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Hey Saturday Sun – Hey Saturday Sun (Stupid Alien Record, 2013) di Flavio Centofante

Mi è piaciuto molto quando in una intervista Giulio Ronconi, in arte Hey Saturday Sun, ha detto semplicemente ma anche con una certa dose di sicurezza in se stesso: “voglio fare dischi nel miglior modo possibile.” E’ una bellissima frase, spiega il giusto approccio lirico che bisogna avere rispetto alla musica, forma d’arte per comunicare sensazioni e, ovviamente, intrattenere l’ascoltatore con qualcosa di appetitoso. E non a caso, questo disco è molto molto appetitoso. Tanto per citare subito un brano: 1989, con quei tappeti di synth decisamente anni ottanta, è un chiaro rimando ad un’immagine della memoria, lontanissima e…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Curativo

Voto Utenti : 3.2 ( 5 voti)
45807_146901975472214_1735539992_nMi è piaciuto molto quando in una intervista Giulio Ronconi, in arte Hey Saturday Sun, ha detto semplicemente ma anche con una certa dose di sicurezza in se stesso: “voglio fare dischi nel miglior modo possibile.” E’ una bellissima frase, spiega il giusto approccio lirico che bisogna avere rispetto alla musica, forma d’arte per comunicare sensazioni e, ovviamente, intrattenere l’ascoltatore con qualcosa di appetitoso. E non a caso, questo disco è molto molto appetitoso. Tanto per citare subito un brano: 1989, con quei tappeti di synth decisamente anni ottanta, è un chiaro rimando ad un’immagine della memoria, lontanissima e per questo sfuggente; ma il brano quell’immagine la dipinge, e il risultato è ottenuto: approccio incredibilmente lirico alla musica. Il disco spazia dal post rock alla new wave, dall’ambient all’elettronica. Ogni brano contiene un’atmosfera distinta eppure correlata al brano precedente o successivo. Come uno scrigno, ogni singola canzone si apre e gentilmente ti accompagna su vie inaspettate. Soprattutto la cura dei suoni colpisce: grazie anche all’aiuto di un tecnico bravo come Alessandro Beltrame, il disco appare solido, curato, serio. Ma come fare a far convivere tutte queste anime sonore e far sì che la qualità del disco resti alta, il risultato compatto? Ronconi concepisce la musica come un qualcosa senza limitazioni, e i generi semplicemente dei mezzi per creare uno schema generale dentro il quale muoversi. Perciò creare brani per il cuore correlati ad un ottimo lavoro musicale e un’indiscussa bravura basta a centrare il bersaglio. La piacevole suite di atmosfere sintetiche che introduce l’album è contagiosa: l’istinto dice di guardare panorami lontani, levigare palazzi e strade e colline e persone con lo sguardo, magari le onde del mare, aprire a turno un occhio e poi l’altro, per modificare la risoluzione del creato che ci circonda. Grandangolo. Epifania. In Silent Kids ci sono echi di Depeche Mode e Pet Shop Boys, l’amore per la nostalgia invisibile degli anni ottanta: i sintetizzatori, animali famelici che rubano il cuore; Lullaby1 è il pezzo cult, con il suo procedere ipnotico e affascinante, forse buchi neri, forse no, l’importante è che dia speranza e rubi il cuore; non so perché ma penso a West London, ai paninari, a Stockhausen, ai fiordi norvegesi, alle apnee zen sotto il pelo dell’acqua del mare di una ragazza di vent’anni. A fare capolino ci sono anche le chitarre, le batterie picchiate come palla di cannone, i riverberi saltellanti. Di un brano come Swine Flu Shot Ronconi dice: “è nata in pochi giorni, dopo che avevo scoperto per caso su youtube una vecchissima pubblicità delle lobby farmaceutiche statunitensi, per promuovere la vendita del vaccino contro l’influenza suina. Uno spot allegro, amorale e malato come la cultura statunitense; mi ha ispirato molto, ho capito subito come tagliarla ed effettarla e che suoni di synth mi servivano.”
Spettacolare. Viva il mare verde!

Tracklist:

1. Pulsewidth noise
2. Silent kids (feat. Thumbsucker)
3. The other city
4. Liric
5. Lullaby1
6. 1.9.8.9.
7. Museum of revolution1
8. Museum of revolution2
9. Swine flu shot
10. Lullaby2


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