Home / Live / Solotundra live @ Le Mura, Roma (Testo di Giulia Pierimarchi, Foto di Sara Binello e Guglielmo Betti)

Solotundra live @ Le Mura, Roma (Testo di Giulia Pierimarchi, Foto di Sara Binello e Guglielmo Betti)


Foto di Sara Binello

L’ Ep What we did last winter è l’ideazione di tutti gli influssi che il sottobosco e il suo clima schivo, fuggitivo alla luce ed assente al calore, possono esercitare sull’indole dell’uomo e sulle sue vicende.
Di questo lavoro, ascoltabile ed acquistabile su Bandcamp, lunedì 14, ne sono stati proposti alcuni estratti nella location più appropriata a dare visibilità a tutto ciò che si muove nel sottosuolo musicale italiano, Le Mura.
La copertina dell’Ep, su cui è riportata una foglia autunnale ormai caduta, vuole alludere al sopraggiungere della stagione crepuscolare e si confonde con l’animo melanconico del songwrinting di Andrea Ananìa, conosciuto in questa occasione nella personalità di Solotundra.
Come vuole suggerire anche il nome che dà il titolo alla raccolta di tracce, ci troviamo di fronte ad un live-set, dal tono un po’ languido, melanconico con riferimenti ad un periodo di tempo ormai passato.
Il brano che dà inizio alla serata acustica Time to leave, si apre con un arpeggio dolce e soffuso le cui note si susseguono come fossero melodìe scandite da un carillon.
Se dovessimo tradurre letteralmente il titolo del pezzo otterremmo “tempo di lasciarsi, tempo di abbandonarsi”.

Trasfigurazioni letterarie e storico-artistiche hanno abitualmente corrisposto alla stagione autunnale il tempo dell’abbandono; intendendo questa tematica, attraverso il suo carattere astratto e ideale come il fluire nel tempo che scorre. Come l’accettazione di ciò che abbiamo accumulato finora e di ciò a cui ci stiamo preparando.
Estendendo ancora il suo significato figurativo e, attribuendogli un’accezione esistenziale, come derivativo della tradizione iniziatica potremmo dire: è il tempo dell’abbandono del passato, di ciò che è stato.
È un momento di passaggio, di riflessione su ciò che eravamo e su ciò che siamo stati.
È il tempo giusto per rivolgersi alla propria intimità, per meditare sullo scorrere del tempo, in prossimità della stagione solitaria (l’inverno). Stagione in cui il respiro della natura è sospeso, il sole spossato e il tempo stesso pare fermarsi, nell’attesa di una trasformazione.
Nel brano citato come in tutte le altre composizioni è di fondamentale importanza il ritmo lento della melodìa, la fluìdità delle strutture musicali e, dei versi; il loro leggero languore e l’approccio sobrio del musicista nella semplice resa dei suoi pezzi e nell’improvvisazione dell’elemento percussivo del suo set strumentale, ridotto per l’occasione, ad un pedale della gran cassa da battere contro la custodia della chitarra.

Foto di Sara Binello

Il tutto sembra sìa volto verso il tentativo di ideare un clima da canzone soft, malinconica, «al chiuso», ideale per concerti in luoghi raccolti. Com’è stato il live unplugged durante la serata di lunedì.
Dall’incontro che ne abbiamo avuto e dagli stessi titoli di alcuni brani resi dal vivo e, dagli elementi armonici (il ronzìo di una colonia di api domestiche su Queen Bee, gli arpeggi arcadici del banjo che introducono The Deepest Pit) traspare un’attitudine alla contemplazione o alla creazione di questo immaginario paesaggio naturale che nella canzone firmata Solotundra vuole esserne il fulcro e vuole anche mostrarsi confindenziale, familiare alla quotidianità dell’uomo.
All’apertura di questo cammino bucolico potremmo dire che la sua musica può concretamente racchiudersi sotto quello che lo stesso autore nomina come “musica per l’alce solitario, per i pescatori affetti da mal di mare e per ogni tipo di pianta”; com’è simpaticamente riportato su una delle didascalìe della pagina Facebook del suo progetto.

Muovendosi come one-man band, Andrea Ananìa a nome Solotundra, si snoda con il suo folk-autunnale tra canzone d’autore americana, canti evocativi, suoni folk-blues, rumori della natura e frammenti country.
Durante il suo acoustic set non sono mancate altre declinazioni del suo folk/blues come il roots rock, nel caso di The first joy of the day, che per scelta del produttore, lo stesso Andrea Ananìa, non è presente su questa anticipazione Ep del suo album e, troverà invece spazio, fra le tracklist del suo primo Full-Lenght disponibile tra uno o due mesi su supporto fisico.

Foto di Guglielmo Betti

Foto di Guglielmo Betti


Commenti

Click here to connect!