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Fates Warning: Darkness In A Different Light (Inside Out, 2013) Italian plus English version, a cura di Fabio Ippoliti

Fates Warning 10.11.2012 SessionFates Warning, nuovo materiale dopo quasi 10 anni… Non so dove  iniziare questa recensione: questo è uno dei gruppi che più si incastra meglio coi miei gusti e cercare di concentrare oggettivamente storia, fatti e cambiamenti in una paginetta è relativamente difficile. L’origine dei Fates Warning risale addirittura al 1982 agli albori dell’era heavy metal, e il suono risentiva dell’ondata di classico epic heavy, con sentori di cambiamento 1987, con l’entrata in formazione del fuoriclasse di San Diego Ray Alder, col disco No Exit. Con la sua timbrica inconfondibile e un range vocale impressionante che a momenti riesce ad evocare Rob Halford, Bruce Dickinson e Geoff Tate, Alder traghetta i Fates Warning in nuovi territori, grazie anche all’arrivo (nel successivo Perfect Symmetry) del batterista Mark Zonder. La rivoluzione è assolutamente inconfondibile fino a partire dai primi secondi del disco: il metal classico dei precedenti dischi viene archiviato per dare vita ad un metal di notevole intensità, complesso e saldamente tenuto alle redini dal drumming di Zonder – un batterista carismatico che riesce a conferire un tocco furiosamente jazz ai pezzi laddove Alder riesce a dare potenza e apertura. Si naviga quindi verso qualcosa di inedito che Jim Matheos (chitarrista e principale compositore), Frank Aresti (chitarrista solista) e Joe DiBiase (basso) tirano fuori dal cilindro. I Fates Warning si lanciano in un’avventura fuori dai canoni, fondendo gusto (incredibile gusto), melodie su sopraffini incastri ritmici. Parallels rappresenta tutt’oggi il disco che rappresenta il successo commerciale per questi pionieri. Solo che il tutto si risolve in un quasi nulla, lasciando moralmente forse un po’ il posto ai giganti Dream Theater. Il gruppo procede con Inside Out, a detta del singer “il loro album grunge”, un disco in cui viene sfoggiato un talento di songwriting inimitabile, lungi dall’essere spietatamente infarcito da assoli interminabili come iniziava ad essere uso in quel 1994, e con un’attenzione presente nell’inserire melodie personali e azzeccate. Dopo un breve scioglimento Jim Matheos decide di “rimettere insieme la band su missione di Dio”, ma ecco che DiBiase e Aresti si tirano fuori, lasciandogli in mano il timone compositivo e con il nuovo arrivo Joey Vera al basso e il carissimo, immenso, amico Kevin Moore (ex tastierista dei Dream Theater, band legata a doppio filo con i Dream Theater sia come amicizia che come filone musicale) i Fates Warning fanno uscire A Pleasant Shade Of Grey. Diversi giorni starei a scriverne di questo Capolavoro: in breve vi invito caldamente a scoprirlo. Passiamo dunque al 2000 dove lo zampino di Moore si fa sentire in maniera più decisa permettendo a Matheos, Alder, Vera e Zonder di sfornare un disco inusitato per gli standard del gruppo dal nome di Disconnected. La collaborazione con Moore purtroppo giunge al termine e nel 2004 esce un disco che reputo un po’ di secondo piano nella loro imponente e completissima discografia: FWX è qualcosa che rifugge per l’ennesima volta l’eredità dei capitoli antecedenti e si percepisce un altro cambiamento: la voce di Alder è lontana dai fasti lirici del 1987 e il gruppo tenta un approccio secondo me più diretto e meno rivoluzionario alla composizione, dando alla luce quello che si pensava
fosse un epilogo. Matheos si dedica agli O.S.I. con mr Moore, Zonder apparentemente lascia la band e Alder si installa come vocalist a tempo pieno in un’altra power prog band. Tutto tace fino a qualche annetto fa dove i membri della lineup del 1990 si riuniscono per un tour. Aresti rimane della partita mentre invece DiBiase e Zonder si distaccano di nuovo: il ruolo di batterista verrà coperto dal talentuoso Bobby Jarzombek. Un altro cambiamento di pelle che vede i Fates Warning lasciarsi alle spalle l’inimitabile drumming di un vero mostro e affrontare nuovi territori stilistici. Intendiamoci, non che Jarzombek sia un pinco pallino qualsiasi… All’uscita di Zonder vaticinai e sperai in una sua entrata nel gruppo, è veramente un batterista coi controfiocchi – se vogliamo anche più completo di Zonder. Ma il suo talento compositivo sarà in grado di domare le peculiari ritmiche dei
Fates Warning come faceva Zonder prima? Andiamolo a scoprire nella recensione di DARKNESS IN A DIFFERENT LIGHT.

Darkness In A Different Light
E i Fates Warning vanno a far uscire il disco più atteso della loro  carriera (dove “più” s’intende temporalmente…). Si dicono esser stati impegnati in progetti diversi, cosa effettivamente vera. Ma c’era bisogno di un altro disco? Da No Exit a Disconnected la discografia di Matheos & co. hanno regalato al mondo personalità, sensibilità, tecnica fine all’espressività con canzoni di spessore senza paragoni (potremmo accostarli ai Rush nel non voler troppo sciorinare tecnica assoluta senza ritegno ma calibrandola puntigliosamente alla canzone) che altro c’era da dire? OSCURITA’. Darkness In A Different Light, un titolo che vuole rappresentare un’intenzione di provare a far navigare il vascello Fates Warning in acque oscure, ancor più ombreggiate da riflessione e dare un po’ di scossa al dormiente nome della band. La produzione è buona, i suoni sono leggermente meno brillanti del passato (presumo che la scelta sia imputabile anche per dare un po’ più di attendibilità al titolo, oltreché dovuta al fatto della mancanza del titano Terry Brown alla console di mixing). Concettualmente ci ritroviamo davanti ad una band molto cambiata dalle sonorità del 2004 e qui s’intuisce l’importanza di Mark Zonder dietro le pelli. Jarzombek è un batterista con un tasso tecnico impressionante, molto più completo di Zonder come vi anticipavo poc’anzi, ma possiede un’attitudine più metal in senso stretto (le differenze sono sotto gli occhi di tutti, basta guardare su
youtube). Credo sia anche dovuto a questo la virata ritmica dei Fates Warning su DIADL: chitarre ritmiche più rocciose e piene, laddove in passato c’era un lavoro di rifinitura meno pieno e più se vogliamo “intellettuale” (mica ora sono stupidi, era per cercare di rendere più chiaro il cambiamento ehehe). Ray Alder ha sensibilmente rimesso l’ugola alla frusta e sebbene la sua timbrica sia evidentemente modificata (appesantita?) dal troppo “smoke & booze” ha ripreso tono e vigore e i suoi saliscendi hanno ripreso in buona parte l’affascinante possanza del passato. Percepibile una certa aura Porcupine Tree-iana e altre influenze più o meno celate. Vi sono a disposizione diverse versioni del disco, devo ammettere che il doppio vinile rosso trasparente è proprio un heartbreaker.

Darkness Vinyl

E’ o non è un bel vedere?

Procediamo col track by track!

One thousand fires: a primo impatto il cambiamento della corsa dei Fates Warning è quanto mai evidente. Ritmiche vorticose e coinvolgenti vanno ad aggiungersi alle classiche note accuratamente scelte, tipiche dei FW. Bella opener.
Firefly: un pezzo che in sé racchiude quello che Inside Out aveva di pittoresco, ritornelli aperti molto catchy a cui si aggiunge un assolo
articolato sapientemente.
Desire: ma perché ho l’impressione che la maggiorparte dei pezzi che s’intitolano così vengono fuori con la particolarità di dover venire dimenticati?
Qui non ci siamo proprio: l’arpeggio iniziale è di livello storcinaso, i cambi di tono sembrano appesi ad un capello e non importa quanto Alder provi a tenere il tutto in piedi tirando fuori un ritornello semplice… Il pezzo è disfunzionale. Un filler. In un disco atteso quasi 10 anni. Sgrunt.
Falling: breve parentesi acustica con voce che era intesa come parte di un pezzo che poi non è finito sulla tracklist finale e figura nel 2° cd
dell’edizione alternativa del disco.
I am : non ve la prendete a male… Ma io non riesco a sopportare troppo i Tool. Tecnicamente sono bravi, Keenan avrà una bella voce etc etc. Ma proprio non mi ci ritrovo. Immaginate quindi la mezza delusione quando come secondo estratto in anteprima dal disco sento questo pezzo che evidentemente “si ispira” ai suddetti Tool. M’è cascata la mascella per terra. Un pezzo “palesemente ispirato” ad un altra band (a prescindere dalla
band, cerchiamo di essere oggettivi)? In un disco atteso quasi 10 anni. Ma cosa?!
LIGHTHOUSE: l’atmosfera si incupisce e si intravede in maniera più chiara l’oscurità citata nel titolo del disco… Un brano funzionale, abbastanza
trascinante e sensato in sé, in cui i bridge non pesano sull’efficacia.
INTO THE DARK: pezzo onesto anche se presenta una intro che francamente lascia un po’ “what..?!”. Nel complesso buono, il top si dischiude nell’assolo veramente alfulmicotone.
Kneel and Obey: altra bordata schiacciante ed oscura che riesce finalmente ad avvincere senza mezzi termini con un Alder ispiratissimo che infilza con un cantato da brivido. Riuscito!
O Chloroform: il titolo mi ha fatto sghignazzare, sinceramente. La canzone funziona benissimo ed è ispirata. Una strofa leggiadramente sospesa su un  bel pattern di doppia cassa che si evolve in un ritornello azzeccato.
And yet it moves: Matheos imbraccia di nuovo il suo eterno amore (le similitudini tra lui e Steve Howe degli Yes arrivano ad essere sfacciate, a
volte… Chitarristi in gamba, minimalisti che se tengono in mano una chitarra acustica sanno creare prodigi): preludio al pezzo lungo del disco, che
presenta una affascinante varietà e chiude l’album in gran bellezza. Giochi ritmici in continuazione, quasi di Meshugghiana memoria, e un finale dolce
a ricordare che l’oscurità non dura per sempre (suvvia, ve la dovevo incartare in qualche modo!)

Concludo lodando senza mezzi termini il bassista Joey Vera per il lavoro effettuato su questo disco: l’entrata in formazione di un batterista dotato di un vocabolario più variegato gli ha senz’altro giovato dandogli modo di esprimersi ancor meglio che nel suo già ottimo passato e applaudendo scrosciosamente Frank Aresti per confermare la mia teoria che i Fates senza di lui hanno diverse marce in meno. Il suo semplice apporto anche solo per quanto riguarda gli assoli è sempre stato indispensabile ed è anche cresciuto geometricamente col passare del tempo, acquisendo anche maggiore tecnica e sicurezza.

Le ultime parole famose: un disco difficile da giudicare immediatamente. Questo almeno me lo aspettavo dai dei titani del metal pensante. E non hanno fallito, presentando un platter decisamente intenso. Un disco che a prescindere dalla volontà di presentare tinte meno soleggiate, però, presenta alcuni punti che forse delineano una band che sta cercando di mutare pelle lasciando un po’ di ruggine alle spalle. Avrei visto più positivamente il tutto con una produzione meno brulla e arida. Passa l’esame sicuramente ma aspetto il prossimo disco per conclamare a voce spiegata il ritorno di una delle mie band preferite IN ASSOLUTO!

 English version:

Fates Warning, new material after almost 10 years … I don’t know where to start this review: this is one of the groups that fits better with my musical tastes and try to focus objectively history, facts, and the many changes in one page is relatively a tough job.The origin of Fates Warning dates back to 1982 at the dawn of heavy metal, starting to putting it away in 1987, starting with the entrance f San Diego’s outsider Ray Alder behind the mike, in the No Exit album. With his unmistakable timbre and impressive vocal range sometimes evoking Rob Halford, Bruce Dickinson and Geoff Tate, Alder the Fates Warning in new territories, thanks to the arrival (in the follow up Perfect Symmetry) of drummer Mark Zonder. The revolution is absolutely unmistakable up from the first few seconds of the album: the classic metal leaves way to music filled of considerable intensity, complex and firmly held by the reins from Zonder’s unparalled drumming – a drummer capable of bringing a touch of furious jazz to the tracks where Alder goes up, up and away.
With the new line up the game is on for something new that Jim Matheos ( guitarist and main songwriter), Frank Aresti (lead guitarist) and Joe DiBiase (bass) pull out of the hat. Fates Warning embark on an adventure out of the norm, blending taste (incredible taste!), rhythmic melodies of superfine joints of excellent workmanship and immaculate originality. Parallels (1990) is the the closest as they get to a commercial breakout, with Eye To Eye being broadcasted frequently… Except that everything is resolved in soap ball, leaving (morally, perhaps…) a little room for the giants Dream Theater. The band walk their walk dropping Inside Out, according to the singer “their grunge album”, a disc that is flaunted with a unique songwriting talent, far from being mercilessly clouded under endless solos as it was somehow due back in 1994 and looking carefully to insert unique melodies. Then after a short hiatus Jim Matheos decides to “put the band together on God’s mission” so to say, but then DiBiase and Aresti pull out, leaving the helm of composition to Jim. Then featuring the new arrival Joey Vera on bass and the dearest, immense, friend Kevin Moore ( ex- Dream Theater keyboardist, band tied hand in glove with Dream Theater as friendship as music branch) we approach to A Pleasant Shade Of Grey. I’d be writing several days about this Masterpiece: these are the kind of records that rises a band from cult to legend. Again, no endless hyper technical solos, but a thick manifestation of sensitivity, talent and taste that can rarely be found in the music scene. I strongly suggest you to check this album out. So let’s do the timewarp again to the year 2000’s album where Kevin Moore’s hands are little bit more incisively felt allowing Matheos, Alder, Vera and Zonder to churn out a unique and unmistakable album named Disconnected (as the same title suggests an intention of wanting to do something different. Still..). The collaboration with Moore unfortunately comes to an end. In 2004 then FWX comes out to be a little bit under the weather album in an impressive and very complete discography: Alder’s voice is far from 1987, and seemed to me that the band tried to approach kind of a more direct and less revolutionary composition mode, giving birth to what sounded to be an epilogue. Matheos went to creating O.S.I. with Mr. Moore, Zonder apparently left the band and Alder installs as a full-time vocalist in another power prog band. Everything is silent until a few year ago where members of the 1990 lineup get together for a comeback tour. Aresti stayed in the game while DiBiase and Zonder stood apart again: Mr. Bobby Jarzombek gets the stool. Another skin change that sees Fates Warning leave behind the inimitable drumming of a real monster and deal with new stylistic territories. Be careful, it’s not that Jarzombek is a foo… When Zonder announced the quitting I hoped Jarzombek could rock the sticks, he’s a talented, versatile, fast drummer – and speculating a little even more complete than Zonder. Will his compositional talent be able to tame the peculiar rhythmics of Fates Warning as Zonder did before? Let’s go find out together in Darkness in a different light!

So Fates Warning finally drops the most anticipated album of their career (where “most anticipated” means temporally…). It’s told that during these last year they were busy in different projects, statement actually true. But there was any need of new material? From No Exit to Disconnected, Jim Matheos and gang gave the world personality, sensitivity, expressiveness, technique and songs of unparalleled thickness (The match to Rush in showing, not telling comes right to mind) was there anything left to say?
DARK.
Darkness In A Different Light, a title that shows trying to sail the Fates Warning vessel in darker waters, even more shaded than the usual typical reflection mood allows and give a little shock to the sleeping band’s name. The production is solid, all the instruments can be heard properly, the sounds are slightly less bright in the past (I assume the choice can be interpreted in willing to give a little more thrust to the album’s theme, as well as the titanic producer Terry Brown not being behind the mixing console). Conceptually, we are looking at a band that went through a pretty radical change from 2004’s sonic coordinates and also we can surely perceive the relevance of Mark Zonder on drums. Jarzombek sure is a drummer with an impressive technical rate, much more complete than Zonder as I wrote above, but has a more metal attitude in a strict sense (the differences are before everyone’s eyes, simply check youtube). I think this is also the basic difference that Fates Warning’s dynamics face in DIADL: the guitars pound more rocky and full, whereas in the past we could have defined them “intellectual” (they’re not gone dumb, it was a dull attempt to explain the changes ehehe). Ray Alder has significantly got his throat back on a treadmill and although his tone had been clearly modified (roughed?) from too much “smoke & booze” he has taken back good vigor and his ups and downs are pleasantly shaded by the past. It is perceivable a certain Porcupine Tree aura and we can feel other influences here and there.
There are different versions availables of Darkness in a different light, and I have to admit that the double transparent red vinyl is just a heartbreaker.
Let’s proceed with the track by track!

One thousand fires: We can touch Fates Warning’s mood twist quite evidently. Swirling, chunky rhythmics add to the classic, carefully chosen notes, typical of FW. Nice irefshot.
Firefly: contains alot of Inside Out album’s scent. A picturesque, very catchy wide open chorus opens wide and a wisely articulated guitar solo.
Desire: why do I have the feeling that most of the songs titled DESIRE are born to be forgotten? This one’s kinda awkward: the arpeggio is on a “what…?” level, the changes of tone seem hanging from a hair and no matter how Ray Alder tries hard to keep everything tight pulling out very direct and simple chorus… The track is dysfunctional. That’s quite a bummer: a filler. In a hard waited almost 10 years. Sgrunt.
Falling: short acoustic guitar and voice track, that was part of a song that did not fit. You can find the whole lot on the 2 cds version.
I am: Please don’t get mad at me… But I can not bear Tool. Yes, the band. Technically they are good, Keenan does have a beautiful voice etc etc . but I can’t just wrap my head around them. So imagine the disappointment when this second preview from DIADL hit me: apparently “inspired” to those guys. My jaw dropped on the floor. A track “clearly inspired to” another band (in an objective regard of trying to be objective)? In an album awaited almost 10 years. What the!?
Lighthouse: the atmosphere thickens and we witness clearly the aforementioned darkness… A song functional, well conceived and good enough not to be brought down by the chorus.
Into the dark: This track too starts with a sudden attack, maybe unexpected or clumsy… Up to you. But it is overall good, with a top notch guitar solo..
Kneel and Obey: a Ray Alder that shines and stings with inspiration brings this track on the very top of the dark light and gives the perfect meaning to the obscurity intended. Successful!
O chloroform: A gorgeous double bass spells The title made me chuckle, honestly. The song works great and shows. A verse fairily suspended that evolves into a chorus truly spot on.
And yet it moves: Matheos again embraces his unending love (the similarities between him and Steve Howe of Yes come to be bold, sometimes. Both smart guitarists, minimalist, but if holding an acoustic guitar they can move to miracles): and preludes to the long piece of the disc, which presents a fascinating variety and closes the album in great fashion. Rhythmic games all over, in an almost Meshuggah way, and a sweet finale remembering us that darkness does not last forever (come on, that’s what I call a wrap!)

Few more blunt praises to bassist Joey Vera for his work on this disc: the addiction of Jarzombek’s drumming skills sure gave him the chance of expressing himself even better than in the past and a round applause to the already excellent solo guitarist Frank Aresti, confirming my long time theory that Fates loose lots of ground without him. Even his simple intake in the guitar solos is always been essential and the dude has also evidently geometrically grown over time, also acquiring greater technical and safety.

FINAL WORDS: a disc hard to judge immediately.
But that’s the least I could expect from the titans of thinking feeling’s metal. And they have not failed, presenting a platter very intense. A disc that regardless of the intent to transmit less sunny colors, however, presents some points that perhaps outline a band trying to change its skin leaving a little rust behind. Personally I’d loved a less bleak, arid sound. DARKNESS IN A DIFFERENT LIGHT scores nice but I’ll wait until next fatigue to claim the full return of one of my favorite bands EVER!


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