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Relics si fa in tre: Intervista + Live Report di Filippo Gatti @Pigneto Spazio Aperto (di Simone Vinci, foto di Matteo Pizzicannella e Laura Dainelli)

Il primo agosto, in barba alla canicola, Relics Controsuoni era al Pigneto Spazio Aperto – Festival delle Culture Indipendentia seguire il concerto di Filippo Gatti.

Live

Lo storico artista romano, dall’alto della sua carriera ventennale, si presenta nella cornice del Parco del Torrione, portando le canzoni del suo ultimo albumIl pilota e la cameriera, insieme alle canzoni che hanno fatto parte del suo passato con gli Elettrojoyce. Nella seconda parte del concerto, trova spazio anche una Jam Session fatta di cover più o meno conosciute, in compagnia dei suoi amici, artisti della scena folk romana e non.

Relics non lascia nulla al caso ed è felice di farvi leggere cosa si sono detti con Filippo Gatti, nell’intervista di quello stesso pomeriggio, proprio al Pigneto Spazio Aperto, tra una canzone dei Depeche Mode e l’odore di supplì dell’area ristoro. 


Relics: Il tuo silenzio è durato 9 anni, tra “Tutto sta per cambiare” del 2003 e “Il pilota e la cameriera” uscito nel 2012, in quel periodo ti sei dedicato alle collaborazioni suonando con il Banco del Mutuo Soccorso, Marina Rei, 24Grana, Riccardo Sinigallia, Andrea Rivera e potrei continuare per ore.
Sei tornato con questo album, “Il pilota e la cameriera” uscito per SunnyBit e noi di Relics volevamo sapere da quale idea nasce, in che modo è nato
 questo disco?

Filippo Gatti: Il disco è nato dopo che ho prodotto, in collaborazione con Riccardo Sinigallia, un album di inediti, mettendoci quasi tre anni e chiamando oltre 25 musicisti tra i più bravi in questa città ed è un lavoro molto particolare, molto ricercato e raffinato. Questo album doveva uscire per la Sony nel 2009, ma ci sono stati dei problemi, di quelli che capitano in questi casi, e il disco non è più uscito. Allora ho dovuto scrivere un altro album per riprendermi, perchè avevo voglia di ricominciare a fare dischi, a lavorare, ed ho composto queste 8 canzoni in pochi mesi. Le canzoni le ho registrate in 15 giorni tra la Maremma e Dublino, dove mio fratello ha uno studio. E’ un disco che mi serviva per sbloccarmi, senza starci troppo a pensare, andando anche molto sul personale per dire ciò che sentivo di dire in quel momento.

R: Adesso una domanda un po’ più personale: il singolo estratto da questo lavoro è “Tutti mi vogliono quando mi va bene”, in cui traspare una certa insofferenza verso il modo ipocrita che hanno certe persone di darsi alla macchia quando si è nel momento del bisogno, noi di Relics volevamo sapere se proprio episodi del genere siano stati determinanti per tornare a pubblicare qualcosa di proprio?

F.G.: Quella canzone può significare molte cose: io dico che è una canzone specchio, cioè una canzone opposta ad un altra, in questo caso, alla canzone che ha portato alla celebrità Otis Redding che è Nobody Knows You When You’re Down and Out. Per l’appunto, la mia canzone è opposta ad un’altra, ma insieme ad essa, riescono a dire qualcosa. Quella canzone è l’espressione classica del Soul Americano e dice che quando stai giù, nessuno ti viene a cercare. Io, invece, volevo sottolineare che il problema reale degli ultimi tempi sono le persone che cercano solo chi credono stia bene, solo chi credono che possa aiutarle, solo chi credono che abbia potere. Noi non ascoltiamo più un disco, non vediamo più un film, perchè spesso ci interessa sapere solo se è di successo, poi in caso dopo lo sentiamo. Questo modo di fare, secondo me, ci fa perdere un sacco di cose ed io non mi sono posizionato fuori dall’ambiente discografico a caso, è perchè l’ho scelto. Avevo un contratto con una major, quando ho deciso di non fare più dischi con una major. Ho scelto di stare in un mondo dove sto meglio. Il disco parla anche di questo: di chi fa delle scelte per stare meglio.

R: Quindi hai deciso di tornare alla semplicità, alla genuinità…

F.G.: Esatto! Tutto il disco l’ho fatto volutamente in questo modo, l’ho registrato molto rapidamente, senza dare la possibilità ai musicisti di studiarlo, per non dire è quasi improvvisato. E’ un disco che parla di un ritornare all’inizio, di ricominciare da capo e per me sia il titolo che la copertina significano: viaggiare per ritornare a casa. Il pilota e la cameriera, significa molte cose, come titolo dell’album, ma la canzone omonima, l’ho scritta quasi per sfida con il mio batterista che mi ha detto “Aho! Ma scrivila ‘na canzone sulle cameriere, visto che te piacciono tutte le cameriere” [ride]. A parte gli scherzi, secondo me il titolo richiama a ciò che dovrebbe essere un cantautore, cioè essere una guida, ma essere anche a servizio di chi sta ascoltando, di essere sia pilota che cameriera, che secondo me è un modo per rimettere alla base il linguaggio personale. Ora sto lavorando a qualcosa di più elaborato, ma avevo bisogno di fare questo disco personale e semplice.

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R: Tu canti che solo gli stupidi si muovono veloci, hai preso il tempo necessario, senza fretta, per rilasciare un nuovo album, quanto è stata importante questa pausa tra un lavoro e l’altro?

F.G.: Nel disco con Sinigalla, che non è ancora uscito, ma che forse uscirà tra qualche mese, c’è proprio un pezzo che si chiama Il Tempo Necessario, che spiega esattamente questa cosa. Il pezzo è di 4 anni fa, ma spero di farlo uscire a breve, sarà una raccolta di inediti postumi, ma in vita. La mia teoria è che la musica si fa prima di quando la scrivi, tu la fai in vita. Io avevo bisogno di fare qualcosa che rafforzasse me ed il mio rapporto con la musica. Perchè c’è bisogno di musica forte per reagire alla distrazione e alla stanchezza che tutti hanno; quindi per trovare quella forza ho preferito aspettare, come hanno fatto altri artisti, aspettando e mettendomi in una posizione di rigenerazione personale, prima di ricominciare a scrivere e fare concerti. Io l’ho fatto con questo obbiettivo e sono stato felice di averlo fatto. Per me l’artista e la persona sono due cose inscindibili, a differenza di coloro che riescono a gestire le due personalità, cioè, quella che suona e quella di tutti i giorni. Io non sono mai stato così.

R: Con gli Elettrojoyce, che chi intervista apprezza molto, vi siete sciolti nel 2000. Tu hai intrapreso la carriera solista, mentre gli altri ragazzi hanno fondato gli E42. Come accade in questi casi nel mondo della musica, ciclicamente, si ritorna a vociferare di eventi/concerti, di reunion, voci spesso infondate. Noi volevamo chiedertelo direttamente: è possibile una reunion, magari solo per una serie di concerti, del nucleo originale degli Elettrojoyce?

F.G.: La reunion non ha senso per me, per la stessa ragione per cui è stato fantastico fare quei dischi e suonare con quelle persone. Che poi essendo mie idee, miei arrangiamenti, mie canzoni, tendo sempre a reinterpretarle nella vita di tutti i giorni. Lo faccio continuamente, nei miei concerti, essendo mie canzoni, perchè la preziosità di quella esperienza la voglio tutelare lasciando quei dischi e quel momento d’oro tra me e quelle persone che mi sono state vicine in quel periodo, quelle che mi hanno aiutato a fare quei dischi, insomma, preferisco lasciarle e ricordarle in quel periodo. Che poi, pensa, da quando ho fondato gli Elettrojoyce, a quando ho deciso di scrivere i pezzi usando il mio nome, è cambiata la formazione quattro volte. Quindi sarebbe anche difficile dire quali siano i veri Elettrojoyce, se quelli del primo disco, con alla batteria Marescialli o siano quelli di Illumina in cui c’erano Walter Marchesoni e Mauro Munzi. Non lo so. Il gruppo Elettrojoyce, quelli del periodo vero, del quartetto con tre musicisti con cui eravamo compagni di scuola, si può dire che sia un periodo tra il 1994 e il 1998.

R: Quindi fino ad “Elettrojoyce II”?

F.G.: Si. Quello è un vero disco collettivo. Quello è un disco in cui abbiamo lavorato insieme agli arrangiamenti, registrato in presa diretta nello stesso studio/stalla che ho in Maremma dove vivo adesso. Quello è un disco dove si vede un lavoro di gruppo, perchè il primo lavoro fu un disco che feci praticamente tutto io, compresa la produzione, così come Illumina. Se loro fossero qui confermerebbero che il vero disco degli Elettrojoyce, come gruppo, è quello rosso. A volte ci penso che mi piacerebbe rifarli, ma li rifaccio anche con i musicisti di adesso, con cui collaboro da 10 anni e mi piacciono di più. Ci mettono lo stesso cuore, ma musicalmente sono molto più interessanti.
Se mi fosse interessato fare business, l’avrei fatto subito, accettando almeno dieci delle venti proposte che mi sono arrivate. Io non ho niente contro chi riesce ad essere profondo, a fare qualcosa di proprio e allo stesso tempo fare business, anche io se dovessi essere tanto bravo da riuscire a fare entrambe le cose, come sono riuscito a fare con gli Elettrojoyce per un periodo, ben venga, ma dovendo scegliere al bivio, preferisco sicuramente fare ciò che voglio.

R: Aldilà della ferrovia che passa qui di fronte, c’è la location che gli Elettrojoyce scelsero per girare il primo video, quello di “Balena”, per te quanto è importante quel luogo?

F.G.: Questo posto è incredibile, pensa che il concerto è organizzato da Giovanni La Gorga, che è anche una comparsa nel video. E’ un mio fan a livelli assurdi, sono vent’anni che rischia di rovinare le serate a tutti facendo ascoltare i miei pezzi [ride]. No, comunque quando me lo ha proposto sono stato felice di accettare, proprio perchè è di fronte alla location di quel video. Roma è piena di posti importanti, io me ne sono andato per poterla amare, perchè era un periodo che non l’amavo più come prima, me ne sono andato per poter tornare e dire: “Quanto è bello questo angolo della Prenestina”, perchè l’avevo conosciuta molto bene nel corso degli anni, ma allo stesso tempo mi aveva stancato lo stato d’animo un po’ perdente. Ho sentito voglia di andarmene, la amo, poi questo posto in particolare è bellissimo. Non è stato facile andarmene, ovviamente, non l’avrei mai abbandonata per un’altra città, me ne sono andato per andare a vivere in campagna.

R: Allora ti chiediamo: cosa porti con te dal tuo passato artistico, o più in generale, quanto è importante il bagaglio del passato per un’artista?

F.G.: Ci sarebbero due risposte: una da artista e una più personale. A livello lavorativo ti dico che una cosa è presente quando la vedo. Io ora vedo Constable, guardo un quadro, per me è presente. Io non ho mai fatto un discorso storico sul tempo, se ho qualcosa, allora è presente. Anche a livello personale è così, se mi ricordo di come ero mentre facevo una cosa, io recupero quel livello. Mi ricordo di come ero e ci penso al presente. Non dico “ho fatto questa cosa”, non vedo il passato come una cosa storica, passata, io ci penso sempre “al presente”, ogni giorno bisogna ricominciare. Mi sento sempre nuovo, tendo sempre a ricominciare, così come con le opere: per me un disco uscito nel 61, se lo sento oggi, è di oggi. Un mio disco del 94, è di oggi. E’ bello questo.
Io sono stato anche troppo poco legato al passato, da quando sono rimasto traumatizzato dagli artisti che suonavano negli anni 80 e 90 e che poi mi hanno deluso. Forse a volte anche troppo, perchè evitavo di fare certe cose ed ho capito che non bisogna essere legati troppo al pregiudizio di dire “ma io questa cosa la facevo nel passato” in realtà la posso fare anche domani. Tranne svegliarsi dopo una sbronza di vino, che quando hai 23 anni dici “Aho, che famo oggi?” quando ne hai 43, ti svegli e dici “Oggi non famo un cazzo”.[ride]

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R: Cosa ne pensi della situazione della musica italiana? Delle nuove mode musicali? Di queste nuove leve del cantuautorato italiano.

F.G.: Io quello che noto è che ci sono dei modi di fare musica popolare moderna, che sono sempre gli stessi da anni, che girano sulla ruota e una volta va di moda uno e una volta va di moda l’altro. Io se faccio qualcosa di nuovo, non lo lego a quel fenomeno, cioè se domani voglio fare un tipo di musica che si avvicina all’Heavy Metal, perchè sento di farlo, io lo faccio e non mi chiedo se va di moda o meno. Se voglio fare una canzone lentissima con chitarra e voce di tre ore, la faccio, ma non perchè sono “in anticipo”, ma perchè rispetto ad altra gente, io ho fatto delle cose fuori tempo perchè non me ne frega un cazzo. Cioè, non è nemmeno un discorso di intelligenza, è che proprio voglio fare quello che mi pare e basta. In Italia ne ho incontrata tanta di gente supportata solo da poco pubblico coraggioso. Il pubblico è forse più importante degli artisti, perchè se sono tutti ciechi, è inutile che Caravaggio abbia fatto un quadro. Ne ho visti tanti di artisti poco supportati, ma resistenti, che fanno la loro musica quando e come vogliono. Sono straordinari. Ed in questo senso, girando l’Italia, ne ho incontrati tantissimi, è inutile che ti faccia la lista, per ora, perchè è una lista incomprensibile, rispetto agli schemi. Se tu mi chiedi di commentare chi apprezzo tra i personaggi conosciuti nell’ambiente della musica alternativa o pop in questo momento, io ti posso rispondere, più sinceramente che mai, che non lo so e che non mi interessa andarli a vedere per quel motivo. Cioè, stasera viene Bianca Giovannini, una musicista che fa folk tradizionale romano da vent’anni e che ho conosciuto ad una festa di Liberazione mentre suonava davanti a quattro persone Ha fatto un concerto stratosferico e per me è una delle più brave musiciste che mantiene viva la tradizione della musica folk e ti dico che non me ne frega un cazzo dei Radiohead. Certo, sono bravi i Radiohead, ma anche lei lo è. Se ti rispondo così, tu lo puoi sapere, ma la gente fuori mi potrebbe chiedere di nuovo: “Si, ma tra quelli conosciuti?” Io rispondo che non lo so. E’ raro che mi senta un disco intero di qualcuno conosciuto, non lo faccio per snobismo, è che proprio non mi va, non mi piace. Il disco che pubblicherò con Riccardo Sinigallia, sarà un folk molto raffinato. L’ho fatto 5 anni fa, ma lo pubblicherò adesso e ti garantisco che quando l’ho fatto non c’era nessuno che saliva su un palco da solo con una chitarra. Cioè, io nel 2007/2008, salivo sul palco con la chitarra, dopo aver fatto rock per anni che mi dava anche un po’ di successo, sono andato contro ogni mio guadagno, proprio perchè in quel momento io volevo fare quello, sentivo di dover fare quello. Alla gente, ricordo, che gli rodeva il culo, perchè si annoiava ed invece adesso, che va di moda, tutti zitti. Però, se questo significa che il pubblico sta ascoltando un artista vero, che usa uno strumento semplice, senza troppe falsificazioni di mezzo, lo trovo un fenomeno positivo. Nel senso che un cantautore esprime con chitarra e voce, la musica che ha in testa. Andare un po’ tutti su questa strada, ha qualcosa di positivo, perchè educa gli artisti a dare il massimo e il pubblico ad essere più attento. Questo è il motivo per cui anche io ho fatto per anni delle cose acustiche, perchè è uno stimolo a rieducarsi per suonare nel modo giusto ed ascoltare nel modo giusto. Una specie di “realfabetizzazione”. Ora che va di moda, io la sto inglobando in una parte della musica. Cioè se i Muse, che sono un gruppo così banale, hanno così tanto successo, allora bisogna fare qualcosa.


R: Dopo il presente, il passato e un pensiero sulla situazione in generale, chiudiamo l’intervista con la più classica delle domande: Cosa ha in cantiere Filippo Gatti per il futuro? Sia in campo “solista” che “collaborativo”? Sperando ovviamente, che non ci siano altri 9 anni da aspettare per un nuovo album.

F.G.: Ripubblicherò quel materiale molto bello con Riccardo Sinigallia, in più sto lavorando al mio nuovo album, non ho intenzione di metterci troppo tempo, non ho intenzione di stare lì a mescolare il brodo, cercherò di essere istintivo, come sono ora. In più sto producendo un artista maremmano, Emanuele Bocci, molto sincero, molto bravo, che racconta storie della sua terra, folk, in maniera interessante, poi produco anche audio libri, diciamo che faccio un sacco di cose, ma le faccio piano, perchè sono pigro. Sto in mezzo tra ciò che dicono gli africani, cioè che nella vita si deve scrivere solo una canzone, e l’estremo opposto. Se vediamo quello che ho fatto, posso dire di essere un moderato.

 Ringraziamo Filippo Gatti per la sua disponibilità e l’etichetta SunnyBit per averci ospitato di nuovo. 

Tracklist

Prima Parte: 

Disfatta Domenicale

Amanti Volanti

Noguru

Gynestra

L’evoluzione dei Pesci

Un Idiota

Country Song

La Memoria

Una bella giornata di Sole

Non sei Nessuno

Tutti mi vogliono quando mi va bene

Seconda Parte: 

Time Will Tell

Maremma Amara

La Notte è Bella

Tombstones

Imagine

Balena


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