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Funk Jam Project – Motherfunkers (Autoprod., 2013) di Flavio Centofante

Dalla loro pagina facebook: Funk Jam Project: un gruppo di sei ragazzi, accomunati dalla passione per la birra, il poker (e il Funky), si son ritrovati a Bologna a bere birra, giocare a poker e suonare Funk… Benissimo, diciamo noi. Il funk è gioia di vivere. Anche quello suonato in questo disco lo è. C’è funk, ma più in generale c’è fusion, ci sono tastiere, c’è ritmo, e tantissimi wah waaaaaaaah. E poi l’approccio un po’ cazzone – permettetemi il termine, cari lettori – che traspare fin dall’inizio è già un marchio di garanzia: si sente uno di loro…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Inarrestabile

Voto Utenti : 4.22 ( 3 voti)
Dalla loro pagina facebook:

Funk Jam Project: un gruppo di sei ragazzi, accomunati dalla passione per la birra, il poker (e il Funky), si son ritrovati a Bologna a bere birra, giocare a poker e suonare Funk…

Benissimo, diciamo noi. Il funk è gioia di vivere. Anche quello suonato in questo disco lo è. C’è funk, ma più in generale c’è fusion, ci sono tastiere, c’è ritmo, e tantissimi wah waaaaaaaah. E poi l’approccio un po’ cazzone – permettetemi il termine, cari lettori – che traspare fin dall’inizio è già un marchio di garanzia: si sente uno di loro dire: Tah tah tah, non sta registrando vero?
La musica e il divertimento in studio di registrazione, come fossero dei teenagers, come in fondo si possono permettere solo i grandi musicisti e artisti. Il fatto è che a suonare e interpretare queste canzoni e ritmi, loro sono bravissimi che di più non si può. E il termine cazzone di cui sopra, riferito al loro approccio alla musica, rimanda ad altri approcci superbamente cazzoni, come quelli di Frank Zappa, o di qualche jazzista geniale e matto. Le tastiere si mischiano alla perfezione con la sezione ritmica di basso e batteria. Gli assoli della chitarra sono suggestivi, rallentano le atmosfere, e poi ripartono col turbo. Pare di sentire un po’ del Santana versione Lotus, splendido album live degli anni settanta. Il sax è prepotente, dissacrante, libero. Ripenso a tanti gruppi e gruppetti anche italiani dei quali ho scordato il nome ma che, come i Funk Jam Project, ci hanno provato e l’hanno fatto col funky. L’album, interamente strumentale, è un piacere per le orecchie, tanto più che di strumentale (e fatto bene) in Italia c’è davvero poco. Il sassofono è grandioso in Pina Colada, accarezzato dalle tastiere di cristallo e dalle percussioni – come dire – percussive! Se da una parte ci sono ritmi più vicini alla fusion e alle commistioni di generi, in brani come Walking Through the 70s c’è il vero e proprio funk di atmosfera, laccato, chitarroso, cult, insomma quello tanto caro ad alcuni film dell’epoca (qualunque sia il genere al quale state pensando, peraltro). Bellissimo l’intro sornione di Mary Jane Rhapsody, che poi sfocia in una specie di reggae stridente e saltellante. Ce la possiamo immaginare tutti quanti, Mary Jane: irresistibile, gatta, pazza, bella, sensuale, camminatrice della notte e del giorno. E poi si viene a scoprire che Mary Jane non esiste, ed è solo una canzone. Che aumenta di ritmo, e dal reggae passa al funk più tirato, e infine alla salsa e ai ritmi cubani. Il gruppo suona meravigliosamente, mentre accompagna la nostra misteriosa ragazza in quel locale sperduto sulla spiaggia in riva al mare, da qualche parte nel centro delle nostre città, dei nostri cervelli e gambe. Funkebab merita dieci solo per il titolo: ritmo e melodia contagiosa, digressioni chitarristiche meravigliose, e fiati turchi, orientali, speziati sul finire del brano. Non mi sorprendo affatto (ascoltando il disco ho letto i titoli uno alla volta, ogni volta che iniziava una canzone) di trovare come penultimo brano proprio Soul Sacrifice di Santana. Allora le immagini, le suggestioni, le visioni della precedenti canzoni erano davvero figlie di quei lidi, della curiosità musicale del celebre chitarrista e del suo gruppo pazzesco. La cover è bella, sentita, riadattata ovviamente al mondo dei Funk Jam Project, con un assolo per ogni strumento, fiati, tastiere e chitarra. Ottima e gustosa, personale e trascinante. C’è, alla fine, una bonus track, particolare rispetto al resto, perché è un poco più eterea e ipnotica, come se gli strumenti fossero imbarcazioni di fortuna su un mare di alghe enormi e colorate, oppure esploratori in un bosco magicamente illuminato di smeraldi e polvere di caffè. Le percussioni hanno retto l’intero disco, gli altri strumenti l’hanno incorniciato alla perfezione. Un sole bello e energetico questo album, da ascoltare soprattutto quando arriverà questo autunno e inverno (è già arrivato?). La pioggia fuori dalla finestra non si vede. Schermatura musicale, dice il saggio.

 

Alessandro Arigliano – Chitarra
Alberto Capone – Percussioni
Federico Raparelli – Tastiera
Leo Rella – Basso
Leonardo Sanna – Sax
Giuseppe Spinelli – Batteria

Ex componenti
Gabriele Impiombato – Tromba, Trombone (ottobre 2012 – marzo 2013)
Alessio Festuccia – Tastiera (ottobre 2012 – luglio 2013)


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