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Mettetevi comodi, parlano Marco Guazzone e gli STAG (testo di Silvia Protano, foto di Stefano D’Offizi)

Relics incontra Marco Guazzone, Stefano Costantini e Giosuè Manuri in una calda mattinata di luglio, pochi giorni prima dell’uscita del mini album “Live al Piper Club”. Il 25 luglio, in concomitanza con l’uscita dell’EP suoneranno inoltre a Pigneto Spazio Aperto – Festival delle Culture Indipendenti, per presentare e festeggiare il nuovo lavoro. Basta accendere i ventilatori e l’intervista diventa una piacevole chiacchierata, così iniziamo a parlare di palchi, concerti, arrangiamenti, scalette e mercato discografico…

Marco Guazzone 01webRelics: Innanzitutto grazie per esservi resi disponibili! Come presentereste il progetto “Marco Guazzone & STAG” a chi non lo conosce?

Marco: E’ difficile, forse io non sono il migliore per farlo perché sono molto prolisso! Ci prova Stefano…
Giosuè: Appena sbagli, una bacchettata!
Stefano: Siamo cinque, irriducibili ma estensibili, e facciamo musica rock/pop cinematografica. La definiamo così perchè amiamo particolarmente spaziare da un genere all’altro, e questo non è così scontato per il pubblico. Il nostro progetto si chiama Marco Guazzone & STAG perché siamo una band, anche se dopo la partecipazione a Sanremo Giovani 2012 è Marco il centro del progetto, visto che la maggior parte dei pezzi vengono dalle sue dita. In tutte le band ci deve essere un leader, perché la democrazia raramente funziona! (risate). Ci piace veramente tantissimo suonare, quindi è nel live che troviamo la nostra linfa vitale.

Relics: Ed è quindi per questo che pubblicate un mini album dal vivo, “Live al Piper Club”. Avete suonato pensando già di pubblicare il materiale o l’idea vi è venuta successivamente?

M: In realtà potrebbe sembrare un po’ arrogante, ci sono gruppi che fanno uscire un live dopo cinque album in studio! Noi abbiamo l’abitudine di registrare ogni concerto per noi stessi, come testimonianza, quindi l’abbiamo fatto anche al Piper. Già dal palco però ci siamo resi conto che era una serata incredibile, con un’energia particolare: più che un concerto è stato un tuffo indietro negli anni sessanta, per l’organizzazione e la storia del locale, il dress code, le citazioni e le cover che avevamo scelto di eseguire, insomma uno spettacolo con un’energia così forte che è arrivata prima di tutto a noi, e che poi abbiamo riscontrato nei commenti delle persone. Quindi non ci avevamo pensato prima!

Relics: Con che tecnologia avete registrato il concerto? E come avete incorporato i video registrati con i cellulari, che di solito hanno una pessima qualità?

M: Il mini album è praticamente un bootleg, con una qualità però decisamente migliore. Abbiamo quindi utilizzato l’audio del mixer, ovvero l’uscita di quello che stavamo suonando, e i video postati su Youtube dalle persone che erano tra il pubblico, perché la cosa più importante del live è proprio sentire l’interazione della gente. La scelta delle canzoni quindi è dipesa anche da ciò che siamo riusciti a recuperare; abbiamo scelto le registrazioni migliori e poi ovviamente ne abbiamo fatto una cernita. Giosuè ride perché è stata una selezione difficile ma anche equilibrata: il disco contiene anche due citazioni agli artisti storici che hanno suonato al Piper. Il mini album si apre con “Firth of Fifth” dei Genesis che è in testa alla nostra “Guasto”, poi c’è “Inventi” di Renato Zero, ed esclusa dall’EP c’è invece “Se perdo te” di Patty Pravo, che abbiamo messo in download gratuito su Soundcloud (qui il link: https://soundcloud.com/sunnybit/mg-stag-se-perdo-te-patty, ndr). Quindi è stato qualcosa di inaspettato, è stata l’energia della serata che ci ha fatto dire “è un regalo troppo bello”. Davvero non vogliamo sembrare arroganti, infatti non abbiamo nemmeno postprodotto il disco: in mezzo ci sono anche degli errori, però sono l’immagine più bella e più reale di quello che solitamente succede in un concerto.

Relics: Infatti l’energia di un live sta molto più nel contesto che nell’esecuzione…

M: Esatto, con tutto che è suonato bene eh! (Risate) Però ci sono un po’ di cose che avremmo potuto risistemare, o fare diversamente.

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Relics: Ogni vostro concerto è un evento che studiate e curate molto: spesso si tratta di serate a tema, con cover scelte appositamente e iniziative che coinvolgono il pubblico. Come preparate le vostre date?

M: Sicuramente ci annoia pensare a una scaletta standard, che di solito viene stesa per un vantaggio pratico: nelle date di promozione del disco non si ha molto tempo di rimettere mano ai pezzi. Noi invece nella preparazione del tour abbiamo preparato almeno dieci scalette diverse, e ogni volta in viaggio le cambiavamo di nuovo! (Risate)
G: Ma no, magari oggi facciamo quell’altro pezzo!
S: Lo fa pure Springsteen eh, solo che lui c’ha qualche pezzo in più! (Risate)
M: Ci diverte l’idea di fare ogni volta qualcosa di diverso, e poi poter contestualizzare il luogo e il concerto è un regalo anche per il pubblico che viene a sentirci. Richiede sicuramente più tempo ed è molto più faticoso, ma per noi è solo che stimolante oltre che più musicale, perché costringe ad avere sempre idee pronte e nuove. Poi Stefano è il mago delle scalette, all’inizio ci provavo io ma lui è decisamente più bravo!
G: Oltre alla setlist, di serata in serata anche gli arrangiamenti si trasformano. Ad esempio “Guasto” (il pezzo che presentarono a Sanremo Giovani 2012, ndr) ultimamente è diventata molto più elettronica.
M: Sì, questo approccio si riflette anche nei pezzi perché ci piace cambiare anche gli arrangiamenti, soprattutto di “Guasto” che ormai abbiamo suonato molte volte: ha avuto un’evoluzione ed ora è diventato un brano  quasi elettro/hip hop. Penso sia un po’ il principio della musica, che è universale e non ha confini se non quelli che stabiliamo noi tra un genere e l’altro. Ci piace entrare dentro ogni concerto, visto che suoniamo ogni volta come fosse l’ultima, perchè ci spinge a dare il massimo. Ogni volta saliamo sul palco pensando “Facciamo finta che questo sia il nostro ultimo concerto”, anche perché veramente non possiamo sapere cosa succederà poi.
S: Che ansia! (Risate)
M: Però è proprio l’ansia, se la gestisci in maniera costruttiva, che ti permette di fare cose inaspettate.

Relics: C’è un brano, o un intero gruppo, che decisamente preferite live piuttosto che in studio?

M: In generale gli album live hanno sempre qualcosa in più, a partire dall’energia del pubblico. In particolare l’idea di modificare gli arrangiamenti durante i live viene dai Radiohead, e se devo scegliere un pezzo dico la loro “Like spinning plates”, che su disco forse addirittura saltavo quando arrivava, e invece live mi tocca particolarmente perché appartiene davvero al mio mondo: piano, voce, qualche synth e un basso, ma molto minimali. La versione live veramente sembra un altro pezzo rispetto al disco.
S: Ultimamente poi siamo andati un po’ in fissa con i live dei Queen. Loro ad esempio avevano un frontman abbastanza bravo (risate), che nei live dimostrava di sentire e assaporare proprio il pubblico, infatti faceva sempre questo gesto (replica il gesto di Mercury sfregando le dita come per tastare l’aria, ndr). Quella è l’immagine del prendere e dare: se non ti dai a chi ti sta davanti, giustamente il pubblico, anche inconsciamente, si allontana. Questa cosa ci lascia sempre basiti ogni volta che la rivediamo: a Wembley, nel live dell’86 – ma l’aveva fatto anche al Live Aid l’anno prima – Mercury fa dei vocalizzi prima di “Under Pressure”, e in quel momento è da solo al microfono davanti a ottantamila persone: fisicamente un niente, ma spiritualmente un grande, quindi appena dice qualcosa tutti impazziscono e cantano. E’ l’unico concerto che ho visto dove tutte le persone battono le mani, come ad esempio su “Radio Gaga”! L’unico in cui ho visto una cosa del genere.

Relics: Da spettatori invece, quale live vi ha lasciato un’emozione particolare? Quale concerto ricordate come il più bello?

(Risate)
M: Lo puoi dire eh!
S: No no!
M: Guardo Stefano perché ha un gruppo preferito! Sono bravissimi, solo che ci fa una testa così quindi alla fine sortisce l’effetto contrario!
S: Mi odiano profondamente, anzi no, Giosuè li apprezza.
M: Ma io odio te, non odio il gruppo! (Risate)
S: Siamo al punto che io non posso mettere nemmeno la loro maglietta, comunque sono la Dave Matthews Band. Per quelli che sono i miei gusti toccano quasi la perfezione, e dico quasi perché mancano di elettronica ed è una cosa da quando suono negli STAG sto sperimentando e sto facendo molto mia. Per il resto però prendono tutto quello che è prendibile nella musica, e secondo me sono infinitamente pop sotto tanti punti di vista: Dave Matthews scrive canzoni bellissime, chitarra e voce, poi intorno ha musicisti che sono dei fenomeni. Nel 2009 hanno fatto un concerto a Lucca di tre ore e mezza, io il giorno dopo avevo la maturità ed ero comunque la persona più contenta del mondo, ero davvero su un altro pianeta. Sono dei musicisti davvero fenomenali e si divertono a suonare, per questo fanno concerti di quattro ore, mentre ci sono gruppi standard che dopo un’ora e mezza scappano dal palco.
M: Il concerto che invece ha fatto scattare qualcosa in me è stato il primo dei Coldplay, quando ancora erano sconosciuti, tanto che mi davano dello sfigato quando dicevo che li ascoltavo!
S: Ma tuttora! (Risate)
M: E’ stato dopo l’uscita di “Parachutes”, a Roma in un palco minuscolo, e quello che mi ha illuminato è stato vedere la potenza di uno strumento classico come il pianoforte diventare avvolgente e travolgente, rock anche se con dolcezza: quel concerto mi ha fatto vedere che lo  strumento che suonavo poteva non essere solo da stanza o da saggi. Poi i Coldplay hanno avuto un’evoluzione, e osservare i cambi di direzione dei gruppi è una cosa che mi piace: penso sia essenziale per un artista cambiare e rischiare, anche con risultati che non accontentano tutti. Può essere una scelta rimanere sempre fedeli a se stessi, ma io apprezzo di più i cambi di rotta perché sono più veri, più naturali, e poi perché la musica ti porta veramente dove non ti aspetti di andare
G: Un concerto che mi ha cambiato la vita? Fatemi pensare, ve lo dico dopo…

Relics: A Gennaio 2013 avete fatto un minitour a Londra, dove sicuramente a conoscervi erano meno persone che in Italia. Cosa avete tratto da questa esperienza?

M: Io avevo già suonato a Londra da solo, e tornare con il nucleo del gruppo è stato un passo decisivo:  da piano e voce solista a qualcosa di più avvolgente e più coinvolgente anche per il pubblico. Anche in posti dove avevo già suonato ho visto una grande differenza: io ho abbracciato l’idea di mettere su un gruppo proprio perché mi piacciono le cose che ti muovono sia in senso emotivo che fisico, quindi la differenza essenziale per me è stata proprio l’introduzione del ritmo oltre al piano e voce, e ho riscontrato anche nel pubblico un coinvolgimento maggiore. Poi abbiamo avuto una bella sorpresa perché eravamo partiti con l’idea di farci conoscere, mentre abbiamo scoperto che una ventina di persone erano venute per noi dall’Italia e ci hanno seguito: inevitabilmente invece di essere fan entrano a far parte del progetto perché fanno promozione con noi e spargono la notizia. Poi è stato importante ritornare alla dimensione dei club, perché è quella da cui siamo nati. La scorsa estate con il tour promozionale del nostro disco abbiamo avuto la fortuna di andare su palchi molto grandi e importanti, quindi a Londra tornare nei club e riscoprirne l’atmosfera, col palco che è bassissimo e il pubblico è ad un palmo da te, ci ha riavvicinato a quell’ambiente, tanto che quando siamo tornati in Italia abbiamo deciso di suonare al Caffè Latino, che forse è il club meno italiano di Roma.

Relics: In UK forse c’è un calore e una cultura musicale diversa. Qui spesso un gruppo che suona in un locale è quasi un elemento di disturbo, mentre lì anche le persone che ci si trovano per caso si soffermano ad ascoltare e a dare supporto.

M: Sì, sono più abituati ed educati all’ascolto rispetto a noi, e poi c’è una maggiore attenzione per le cose nuove. I posti in cui abbiamo suonato sono frequentati da persone che vanno lì appositamente per ascoltare qualcosa che ancora non conoscono. Londra non fa miracoli, ma se un gruppo piace e funziona si avvia un passaparola che in Italia si verifica ugualmente, ma con tempi molto più lunghi.

Marco Guazzone 06webRelics: La differenza era già presente negli anni Sessanta: mentre a Londra poteva esserci un Hendrix a suonare in un club di fronte a cinquanta persone, qui andavano per la maggiore il liscio e le balere..

M: Esatto, con tutto il rispetto per il liscio! In Inghilterra sono più equilibrati, in tutti i contesti. Anche lì esistono i talent show, ma lo spazio che hanno gli artisti che escono dalla tv è lo stesso che hanno le persone che scelgono altri spazi e altri modi per emergere. In Italia abbiamo tantissimi bravi artisti che non provengono dalla tv, le persone però sono un po’ più pigre e non li scoprono. Io penso che le cose possano cambiare, e lo vediamo nel nostro piccolo:  possiamo suonare dal vivo e far vedere che esiste un’alternativa. Senza nulla togliere al compromesso con la televisione che anche per noi è stato motivo di orgoglio, esistono anche delle alternative e le persone devono poter scegliere.

Relics: Secondo gli STAG, esiste il live perfetto?

M: Perfetto? E’ sicuramente un insieme di fattori che rende qualcosa perfetto, e di certo non l’esecuzione o  il fatto che vada tutto liscio dal punto di vista tecnico. Secondo me, pensando al nostro percorso non c’è ancora stato. Ed è un invito per noi stessi, visto che siamo molto autocritici, ad arrivarci.
G: Però a livello di atmosfera e coinvolgimento ci sono stati molti concerti perfetti, in cui ci siamo sentiti davvero bene.
M: Se devo scegliere una data tra quelle del tour promozionale dell’”Atlante dei Pensieri” forse è stata quella al Circolo degli Artisti, perché era la nostra città al rientro dei concerti in giro per l’Italia, per il tour autunnale e invernale invece direi proprio la data al Piper.
G: Io ci metterei anche il concerto al Planetario di Roma, in un’altra categoria.
S: L’obiettivo del live è arrivare a chi sta ascoltando, quindi se le persone escono dal luogo del concerto soddisfatte, tornano a casa e dicono alla gente che incontrano il giorno dopo di aver visto un concerto bellissimo al quale tornerebbero, quello è un concerto perfetto. Poi dirlo è un po’ banale, ma  nella musica il concetto di perfezione è inesistente, perchè pensare la musica perfetta è limitarla. Se pensi di aver fatto un live perfetto escludi di poterlo fare migliore. L’importante è arrivare al pubblico: la gente è uscita contenta dal Circolo degli Artisti come dal Planetario ma in modi opposti. Non si può dire che uno dei due sia migliore dell’altro, sono stati due modi diversi di arrivare a chi ci ha ascoltato: ci sono persone che ci hanno detto di essere uscite in lacrime dal Planetario, e invece sudate dal Circolo degli Artisti. Quindi bagnate in tutti i casi!

Relics: Nell’EP di prossima uscita è presente anche un inedito. State già guardando ad un nuovo album?

M: In realtà il nuovo disco è già in fase inoltrata. Al rientro dal tour ci siamo accorti di avere tantissimi spunti e molti brani, quindi abbiamo fatto un lavoro di selezione con tante lotte e discussioni, visto che i pezzi che avevamo risultavano abbastanza per i prossimi tre dischi! Ora ci troviamo nella fase di arrangiamento che forse è la più stimolante, perché hai già un corpo ma devi scegliere come vestirlo, e puoi scegliere un vestito elegante oppure uno estivo… E’ quindi la fase più interessante, perché potremmo prendere direzioni anche per noi inaspettate.

Relics: Potete darci qualche anticipazione?

M: Le anticipazioni si possono già sentire dagli ultimi live, stiamo sperimentando molto con l’elettronica fine anni ‘80 – inizio ’90, senza però tralasciare momenti più intimi, molto più classici. Ci piace molto l’idea di questo contrasto forte tra momenti elettronici e altri con un coro polifonico e un’orchestra. Quello che sta emergendo è sicuramente un lavoro di gruppo: se nel primo disco molti pezzi erano nati quando io ero ancora un solista, adesso c’è un lavoro di squadra sia a livello di scrittura che di arrangiamento. Un pezzo non è completo fino a che ognuno di noi non ha messo qualcosa di suo, e questo si sente nei nuovi brani.

Relics: Quindi direste che il pregio degli STAG sta proprio nell’armonia di gruppo?

M: Non so se è un pregio, certamente è un percorso diverso dal solito: la storia della musica insegna che quando molti gruppi poi si sciolgono emerge il solista, mentre per noi è stato un processo al contrario. Io so che sicuramente non potrei più tornare indietro: ho scoperto così tante cose di me stesso, musicalmente e umanamente! Sono certo che in squadra si è più forti che da soli. Questo forse è il nostro punto di forza, poi non saprei dire se è necessariamente un pregio.
G (annuisce): Confermo! Infatti mi dissocio anche da quello che ha detto Stefano all’inizio sulla democrazia!
S: Ma non ho detto che non esiste, è che di solito non funziona! (Risate)

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Relics: Pensando al vostro futuro, scegliete: preferireste riempire gli stadi come Jovanotti, essere venerati come Battiato oppure diventare la base della musica italiana come Battisti?

M: Se si riuscisse a prendere qualcosa da tutti e tre… (Risate) Jovanotti si è sempre reinventato, ha avuto alti e bassi ma si è sempre messo in gioco, e per me questo è essenziale. Rischiando ha sempre scelto di fare cose nuove, e in prospettiva a noi piace molto l’idea di avere un tipo di musica perfetta per un ambiente aperto come uno stadio o un’arena. Battiato invece ha questo lato più introspettivo, intimo e ricercato, che ci piacerebbe mantenere pur pensando a un progetto che arrivi a tante persone. Il suo percorso musicale è sempre stato molto interessante, anche lui è stato sempre al passo coi tempi se non oltre. E Battisti..
S: Secondo noi Battisti non ha nulla da invidiare a John Lennon, e lo dico seriamente!
M: Noi italiani abbiamo le cose migliori e non ce ne rendiamo conto, quello che ci ferma siamo proprio noi stessi. L’obiettivo dovrebbe essere quello di farci conoscere al di fuori del nostro paese, ma con quello che abbiamo.
S: Abbiamo canzoni che sono storiche e conosciute in tutto il mondo, e pensiamo che la nostra lingua ci impedisca andare all’estero, quando “Nel blu dipinto di blu”, che è considerata una delle canzoni più belle mai scritte, è scritta in italiano, non in inglese.  Non ci ferma la lingua ma l’idea: si fanno canzoni col solo scopo di farle passare in radio, si scrivono e si arrangiano per il mercato italiano e soprattutto per il singolo momento. Non c’è più l’idea di fare una canzone che possa rimanere nel tempo, e invece se  uno pensa a Battiato…
M: Quindi immaginiamo uno stadio con Battisti, Battiato e Jovanotti!
G: Un teatro grande quanto uno stadio…
M: …O uno stadio con la scenografia di un teatro!

Relics: Quindi cosa augurate al panorama musicale italiano?

M: Questa è una domanda impegnativa, anche perché dall’alto della nostra esperienza possiamo solo dire che siamo noi ad avere bisogno di consigli! Penso che in questo momento storico, grazie alla tecnologia, possiamo creare da soli gli spazi che la tv o la radio non danno: c’è la possibilità di farsi ascoltare, e se quello che si fa arriva alla gente le cose sicuramente si muoveranno grazie a chi ti ascolta. Bisogna sfruttare il fatto che internet azzera la distanza tra chi tra chi ascolta e chi propone qualcosa, invece di lamentarsi del fatto che il modo di fruire e percepire la musica è cambiato. Dobbiamo sfruttarne gli aspetti positivi e cercare di essere i promotori in prima persona di quello che siamo: rispondere alle persone, invitarle ai concerti, creare un evento e poi fare “invita, invita, invita!” (risate), fare spam sulle bacheche.. Se sei tu in prima persona a farlo certamente il percorso è più lungo rispetto ad un passaggio in televisione, ma prima della tv esistevano solo i concerti e il passaparola. Se nel live suoni davanti a due persone e queste tornano a casa contente al concerto successivo ce ne saranno almeno quattro: certo è un processo più lungo, ma genuino e autentico. Quindi bisogna tornare di nuovo alla musica dal vivo!

Relics: Un tempo i live servivano a promuovere l’uscita del disco, mentre ora i dischi vengono pubblicati per promuovere i live, o come nel panorama emergente vengono messi in free download. In un momento di crisi per le vendite di album è forse più importante divulgare che vendere, quindi i live hanno un ruolo ancora più importante.

S: Il live infatti è l’unico settore musicale che ha conosciuto un incremento in questo periodo!
M: Se ci pensi il vantaggio del live è semplicissimo: ti piace il concerto, prendi il cd, hai la possibilità -che non penso sia una cosa stupida- di incontrare chi suona, magari fare una foto insieme: sono cose che io da ascoltatore apprezzo e che dà un valore aggiuntivo al cd che si sceglie di acquistare. Soprattutto in un momento in cui la musica è eccessivamente prodotta e postprodotta: basta osservare l’abuso di Autotune, che come Photoshop azzera i lineamenti della voce e fa cantare chiunque benissimo. Noi fortunatamente abbiamo lavorato con Steve Lyon (produttore, fra gli altri, di Paul Mc Cartney e Depeche Mode, ndr) e la prima cosa su cui ci siamo trovati d’accordo prima di entrare in studio è stata “Non si usa l’Autotune”. Se hai delle imperfezioni –non delle stonature ovviamente- rifai tutto, e se rimangono ti rendono umano, e unico.

Relics: Quindi le cose possono migliorare..

M: Io credo di sì, possono farlo i musicisti come chi scrive di musica: se leggendo un’intervista qualcuno scopre che esiste un altro modo di ascoltare e fruire la musica è già una vittoria.
S: Deve essere un cambiamento molto radicale, perché in realtà ora è davvero poco lo spazio dedicato all’artista, si preferisce puntare sul personaggio o sul prodotto.
M: …Che è anche giusto, perché se vuoi pensare l’arte al di fuori della sala prove o di casa deve necessariamente diventare un prodotto, ma dovrebbe poterlo fare in maniera genuina e di qualità: si può vendere qualcosa e pensarla come un prodotto anche con un’accezione positiva.

Relics: Concordiamo! Ci manca ancora il concerto preferito di Giosuè però…

G: Ah già! A me piace molto ascoltare folk rock e country, e un bel po’ di anni fa vidi in Sicilia la Bandabardò. Un gruppo esplosivo, l’energia che trasmettevano mi ha folgorato! Quello è stato uno dei primi concerti che ho visto, e mi è rimasto davvero impresso. (Momento di silenzio) Grazie a tutti! (Risate)

Ringraziamo Marco e gli STAG per la loro disponibilità, e l’etichetta SunnyBit per averci ospitato.

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Qui di seguito la photo gallery completa di intervista e live:

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