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Festa Mediterranea@Auditorium Parco della Musica,Roma (testo di Laura Dainelli, foto di Matteo Mariani)

02Immaginate un’esplosione di luci e colori e suoni diversi tra loro ma che si amalgamano perfettamente, un’armonia di incontro e condivisione dove si respira una tale serenità da farci finalmente dimenticare i puerili quesiti di paura e diffidenza che i più razzisti e stupidamente conservatori tentano di sottoporci ed instillare dentro di noi come gocce di un farmaco.

Ecco, stasera è una di quelle tante meravigliose occasioni in cui non solo abbiamo la prova che persone cosi non riusciranno mai ad influenzarci con la loro pochezza intellettuale, ma anzi in cui è talmente evidente la ricchezza infinita che l’incontro tra culture diverse può regalare a qualsiasi mente umana. Ma poi, in fondo, che vuol dire culture “diverse”? Sono diverse le tradizioni e spesso l’approccio alle varie situazioni, ma la ricerca dell’identità propria e non imposta in modo indottrinato nasce proprio da un percorso personale di confronto con chi è cresciuto in contesti dissimili al nostro, e questo percorso, qualsiasi siano gli esiti, lascia sempre una grande luce nel cuore e nella mente di chi lo intraprende, e rende chiaro che non c’è un “diverso”, ci sono le persone, tutte da scoprire. Le persone sensibili, piene di energia, che si interrogano su se stessi, si fanno mille domande e al tempo stesso non si arrendono mai, queste sono le persone da scoprire, a prescindere dal colore della pelle, a noi sembra così evidente. E a voi?

La serata, davvero ricchissima, si svolge nell’affascinante location della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, dove il palco è illuminato e i gradoni dove siede il pubblico più in ombra, con l’effetto di un teatro sotto le stelle molto suggestivo. 01

Una grande festa in cui si mescolano la musica e i profumi di tutto il Mediterraneo, dai Balcani all’Africa centrale.

Si apre lo spettacolo con un quesito non da poco: “Caro fratello bianco quando sono nato ero nero, quando sono al sole sono nero, e quando muoio sarò nero. Tu invece, quando sei nato eri rosa, quando sei al sole diventi rosso, quando sei malato diventi un po’ verde e quando hai paura blu, mentre quando morirai sarai grigio.Allora, come la mettiamo, chi è tra di noi l’uomo di colore?” La Med Free Orkestra, e qui in particolare il frontman originario di Dakar, conclude il quesito con un sorriso e facendo intendere che è solo un modo carino per rompere il ghiaccio con il pubblico, ma c’è qualcosa di molto serio ed importante su cui riflettere dietro alla simpatia ed apparente leggerezza di queste parole.

è tanta l’umiltà e la semplicità che si leggono nei suoi occhi e che rendono il suo talento come musicista che dimostrerà di li a pochi secondi ancora più intenso e vivo.

Il trombettista della Med Free Orchestra è nientedimeno che Roy Paci, giustamente presentato come “il vero trombettista del Mediterraneo”.

Dopo una prima introduzione di musica etnica, molto ritmica e coinvolgente, e caratterizzata dal suono deciso di bonghi, tamburi e percussioni, si entra di colpo in un’atmosfera più intima ed altrettanto profonda ma in un modo diverso, più introspettivo, malinconico e delicato. E’ Pejman Tadayon che ci parla della musica sufi, ed accenna alle tradizioni millenarie che accompagnano e fanno da sfondo a questi suoni cosi intensi. Si tratta di tradizioni presenti in Iran, e ancora di più in quella che era prima la Persia, dai contorni cosi leggendari e ricchi di sfumature. Sono poesie tramandate di padre in figlio da generazioni, che aprono gli occhi su un popolo più di qualunque libro di storia, e che lui sente molto parte di sé. Ma subito si affretta a precisare che “c’è anche molta Italia in queste poesie”. Perché? “Perché il pensiero appartiene a tutti”.

Sarebbe una bella frase da mettere nelle scuole di tutto il mondo.

Peyman continua dicendo che “Se religione e scienza si mischiano non si è più onorati di essere parte di una religione, bensì di essere un essere umano” ed anche che “Se uno dice di essere sufi è il momento in cui non lo è più”, facendo intendere che avere fretta di auto-etichettarsi è qualcosa di molto fuorviante e limitativo quasi quanto l’etichettare l’altro.

Lo spettacolo che Peyman Tadmon e il suo corpo di ballo che lo accompagna ci regala è sicuramente qualcosa di straordinario, che lascia tutto il pubblico immerso in una favola e rapito da note che evocano concetti di radici e di fiumi, di voglia di rischiare ma anche di non cancellare nulla di quanto ci hà segnato.

Si continua poi con uno scenario diverso, ma altrettanto intrigante, ovvero il rock-elettronico dei Mammooth, che omaggiano sia Paolo Ciampi –noto poeta livornese- sia Erri De Luca, mettendo in musica dei loro versi e pensieri. Di Paolo Ciampi ripropongono la poesia “Tu no”, che tratta di amore ma anche di forte spiritualità, in chiave elettro-rock, mentre di Erri De Luca propongono il brano “Migranti”, resa ancora più struggente grazie all’introduzione che ne fanno i Mammooth stessi,che la dedicano a tutti coloro che si sono trovati nelle due enclave tra Spagna e Marocco dove dal 2005 la polizia marocchina ha avuto l’ordine di rafforzare ulteriormente le vessazioni nei confronti di chi tenta di attraversare il confine. Morti e feriti sembrano non avere una dignità, e durante il pezzo l’attenzione di tutti si concentra su quanto tutto questo sia intollerabile e su quanto non dovrebbe sembrarci sempre tutto così lontano ed estraneo da noi. Queste cose succedono, in posti neanche troppo lontani, e soprattutto succedono ad altri esseri umani esattamente come noi, che non hanno meno dignità di vivere solo perché la povertà estrema genera in loro la forza della disperazione.

La serata prosegue con un’impronta più jazz grazie al duetto tra Roy Paci ed Angelo Olivieri, ovvero “da Firenze alla Sicilia passando per tutto il Mediterraneo”. Le sonorità jazz di grande classe sono accompagnate da numerosi riferimenti a De Andrè e ai suoi testi, una dedica a questo grande artista volutamente esplicita, perché forse lui, morto da tempo, aveva capito di più su questi argomenti di tante persone oggi giovani e contemporanei.

Ma non ci sono momenti morti nella serata, non c’è assolutamente tempo di annoiarsi e infatti pochissimo dopo la bellissima e bravissima Selam Yemane sale sul palco con orchestra e corpo di ballo, per regalare al pubblico un altro momento dall’umanità più viva e speciale che si possa immaginare, arricchita dalla sua voce incredibilmente potente e che non lascia spazio a distrazioni o indifferenza.

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Il finale della serata, in un continuum che è un tutt’uno nonostante le differenze dei generi musicali, è rigorosamente all’insegna dei balli: prima il sirtachi e poi la pizzica, i quali, unitamente al ballo sufi cui abbiamo assistito poco prima, rappresentano un buon connubio di uno spirito mediterraneo in cui le vicinanze sono molto più evidenti delle differenze, e dove l’allegria amalgama perfettamente, anziché sostituirsi, alla profonda interiorità che ha dominato la scena finora.Perchè il divertimento è anche gioia della consapevolezza di vivere.

La degna conclusione mi sembra una frase dello stesso Peyman Tadmon “Da dove deriva la spiritualità? Dalla ricerca in campi diversi”. Ne abbiamo avuto la prova stasera, anzi milioni di prove in una sola serata, una notte che ha divertito il pubblico riuscendo al tempo stesso ad emozionarlo come accade raramente, sotto un cielo di stelle che ci guarda e che sembra confermarci che tutto è vicino se solo ci crediamo, e soprattutto che il cielo sotto cui viviamo è uno solo.

Ringraziamo l’Auditorium Parco della Musica per aver ospitato quest’evento e lo staff di MArteLive per la preziosa collaborazione.


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