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Alice in chains – The devil put dinosaurs here (Capitol, 2013) di Daniele Dominici

Se sei cresciuto negli anni novanta, non puoi non aver quantomeno sentito parlare di loro. Quei 4 gruppi di ragazzacci provenienti dalla stessa città di Jimi Hendrix, con camicie a quadri, capelli lunghi, incolti e scombinati. I quattro gruppetti senza futuro sono nientemeno che i carpentieri del Grunge: Nirvana, Soundgarden, Pearl Jam e Alice in Chains. Ognuno di essi è rimasto nell’immaginario dei fans per un motivo specifico (o forse più di uno). I Nirvana per il suicidio cruento di Cobain. I Soundgardenper il Superunknown. I Pearl Jam per il Pinkpop Festival del 1992. E gli Alice in Chains (Jerry Cantrell chitarra e cori, Mike Starr al basso, Layne Staley alla voce e Sean Kinney alla batteria) per l’overdose di Layne Staley, che gli costa la vita alla giovane età di 35 anni. Illustrare cosa passi tra la morte di quest’ultimo e l’album uscito il 28 maggio scorso è davvero impresa ardua ed a tratti coraggiosa. Staley stava agli Alice in Chainscome John Lennon allo spiritismo. Descriverlo, provare a elencare le sue qualità specifiche, vuol dire sistematicamente non rendergli giustizia. Basti questo: gli anni novanta sono per buona parte il cantato deliziosamente violento di ‘Them Bones’ (prima traccia dell’album ‘Dirt’ del ‘92 ndr). Dope cinque anni di successi inarrestabili e altrettanti di inattività obbligata, il 5 Aprile 2002 muore Layne Staley per un overdose di ‘speedball’. Il corpo verrà trovato solo due settimane dopo nel suo appartamento. L’ultimo a vederlo vivo è lo storico bassista della band, Mike Starr, anch’esso vittima di overdose letale nel 2011 (già sostituito in realtà prima dello scioglimento della band, nel 1993, da Mike Inez ndr). Se ne va con lui la voce di album come ‘Dirt’ e ‘Facelift’, impressi nella memoria dei fan del Grunge e pietre miliari della musica Alternative, in genere. Da quel momento la band (già inattiva di fatto dal 1996 ndr), cade in ginocchio sotto i colpi di un lutto tutt’altro che inaspettato. Già durante una delle ultime cinque uscite live, l’MTV Unplugged dell’ Aprile 96’ (vi seguiranno 4 date di supporto ai Kiss), Staley pare in condizioni a dir poco debilitate. Ne uscirà comunque un concerto memorabile. Fate un po’ voi. L’ultima intervista del cantante di Seattle (tre mesi prima della morte), tra l’altro, è sorprendente. In un passaggio storico recita: ‘Non ho mai voluto concludere la mia vita così […] E’ troppo tardi, non ho chance.. Non provate a contattare nessuno degli Alice in Chains. Non sono miei amici’. Se gli Alice in Chains con Staley perdono sia un’icona che un cantante dal timbro irripetibile, ad onor del vero non scompare ‘il burattinaio’ in pectore del teatro Alice in Chains. Il biondo capellone Jerry Cantrell (chitarrista ritmico e solista) infatti, oltre che scapocciare come un ossesso ai live ed allietare le platee con assoli di tutto rispetto, ha sempre contribuito in maniera essenziale alla composizione dei brani. E se a questo aggiungete che rimane l’autore dei cori che tanto

hanno caratterizzato gli intermezzi degli AIC, allora il quadro è completo.  Ed è proprio Cantrell a stupire tutti quando nel 2006, per uno show di beneficienza, riunisce la band con un nuovo cantante, William Duvall (già nei Comes With The Fall ndr), facendo presagire un seguito proficuo per la nuova formazione. E’ infatti l’avvento di Black Gives Way to Blue’  quinto album a tutti gli effetti dei redivivi Alice in Chains. Chi si aspettava una minestra riscaldata, un turpiloquio alla memoria di Staley, un revival da quattro in pagella, rimane deluso. BGWTB è un album geniale, fresco, che rimanda quanto basta ai fasti del passato e proprio da una formula già sperimentata, si reinventa totalmente, senza eccessi, distaccandosi da altri esempi celebri di reunion di cartone con cambio di vocalist (vedasi, su tutte, quella dei Queen del 2004). Con queste ottime premesse, sul finire del 2011 gli AIC entrano in studio per registrare il nuovo album, scegliendo la produzione del veterano Nick Raskulinecz (Deftones, Foo Fighters, Stone Sour).  Viene annunciato come nome del disco ‘The Devil Put Dinosaurs Here’, ironizzando sulla credenza di alcuni gruppi integralisti cristiani, convinti che Satana in persona avrebbe posto le ossa dei dinosauri nelle profondità della terra per indurre i fedeli in confusione sulle tesi creazioniste (l’artwork dell’album, a cura di Ryan Clark, ritrae proprio il teschio di un triceratopo).  Come era successo anche nell’album precedente, la prima traccia è una manifestazione d’intenti: si parte spediti, senza tradire tuttavia una fretta compositiva che brucerebbe gli equilibri del disco. Hollow (anche il primo singolo, rilasciato addirittura a Dicembre 2012 ndr) assurge magnificamente al compito, con un riffing heavy metal ben impostato, marchio di fabbrica di nuovi e vecchi AIC. Le voci del duo Cantrell – DuVall (il primo in questo caso specifico si occupa solo dei cori) sono già coppia di fatto. L’incedere lento del pezzo viene sconquassato dall’esplosione di metà brano, che lascia favorevolmente spaesati. Lo schema  del brano, di qui in avanti, risulta semplice e ripetitivo. Ma il composto è già amalgamato, compreso l’ assolo, marchio di fabbrica di tutte le composizioni di Cantrell (e del genere Heavy tutto). In Pretty Done il cambio sequenziale fa uno scatto in avanti. Paiono tornare d’attualità i vecchi Alice in Chains di ‘Dirt’. Il pezzo è squisitamente grunge nelle caratteristiche: testo confuso e sfacciato, voci mono-tono e atmosfera da scalo portuale di Washington. Nonostante le caratteristiche fin qui elencate , la  struttura segue il nuovo trend AIC: riffing ripetuto fino allo stremo, tappeto ipnotico interrotto da assoli graffianti e una lunghezza media del pezzo abbastanza alta (4:36). Il tutto integrato a perfezione, senza sbavature.Secondo singolo dell’album, Stone è la trasfigurazione onomatopeica del titolo. Un brano granitico, tra i migliori dell’intero disco. Inizia con un riffing da stoner Metal, un basso di piombo e un’undergound perennemente cupo, per poi trasformarsi dopo un piccolo bridge, introducendo un cantato che va alternandosi tra melodico e monotono (è sempre DuVall a dirigere le operazioni, con i cori di Cantrell a seguito). Dopo il canonico assolo, la base rimane solida e inamovibile, conducendo l’ascoltatore ad un finale tanto scontato quanto ineccepibile. Must.Con Voices assistiamo al primo tentativo di ballad del disco; brano leggero, forse un po’ scontato, ma che ha il merito di entrare in testa facilmente. Alla voce c’è Cantrell, che accompagna il noto schema compositivo A-B-A-B-C con la solita verve, la nota voce gracchiante ed una

carica trascinante. Arriviamo candidamente alla title track dell’album, in cui è riunita l’anima compositiva dell’avanguardia Alice in Chains: Cantrell, Kinney, Inez (DuVall è escluso dalla scrittura del brano ndr). Per la prima volta si ha la sensazione di ascoltare un brano totalmente ‘vergine’ senza rimandi doverosi all’album precedente; probabilmente ci troviamo dinnanzi ad un processo compositivo ingegnoso, frutto di un tavolo di lavoro impegnativo. L’arpeggio iniziale è inquietante, come l’atmosfera, volutamente surreale. Anche il cantato (epico,solenne) è un’opera d’arte: non si riesce quasi a percepire chi canti cosa tra Cantrell e DuVall, i due si fondono in un’unica linea vocale, esaltazione ideale delle nuova formazione . La batteria è puntuale, ripercorre una classica partitura hard rock senza troppi fronzoli . Il testo, come preannunciato, è solennemente irrispettoso ‘The devil put dinosaurs here Jesus don’t like a queer The devil put dinosaurs here No problem with faith just fear ‘ (Il diavolo ha messo qui i dinosauri/ a Gesù non piacciono le stranezze/ Il diavolo ha messo i dinosauri qui/ Nessun problema con la fede, solo paura). Segue Lab Monkey,  presentata con dei controtempi molto interessanti, che sottolineano la crescente perizia tecnica rispetto ai tempi in quarti ed ottavi di BGWTB. Il brano pare partire per la tangente, con la solita cupezza ostentata e contorni marcatamente oscuri. Invece a metà brano parte un intermezzo spensierato alla ‘Facelift’ (album di debutto ndr), che rivelerà una struttura A-B-A-B in realtà molto semplice, nascosta fino a quel momento da una prima ‘A’ più lunga della strofa successiva (e nel complesso anche dei ritornelli). L’artificio compositivo risulterà vincente: probabilmente se Cantrell e soci avessero scelto una delle due melodie per curare l’intero brano, 6 minuti raramente sarebbero risultati digeribili. Altra nota di merito: il wah-wah sull’assolo di Cantrell non risulta abusato (a differenza di altri dischi degli AIC, anzi, appare quasi un guest host).Se arrivati a questo punto, il ‘basso’compositivo deve essere Low Ceiling, allora la critica può tornare a casa soddisfatta. Il settimo brano in scaletta è infatti una di quelle ballad mascherate (i toni sono più depressi che dolci) che sanno nascondere piacevoli sorprese a chi sa coglierle. Come ad esempio uno degli assoli di chitarra più lunghi del disco (mai banale) e la performance di Cantrell alla voce, tra le più convincenti come solista (DuVall è ai cori ma l’apporto è marginale, in sostanza).Breath On The Window si scalda con un breve intro, identico tra l’altro a quello di ‘Lesson Learned’ (dell’album precedente ndr) e poi promette bufera con un ritmo incalzante che ci rimanda ancora alla prima fatica giovanile degli AIC, Facelift. Per un attimo ci si discosta in maniera scanzonata dall’atmosfera ombreggiata, per poi ripiombarvi puntualmente quando non se ne può fare a meno. Basta così? Tutt’altro. Dopo due strofe e tre bridge, il metronomo pare rallentare drasticamente, ma è solo il preludio di un nuovo finale strappalacrime, troppo convincente per essere definito melenso. L’assolo tocca corde emotive forse
troppo facili da pizzicare, ma la borsa del brano chiude sempre in forte rialzo. Con Scandal arriviamo alla seconda ballad ufficiale dell’album, un pezzo dalle forti risonanze country e con grande abnegazione alle sonorità del resto del disco. Come ad ammettere un calo nei ritmi, ma con coerenza. I testi giocano sempre un ruolo protagonista nel corpo compositivo, con una strizzatina d’occhio a temi trattati con più leggerezza e rimandi esistenziali (E’ una bugia/ ti nascondi in qualcun altro/ come uno scalpo scintillante/ mutilando te stesso). Poco da aggiungere, in un album così un pezzo del genere può entrarci tranquillamente. Dà il giusto omaggio a Cantrell (parte cantata ed assoli) e permette a tutti di rifiatare per l’assalto finale. Che inizia puntualmente con Phantom Limb, brano più lungo dell’album (7:06 ndr). Il pedale della batteria spinge in maniera portentosa un pezzo che riporta il treno su binari prestabiliti, riconsegnando tra l’altro il microfono a DuVall, attore co-protagonista con licenza di uccidere. Stavolta ogni dubbio è dissolto: il brano è hard n’heavy allo stato puro. Lo testimoniano gli assoli al vetriolo e la pesantezza dei riff portanti (lontanissimi rimandi ai Black Sabbath?) che si dissolgono soltanto davanti all’interpretazione passionale del cantato in due punti ben studiati. Sette minuti appaiono troppi? Non esattamente. Un minuto in meno forse non avrebbe reso giustizia alla storia del brano.Hung on A Hook è forse il pezzo dove spicca di più la linea vocale di DuVall. Volutamente gli vengono lasciate le chiavi del cantato e il ‘novellino’ raccoglie la sfida senza paura e senza eccessi. All’inizio è quasi irriconoscibile, sembra giocare con le note basse,  lasciando intravedere grandi doti d’interpretazione dei brani. Nella parte centrale del cantato invece torna su tonalità alte già apprezzate nei brani precedenti. La chiosa finale ricorda i Soundgarden di ‘Down on the Upside’, chitarra distorta e motivo ansiogeno.Chiude l’album Choke, una ballad cantata ovviamente da Cantrell, menestrello dei motivi più melensi e dolcemente nostalgici. Viene forse da chiedersi se certi pezzi ammicchino al commerciale. La risposta è negativa. Nel caso di Cantrell, maestro della composizione e alfiere navigato del panorama musicale, ci si può concedere  certe sterzate, probabilmente perchè ad un livello di maturità artistica conclamata dove anche certi brani vengono studiati per non lasciare nulla al caso.  Vedasi l’esempio appena descritto: tre ballad, nessuna noiosa, al massimo dal ritornello facilmente riconoscibile. E questo non è certamente un demerito. Tutte contornate da una stesura al millimetro. E questo nemmeno è un demerito. Tutte incastonate perfettamente nella storia del CD. E questo nemmeno.. ci siamo capiti.‘The Devil Put Dinosaurs Here’ ha il merito assoluto di non perdere minimamente il confronto con un disco rivelazione come Black Gives Way to Blue’, pietra miliare della rinascita degli AIC con il nuovo vocalist. Della formula già sperimentata nel disco precedente, non viene trascurato nulla ed anzi il tutto viene mescolato con elementi pescati qua e là dal passato. Una pesca di primizie.Vengono dunque rilanciate le ambizioni di un gruppo ancora alla prova con il tirannico passare degli anni (e la mannaia sempiterna della critica altolocata). Tecnicamente vi è invece un salto in avanti notevole (partiture ed esecuzione di Sean Kinney alla batteria su tutti), fotografato da una media di durata dei brani molto alta (per il genere), riempiti con una maestria da veterani navigati. E’ doveroso concludere con le parole dello stesso Cantrell, riassunto pragmatico dei concetti già espressi. “Non credo sarete sorpresi da qualsiasi cosa sentirete (nell’album ndr). … Siamo noi. Ma è anche qualcosa di davvero unico. E ‘ frutto di tutti gli elementi di ogni album che abbiamo fatto uscire, ma è diverso da qualsiasi disco abbiamo fatto uscire. In sostanza, è il prossimo capitolo del ‘libro Alice in Chains’ , e sarà un gran capitolo”.

Tracklist:

1. Hollow
2. Pretty Done
3. Stone
4. Voices
5. The Devil Put Dinosaurs Here
6. Lab Monkey
7. Low Ceiling
8. Breath on a Window
9. Scalpel
10.Phantom Limb
11.Hung on a Hook
12.Choke


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