di oppressione che esplode con Call of the west/Black merda e il suo testo così crudo (I’m alive, don’t have soul, got no gods, got no gold, i’m the devil and I scream) che però segna un punto di rottura, dopo il quale sembra essere usciti dalla downward spiral e si ritrova una certa serenità. Il fischiettìo in The action whirlpool rappresenta nuovi mondi e nuovi confini proiettati in un futuro prossimo diverso. Detto ciò la traccia di chiusura non poteva chiamarsi in altro modo che Will (after all tehse years, after all these years, after all this fight against the will, can you still see clear?).
Non si esce vivi da Nation e dalle sue architetture spettrali e singolari. Gli Edible Woman, arrivati al quarto disco, sono riusciti a catturare il pubblico e a tenerlo incollato alle cuffie come si starebbe davanti ad un film dell’orrore, traducendo molto bene in musica l’alienazione e poi la redenzione (non sappiamo quanto casuale) della protagonista Marian in “The edible woman” di Margaret Atwood.
Tracklist:
 
1. Heavy skull
2. Safe and sound
3. Psychic surgery
4. A hate supreme
5. Cancer
6. Money for gold
7. Nation
8. Call of the west/black merda
9. The action whirlpool
10. Will


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