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Wonder Vincent – The Amazing Story of Roller Kostner, Cura Domestica, 2013 (di Laura Dainelli)

L’album si presenta come un riuscitissimo mix di suoni blues, stoner e rock’n’roll, ma con una grinta tipica dell’hard rock.Si respira un’atmosfera profondamente "on the road", come fare un coast-to-coast negli Stati Uniti fermandosi a visitare di tutto il Paese solamente i rock-club storici più fumosi ed affollati di vecchie e nuove glorie e di sfumature di rock che pensavi esistessero solo nei dischi e che hai sempre sognato di assaporare dal vivo. E invece? Invece sono tre giovani ragazzi umbri. Questo la dice lunga su quanto possono essere geniali nel loro approccio alla musica.A cominciare dall’apertura del disco…

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L’album si presenta come un riuscitissimo mix di suoni blues, stoner e rock’n’roll, ma con una grinta tipica dell’hard rock.Si respira un’atmosfera profondamente “on the road”, come fare un coast-to-coast negli Stati Uniti fermandosi a visitare di tutto il Paese solamente i rock-club storici più fumosi ed affollati di vecchie e nuove glorie e di sfumature di rock che pensavi esistessero solo nei dischi e che hai sempre sognato di assaporare dal vivo.

E invece? Invece sono tre giovani ragazzi umbri. Questo la dice lunga su quanto possono essere geniali nel loro approccio alla musica.A cominciare dall’apertura del disco che si intitola Semen Waterfall, dove il ritmo è incalzante, la voce leggermente sporca e graffiante al punto giusto, ci sono dei momenti in cui il ritornello strizza quasi l’occhio al rockabilly ma con una base musicale molto più grunge-rock.

Con Funk’O’Saursembra di stare in uno dei vecchi club americani dove sono nati psychobilly e punkabilly: fumosi, affollati e un po’ sinistri solo in apparenza, ma in realtà pieni zeppi di gente pronta a fare musica seriamente e senza paura di nuove sonorità, con tanta voglia di divertirsi ma anche di coinvolgere attraverso la loro musica più gente possibile nei tanti meandri particolari che la mente umana sempre riserva, ed a cui spesso la musica prova a dare voce e colore.My Little Bunny ha dei riff di chitarra nei primi secondi che ricordano il funk-country, per poi deviare pochissimo dopo verso un punkabilly vecchio stile, di quelli che al primo impatto non sai bene cosa pensarne ma che già al secondo non riesci a toglierteli dalla testa, ed al terzo ti hanno definitivamente conquistato e non vedi l’ora di riascoltare il pezzo a tutto volume. Potrebbe tranquillamente trattarsi di qualcosa che sia stato suonato a Woodstock ai bei tempi, se non fosse che i Wonder Vincent sono tutti ben più giovani. Peggy you Enterritorna all’atmosfera di una panca di legno in Arizona, vento nei capelli e tante chitarre e strumenti che si incrociano e si fondono perfettamente. Poi, proprio quando ti stai abbandonando a questa sensazione, chitarra e basso si fanno più decisi e graffianti, e sembra quasi di intravedere un Eddie Vedder nel video di Hunger Strike che passa con i capelli al vento che si scuotono al suono di tutto quello che ha dentro.

Piss &Love, chiarissimo e riuscitissimo gioco di parole, inizia con versioni provocatori quali addirittura “if you wanna know kill your mother”, in senso figurato naturalmente, per poi continuare con “to work out buy your mother”: un testo che se ascoltato con attenzione aiuta a riflettere su tante cose, su se stessi e sul modo inerme che si ha spesso di non reagire e lasciare che le cose ci capitino anziché viverle. Il motivo è uno di quelli che ti entra in testa in modosottile, non in modo irritante come le canzoncine pop, bensì come quei pezzi rock dove gli strumenti musicali si amalgamano così bene che il suono ti trascina dentro senza possibilità di evaderne, ti cattura volente o nolente attraverso suoni lunghi e solo in apparenza poco voluti. Il pezzo conclusivo è Venus in Darfur, altro titolo più che interessante e che lascia adito a diversi pensieri ed interpretazioni: i suoni tornano a richiamare il rock funk e quasi country, soprattutto nell’attacco iniziale, e poi nei vari riff a seguire che la riprendono.“This is the amazing story of Roller Kostner, he woke up in a morning and he was lost”: esattamente. E’ proprio qui infatti la sostanza e la vera essenza del disco: Roller Kostner è un ideale reduce di guerra che non a caso ha il nome simile ad una montagna russa. E’un vortice di ferite e mostri interiori, che si dimenano dentro di lui senza sosta, con atroci tormenti che sembrano troppo grandi da sconfiggere ed impossibili da rimuovere e non può far altro che sfogarli scrivendo canzoni. Solo così riesce a fare domande a se stesso e al mondo, a far anche solo intravedere un mondo interiore travagliato che la gente, benpensante e conformista, si rifiuta di accettare e preferisce relegare ai margini della società, perché gli fa più comodo così.
Ma ciò che è scomodo ritorna, non si allontana, non è quella la soluzione. I Wonder Vincent lo sanno, e sanno anche suonare come le più grandi band americane che giravano il Paese in tour con i loro camper, venendo acclamati ovunque ma soprattutto descrivendo un paesaggio dal punto di vista sia esteriore sia interiore, e cristallizzando delle emozioni di un certo spessore, quelle meno addomesticabili ma proprio per questo a volte così salvifiche.
I Wonder Vincent sono:
Andrea Tocci alla voce, Luca Luciani guitars/harp, Marco Zitoli bass/voce e Andrea Spigarelli batteria e percussioni.


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