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Vampire Weekend – Modern vampires of the city (XL, 2013) di Fabrizio Necci

A tre anni di distanza dall’uscita di Contra, che mise d’accordo pubblico e critica, i Vampire Weekend escono con un nuovo album. La differenza sostanziale con i precedenti lavori si può ammirare già dalla copertina, scattata a New York da Neal Boezi il 24 novembre 1966, giornata con il più grande tasso di inquinamento nella storia della città. La cover è la prima affermazione di come i tempi siano cambiati, che il college sia finito ed i quattro ragazzi siano maturati non poco. Modern Vampires Of The City è un album intenso, introspettivo ed a tratti oscuro, abbastanza distante dall’immagine che avevamo della band, fatta di sneakers bianche e polo colorate. La lavorazione è partita dal 2011, quando due membri della band: Rostman Batmanglij ed Ezra Koenig buttavano giù le nuove idee per il disco, migliorato dall’incontro con Ariel Rechtshaid già producer di Major Lazer e We are scientists, che ha capito perfettamente le esigenze della band e si è rivelato qualcosa in più di co-producer. La band ha anche girato una serie di video divertenti, prima dell’uscita, insieme all’attore/regista Steve Buscemi (parente di Chris Baio, il bassista del gruppo), che in situazioni bizzarre, come al bowling o nella metropolitana di New York, li aiuta ad ottenere più popolarità dinnanzi a persone che ignorano la loro esistenza. Il disco si apre con Obvious Bicycle, un pezzo che ci fa subito intuire il cambiamento di stile rispetto agli album precedenti, grazie alla presenza di un suono caratterizzato soprattutto dal pianoforte, Batmanglij ha infatti affermato di aver ascoltato molta musica classica, ed i

riferimenti non tardano ad arrivare. Unbelievers alza l’asticella del ritmo e ci riporta verso sonorità molto simili a quelle di Contra e Vampire Weekend, con una batteria incalzante ed i classici synth, molto comuni a chi conosce la band. Il testo non è banale, pieno di quell’ironia tipica dei quattro “I know i love you, you love the sea”. Step potrebbe benissimo essere la colonna sonora di un film di Wes Anderson, estremamente elegante e carica di riferimenti sonori, al passato e al contemporaneo. Diane Young è un pezzo che potrebbe benissimo provenire dagli anni 80, ai quali strizza l’occhio, caricata da synth e voce sapientemente modificata. Don’t Lie e Hannah Hunt sono due ballad molto delicate, parlano d’amore in modo semplice e diretto. Finger Back è il simbolo del legame con il passato della band, un grande ritmo e chitarre che suonano come ai vecchi tempi. Worship You è un pezzo piuttosto anonimo, che stona con il resto del lavoro. Ya Hey è una canzone

molto importante, le toccate e fuga alla Bach sono intervallate da un canto jodel e da cori africani, una bella idea all’insegna della sperimentazione che si esprime al meglio proprio qui. Hudson ci conduce un po’ troppo lentamente verso il finale e Young Lion farà sì che verremo catapultati in un’atmosfera soave, cullati da una melodia anni 60. Modern Vampires of The City è un album importante, che segna una maturazione del quartetto e lo porta verso nuovi orizzonti. Il disco non ha un vero e proprio filo conduttore, le canzoni seguono stili differenti e possono essere ascoltate tranquillamente senza una determinata logica. Forse qualcosa, nell’impianto finale più che positivo, risulta un po’ stonato e rivedibile. Senza dubbio però la band si prepara a compiere il grande salto, allargando il proprio target e confermandosi su livelli altissimi nel proprio genere.


Tracklist:
1. Obvious Bicycle
2. Unbelievers
3. Step
4. Diane Young
5. Don’t Lie
6. Hannah Hunt
7. Everlasting Arms
8. FInger Back
9. Worship you
10. Ya Hey
11. Hudson
12. Young Lion


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