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Megadeth – Super Collider (Tradecraft via Universal, 2013) di Daniele Dominici

Super ColliderUna corrente ‘filosofica’ molto in voga in ambito discografico asserisce che i gli LP degni d’attenzione da parte di critica e addetti ai lavori, sono esclusivamente quelli con chiare sfumature d’unicità. In un certo senso questo ‘Super Collider’ (uscito il 4 Giugno, prodotto da Johnny K) dei Megadeth, thrash metal band di culto della Bay Area di S.Francisco, di unicità ne presenta più d’una. In primis, la medesima formazione per ben due album di seguito. E sebbene a qualcuno scapperà una risata, considerando che alcuni gruppi rock (non scomodiamo i Rolling Stones) mantengono lo stesso organico da decenni o anche più, i fan della scena saranno sicuramente abituati alla personalità vulcanica del vocalist, nonchè chitarra solista, nonchè fondatore della band, Dave Mustaine. Senza perdersi nei meandri storici del thrash Metal, Mustaine è noto ai più anche come la mente di alcuni brani presenti nel primo album, di una delle Metal band più famose sulla faccia del globo, i Metallica. Se nel Maggio 1983, proprio alla vigilia delle registrazioni per ‘Kill ‘Em All’, Mustaine non fosse stato cacciato a calci per la sua condotta inqualificabile (su tutti abuso di alcol e droghe), non staremmo a parlare di questo disco, non staremmo a parlare della faida biblica Metallica-Megadeth e nemmeno probabilmente dell’ingrediente più spontaneo di tutti i componimenti di Mustaine, la voglia di rivalsa.
Da quel momento in avanti il cantante californiano ha lottato con tutte le sue forze per creare un universo parallelo a quello dei Metallica, traendo qua e là risultati eccellenti, come dischi tecnicamente all’avanguardia per il genere (‘Rust in Peace’ del ‘90 su tutti) ed altri più organicamente commerciali come il pluripremiato ‘Countdown to Extinction’, incluso nella classifica de ‘The 500 Greatest Rock & Metal Albums of All Time’ dalla rivista di culto, Rock Hard.
Ma il prototipo compositivo di Mustaine si è sempre espresso attraverso un glorificante ‘one man show’: non è importante chi imbraccia gli altri strumenti, è necessario che i turnisti facciano tutti riferimento alla chitarra solista. E così la storia ci racconta come nel corso degli anni i Megadeth siano stati più la ‘Mustaine Band’ che un gruppo unitario di artisti con un progetto comune (ad eccezion fatta del fido Dave Ellefson, bassista del gruppo dal 1983).
L’ultimo precedente nel quale i Megadeth mantennero gli stessi componenti per almeno due album consecutivi,  rimane una macchia bianca nella carriera della thrash-band: per la prima volta, con Marty Friedman alla chitarra ritmica e solista, Dave Menza alla batteria, Ellefson e Mustaine a completare il quadro, i Megadeth raggiunsero il proprio apice creativo (‘Rust in Peace’ e ‘Countdown to Extinction’ fanno riferimento proprio a quel periodo) ed una sorprendente stabilità. Il tutto, per 4 album consecutivi.

Circa quindici anni dopo Mustaine cerca di ricreare la stessa atmosfera fidelizzante con due interpreti d’eccezione, Chris Broderick alla seconda chitarra e Shawn Drover alla batteria. I risultati di ‘Thirteen’, primo album della nuova formazione, sono stati  estremamente soddisfacenti. Tuttavia l’atteso seguito ‘Super Collider’ presenta, come preannunciato, altre sorprese degne di nota. Come la presenza di una cover (Cold Sweat dei Thin Lizzy ndr) all’interno della tracklist, avvenimento battezzabile soltanto altre due volte nella storia della band (l’ultima nel 1988 ndr). E se non vi sembra abbastanza, sentite qua: se nella trentennale carriera dei Megadeth le collaborazioni si contano sulla punta delle dita, quale può essere l’album migliore per andare controcorrente?

Ne nasce il duetto con David Draiman, leader dei Disturbed, per il brano Dance in the Rain (scritto a quattro mani ndr): alla faccia dei record battuti.
Acclarato che ‘Super Collider’ nelle premesse vuole essere un album ambizioso, siamo ben consci dell’importanza dei contenuti.

Si parte a tavoletta con il primo brano, Kingmaker; un breve intro di 10 secondi ci proietta immediatamente in mezzo ad un pezzo bandessenziale, deciso, senza mezze misure, in pieno stile thrash. Il riffing è serrato, la linea vocale di Mustaine è cattiva e gracchiante, almeno fino al ritornello, anch’esso in piena sintonia con gli standard Megadeth. Gli assoli sono discretamente intricati e mai puliti, caratteristica principe del genere.
Se dovessimo accomunare il brano a qualche altro lavoro della band, probabilmente correrebbe alla mente Endgame del 2009, un disco accolto tiepidamente dalla critica a causa della poca uniformità del prodotto finale.
Se tutti i brani avessero seguito la falsariga del primo, nessuno avrebbe gridato allo scandalo. Invece l’atmosfera muta drasticamente con la title track Super Collider, primo singolo rilasciato in anteprima il 23 Aprile scorso. E se nel primo pezzo ci troviamo davanti ad un manifesto (quasi) fedele del genere di appartenenza dei Megadeth, il secondo in scaletta sembra essere stato partorito da qualche membro tesserato in un fanclub dei Motley Crue. Il basso si riduce a due accordi, come di conseguenza la chitarra, ‘rianimata’ dagli assoli di Mustaine, tassa fissa neanche troppo disprezzata. Il cantato è di un melodico snervante (le capacità vocali del buon Dave con l’andare degli anni sono tristemente naufragate) e l’atmosfera da tagliente, diviene speranzosamente accesa. Unico neo positivo la batteria, mai incerta e gradevole nel complesso.
Il testo poi è degno di un cartone animato: ‘Voglio solo tu sappia/Non devi fare tutto da solo/Basta sentimenti come…/Prendi la mia mano e ti porterò a casa’. Se può andare giù che un singolo debba essere venduto adeguatamente, proprio perchè ’brano apripista’, non è digeribile un contenuto così pressapochista.
Con Burn uscimmo a riveder le stelle, anche se timidamente. L’assolo che apre il pezzo è un compendio di storia del thrash (Exodus su tutti): epico, come un corno da guerra prima dell’attacco suicida. Peccato che non abbia seguito. Le linee tornano dure, i riff heavy fino al midollo, ma i bridge che collegano le varie parti del pezzo sono eccessivamente distanti dal resto della canzone. Inoltre, c’è di nuovo una strizzatina d’occhio all’Hard n’ Heavy anni ‘80. E nonostante non sia la prima volta che Mustaine azzarda certe contaminazioni (Youthanasia), stavolta il risultato non è convincente. E’ erroneo declassare il brano come insufficiente (non pecca mai di solidità), ma in fin dei conti appare una mediocre variazione su temi già conosciuti.
Con Built for War ritroviamo un inizio travolgente, con utilizzo massivo di doppia cassa a fare da tappeto ad un riffing molto ben congeniato, in piena vena Mustaine. Anche il cantato è assolutamente in linea sia con i testi che con la melodia. L’intermezzo con gli ‘Oooh’ a fare da coro pastorale, ovviamente, varia drammaticamente l’atmosfera di un brano fin lì impeccabile. Impossibile non ricordare in questi casi la prosopopea di ‘Youthanasia’. Il brano successivamente torna su binari conosciuti, riprendendo in sintesi la stessa struttura della prima parte. Purtroppo il danno è già stato fatto: sporcare una composizione matura, facendola sprofondare in una vera e propria crisi d’identità.
Off the Edge inizia con le stesse ottime premesse dei  brani precedente. Suoni duri, voce sprezzante, riff irriverenti. Anche l’assolo centrale è abbastanza ‘barocco’ da riportare alla memoria tutti i punti di forza che in questi anni hanno caratterizzato la scrittura di Mustaine. Tuttavia, il ritornello appare decisamente troppo slegato dal resto dello spartito. Troppo hard rock, troppo orecchiabile per sposarsi con il significato già debole del pezzo. Nel complesso, si rimane più coinvolti che per ‘Built for War’, probabilmente a causa dell’aria da ‘attacco nucleare’ che si respira per tutto il brano, immarciscibile cavallo di battaglia dell’industria Mustaine.
Arriviamo a Dance in the Rain, scritto in collaborazione con David Draiman dei Disturbed. La chiave portante del brano sono riff solenni intervallati dai soli di Mustaine e Broderick (i due si alternano per tutta la produzione, difficile distinguerli), sempre impeccabili. L’atmosfera è riflessiva, impostata e concentrata sul testo politicamente attivo (si parla della deriva dei processi capitalistici), altra pietra angolare della filosofia Mustaineiana. Il bridge che introduce il cantato di Draiman sembra ripreso da ‘Peace Sells.. But who’s Buying?’(1986), motivo di giubilo per i fan di lunga data. Di lì in avanti il ritmo sale drasticamente, e con esso la pesantezza dell’intermezzo, con la voce rabbiosa di Draiman a scandire:

‘The Fed and the Bankers own all the politicians/ May I introduce you to the sons of perdition?’ .

Nel complesso il pezzo è dannatamente convincente. E stranamente anche Draiman, proveniente da un genere dissimile dal thrash (alternative Metal ndr), è integrato alla perfezione. ‘Rust in Peace’ per una volta non appare così lontano.
Beginning of Sorrow prova ad ammaliarci con un riff intrigante, nonostante a livelli di scrittura del pezzo voliamo basso. L’assolo della coppia Mustaine/Broderick stavolta svolge il ruolo di attore protagonista (uno dei più lunghi dell’album), ma non risolleva un testo leggerino ed un incedere zoppicante. La sinfonia nel complesso non convince davvero mai, consegnandoci un brano senza infamia ne lode.
Uno dei pochi pezzi scritti a sei mani (Drover è escluso ndr) è questo The Blackest Crow, frutto di un altro salto sperimentale da parte di Mustaine. La composizione si apre addirittura con un banjo arpeggiato, simbolo inequivocabile della volontà da parte del leader del gruppo di muoversi in più direzioni strutturali. Esperimento riuscito? Difficile rispondere. Usando gli stessi parametri del brano precedente, non si può assegnare un voto positivo. Il flusso comunicativo è ai minimi storici. L’esecuzione è da manuale (sarebbe anche strano a questi livelli), ma la conclusione è la medesima che per Beginning of Sorrow: nessuna parte saliente, nessun picco qualitativo.
Discorso diverso per Forget to Remember, brano con altre ambizioni (altra collaborazione di Draiman) e altro tenore oggettivo. Sia chiaro: non parliamo di un brano thrash, nè di uno schema collaudato precedentemente in altri dischi. ‘Forget to Remember’ è un pezzo squisitamente hard rock, con qualche significativo rimando a classici del gruppo come ‘Trust’ (da ‘Cryptic Writings’ ndr). Megadeth 2Unico merito: colpire nel centro. Grande brano dall’inizio alla fine, magari non in linea con le aspettative generiche dei fan, non in linea con le aspettative della critica, non totalmente allineato con il resto del disco, ma dannatamente orecchiabile, sin dai primi accordi, fino al trillo finale. Il testo, come ricorda lo stesso Mustaine, è stato sviluppato in maniera ambigua per raccontare la storia intrecciata di un amante che cerca di dimenticare una relazione e quella di un soggetto affetto da Alzhaimer. Nonostante in quanto ad inventiva, gli assoli paiano quelli di Maurizio Solieri (con tutto rispetto), almeno la melodia scorre liscia senza intoppi, a braccetto con un cantato essenziale e ben coordinato.
A sorpresa ci avviciniamo ad un finale in crescendo vertiginoso, con Don’t Turn Your Back…, pezzo esplosivo sotto numerosi punti di vista. Se l’intro pare più un omaggio a ‘Little Wing’ di Jimi Hendrix, con questa chitarra blues totalmente spiazzante, il riff che segue dà il via ad una cavalcata breve, ma intensa . Il tappeto di doppia cassa martella al punto giusto, mentre il brano camaleonticamente muta in un più docile hard rock, senza stavolta lasciarsi dietro alcun dettaglio. La song che nasce da questo mix è assolutamente accattivante e per la prima volta in questo album, la batteria sembra giocare un ruolo predominante. I colpi di cassa accompagnano perfettamente il riff portante, riconciliando le orecchie di chi ascolta con ‘Thirteen’, compositivamente, ora possiamo dirlo, meglio gestito. Le chitarre poi si divertono da impazzire: prima giocano con un po’ di riff stoner, poi con l’assolo finale omaggiano di nuovo il blues d’autore.
Chiude il disco la (già citata) cover dei Thin Lizzy Cold Sweat. Impossibile dare un giudizio completo, su un grande gruppo che coverizza un altro grande gruppo. A meno di stravolgimenti, il risultato non sarà mai disastroso. È il caso di questa ‘Cold Sweat’, riarrangiata secondo i canoni Megadethiani con arguzia e cognizione di causa. L’ibrido frutto della crasi con il gruppo irlandese è un po’ Motorhead, un po’ ZZ Top. Nel complesso degna conclusione per un disco gradevole.
In fondo l’ascoltatore nello scoprire questo ‘Super Collider’ non rimarrà sicuramente annoiato. Per gli addetti ai lavori sarà ovviamente un discorso diverso. Non troveranno mai l’uniformita di ‘Thirteen’, o la genialità di capolavori come ‘Rust in Peace’, piuttosto una similarità con opere d’arte incompiute come ‘Endgame’ o ‘Youthanasia’. E ci troviamo a commentare anche la scelta stilistica di Mustaine e Johnny K (produttore ndr) di variare la sonorità del disco rispetto al precedente, in favore di timbri meno netti e più ‘sporchi’, carta saggia se si parla di thrash anni ’80, un po’ meno per questo hard rock/metal mozzato.
Ne fanno le spese Shawn Drover, incatenato a partiture poco fantasiose, ed il basso di Ellefson, non pervenuto in determinati scorci del disco.
In mezzo mettiamoci anche la scelta di Mustaine (me lo si permetta, sacrosanta) di abbandonare la Roadrunner Records, rea di non aver promosso in maniera adeguata la band nel corso degli ultimi anni.
Insomma la morale è sempre la stessa: Dave Mustaine, padre-padrone della sua creatura, fà, disfà, crea controversie, abbandona etichette e stravolge formazioni ad ogni cambio di vento, influenzando il processo compositivo in maniera massiva. Ed anche questo ‘Super Collider’ non fa eccezione, dipingendo con i suoi alti e bassi il ritratto più fedele delle scelte di uno dei personaggi più discussi dell’industria Metal mondiale.

megadeth-2013

Tracklist:
1. Kingmaker
2. Super Collider
3. Burn!
4. Built for war
5. Off the edge
6. Dance in the rain (ft. David Draiman)
7. The beginning of sorrow
8. The blackest crow
9. Forget to remember (ft. David Draiman)
10. Don’t turn you back…
11. Cold Sweat (Thin Lizzy cover)


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