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Dinosaur Jr. live @ Blackout rock club (testo di Flavio Centofante, foto di Salvatore Marando)

Negli anni che precedettero la morte del grande trombettista jazz Chet Baker, figura romantica e strafatta d’eroina, tutti suoi concerti erano sempre pieni nonostante spesso le sue esecuzioni non fossero esattamente memorabili. Questo perché, più che la sua musica, la gente veniva a vedere lui, in piedi sul palco, figura più leggendaria che umana, fra la vita e la morte. Con questo non voglio affatto dire che J Mascis dei Dinosaur Jr si trovi sulla stessa barca di Baker: però è ovvio che gran parte del pubblico presente al Blackout sia arrivato per vedere la leggenda in persona: il piccolo dinosauro, un gruppo assolutamente stratosferico se parliamo del passaggio del rock dalla fine degli anni ottanta all’ inizio dei novanta. A quel tempo gruppi come Nirvana e Pearl Jam, e il resto del bus del grunge, stavano per diventare, volenti o nolenti, delle stelle planetarie. I Dinosaur Jr si erano attaccati illegalmente al bus con uno skateboard, mantenendo così la loro aura romantica e, tutto sommato, rilassata.

J Mascis (che alcuni dicono di aver visto vagare insieme agli altri due membri del gruppo per la Casilina un’ora prima del concerto abbastanza disorientati, forse cercavano di scorgere il Colosseo) si presenta sul palco alle dieci e mezzo con i suoi capelli lunghi e albini, gli storici occhialoni da vista e una maglietta dei Wipers. Non è cambiato nulla dal 1988, né l’approccio nè le influenze. Questa è gente che ha conosciuto e suonato direttamente con gente come Thurston Moore, Black Francis, Kurt Cobain e Bob Mould. E’ questa l’aura di leggenda della quale parlavo. Il live è, ovviamente, incendiario. Lo facevano presagire quelle decine di temibili amplificatori Marshall/Fender fermi sul paco prima che la band arrivasse, misti a tutti quegli asciugamani da mandria pronti all’uso. Basso e batteria indossano una camicia nera e vellutata, che già a metà live sarà appiccicata sulle loro pelli per i litri di sudore spruzzati fuori dai corpi. J Mascis non si atteggia né guarda troppo il pubblico. In tutto il live dirà al massimo un paio di parole. Lo sguardo è svampito e memorabile come ai vecchi tempi. I suoi capelli bianchi ondeggiano coprendo un poco il suo viso e la barba. Un tizio gli urla: “’A bionda!”.

Alle volte pare un vecchio babbione un po’ smemorato e fatto di erba, ma quando vedi quelle dita sulle corde, e senti quei suoni forti, sporchi, che sputano fuori nebulose di rock leggendario, resti di sasso. Il cantato viene sovrastato completamente dal muro di suono squirtato dagli amplificatori. Basta la primissima nota di The lung per annientare la sala e far risorgere i cuori, dei ventenni-trentenni-quarantenni della sala. Probabilmente J Mascis sa che c’è sempre una nuova generazione perduta per la quale cantare: quelle non mancheranno mai. Anche stasera suona per loro. Suona per ricaricare le anime, e per il grande impulso romantico e distruttivo tipico della nostra specie. Pezzi come Don’t Pretend You Didn’t Know, Watch the Corners, Rude, Feel the Pain, Start Choppin fanno fuori il senno del pubblico, e ai timpani viene attentato sempre di più. Lo svampito J Mascis non cade all’indietro sul palco grazie alle note ciccione che escono dagli amplificatori e lo sorreggono. La batteria che apre la leggendaria Little Fury Things fa crollare tutto quanto, parte un pogo violento ma divertito, al quale partecipano tanti ragazzi e ragazze. A sorpresa, ci sono anche due cover, Just Like Heaven dei Cure e Training Ground dei Deep Wound, molto belle e riadattate splendidamente.

Quando poi butti un’occhiata allo sguardo di J Mascis, ti accorgi che in realtà è perfettamente lucido, che sta facendo quello che ha sempre fatto perché è l’unica cosa logica da fare. Suonare rock, alzare i volumi, possibilmente al massimo, e farcela ancora una volta, per lui e tutti quelli che, anche questa sera, sono sotto il palco. Ma cazzo, avete mai realizzato quanto semplice eppur meravigliosa sia la COSA generata da una chitarra, un basso e una batteria?


Un ringraziamento speciale a Bigtime e Blackout Rock Club per averci ospitato durante questo evento


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