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Alter Bridge + Halestorm @ Atlantico live (testo di Daniele Dominici, foto di Luigi Orru)

SAlter Bridge performs live in Romeenza scomodare l’evoluzionismo sociale con cui Herbert Spencer teorizzò buona parte della scalata al progresso antropologico alla fine del diciannovesimo secolo, tutti i fenomeni che partono da un piccolo punto disperso e riescono a guadagnarsi l’attenzione di vaste masse nel giro di una decade, dovrebbero essere oggetto di studio. Purtroppo nell’ambito discografico moderno questo spirito romantico è stato spazzato via da mere logiche di mercato che probabilmente Spencer stesso non aveva considerato appieno (molti dopo di lui spesero valanghe d’inchiostro sull’argomento), con l’alibi comprensibile che il capitalismo con la C maiuscola preso in esame (proprio di questo si tratta!), sarebbe esploso verosimilmente soltanto decenni a venire. Eppure un paragone iperbolico come questo è in qualche modo tessuto addosso alla scalata verticale compiuta nel lasso di tempo di una decade da parte degli ormai lanciatissimi Alter Bridge. Band alternative rock/metal dalle belle speranze creatasi agli albori degli anni duemila nella terra del ‘sogno’ lavorativo per eccellenza, gli Stati Uniti, gli Alterbridge sono saliti agli onori delle cronache soprattutto per l’unicità del prodotto proposto, in perfetta sintonia con il concetto Spenceriano di concorrenza sociale: niente di totalmente nuovo, ma abbastanza diverso da distaccarsi dai predecessori in maniera efficace e convincente.
Dopo soli quattro album all’attivo (l’ultimo, Fortress, uscito a fine Settembre, è il motivo per cui rivediamo gli AB nel nostro paese dopo una pausa di due anni) e qualche disco d’oro in bacheca, la band guidata alla voce dal virtuoso Myles Kennedy si riaffaccia nel Belpaese  per rafforzare la propria posizione e tentare addirittura un sor – passo di automobilistica memoria: abbandonare lo storico Alcatraz di Milano come sede delle proprie esibizioni e spostarsi nel ben più capiente Forum di Assago. Per la prima delle due date italiana, Roma, la scelta è stata invece diversa. Effettivamente non sono molti i dubbi che assalgono gli spettatori sui perchè della conferma dell’Atlantico come location: alternative valide, impianti con una capienza ‘di mezzo’ tra le decine di migliaia e le poche centinaia, in quel della Capitale, non ve ne sono.
Le beghe storiche della struttura sono purtroppo rimaste ancorate al parquet: un’acustica a dir poco ‘caciarona’ che limita l’udito all’esecuzione di massimo 10 pezzi ed un servizio d’ordine ai limiti dell’assenteismo spinto. Chi scrive ha avuto, tra l’altro, la fortuna di godersi l’assistenza VIP, con foto e autografi da parte della band (bisognerebbe scrivere un capitolo a parte sull’argomento, la spinta emozionale mi farebbe regredire di almeno dieci anni) visione del soundcheck (il momento più esclusivo in assoluto) e accesso anticipato al parterre. Nonostante l’euforia, quindi, per le ore precedenti al concerto, lo spettacolo stesso ha peccato di tutti i limiti appena citati, alcuni ad onor del vero, scevri dalla responsabilità degli organizzatori: che il sottoscritto dopo tre pezzi della band di supporto si sia visto scavalcare da orde di forsennati che non conoscono il significato di parole come educazione, rispetto, decoro ed il cui unico scopo è guadagnare 3 cm di spazio per scambiarli con l’incolumità di centinaia di persone, è onestamente inaccettabile sotto più punti di vista.Alter Bridge performs live in Rome

Ma dopo aver brevemente accennato alle note dolenti, passiamo ai numerosi aspetti positivi protagonisti della serata. Gli Halestorm della grintosa Elizabeth ‘Lzzy’ Hale alla voce (con un look simile ad una rider d’altri tempi), sono stati scelti come spalla per il tour sull’onda del successo internazionale recente e si sono rivelati un antipasto più che gradito. Il pubblico inizialmente decimato dell’Atlantico (l’entrata ai cancelli pare abbia avuto una dilazione biblica) ha dimostrato buona conoscenza dei pezzi proposti, figlia soprattutto di una scelta marpiona da parte della band, che ha ripropoposto sul palco cavalli di battaglia riconoscibili dai più. A fare da ‘ponte’ tra ‘classici’ come Love Bites, Freak Like Me, Mz Hyde e la ballata Here’s to Us, è stato il solo alla batteria del funambolico Arejay Hale, fratello dell’accattivante Lzzy (proveniente da Red Lion, Pennsylvania ndr). Stesso spettacolo, d’altronde, proposto due anni fa da F.Young, batterista dei Black Stone Cherry (spalla degli AB nel 2011 ndr) : evidentemente in America, in ambito alternative metal, vanno per la maggiore interpreti in grado di saltare sul posto, aggredire la batteria e ‘pistare come ossessi’. Ed il pubblico che può fare se non godersi lo spettacolo?! Temperatura altissima (in tutti i sensi possibili) per l’entrata degli AB, ad onor del vero forse l’accoglienza più calorosa mai vista nella Capitale per uno show dei Blackbirders. Un Atlantico vicino all’implosione viene fatto deflagrare dal nuovo singolo Addicted to Pain, con la sua carica minimale punzecchiata dalla voce di Myles Kennedy che coraggiosamente prova a farsi sotto, con buona pace di un settaggio vocale vicino allo zero. Dopo numerosi gesti da parte del sempre disponibile e sorridente vocalist, la situazione pare limarsi con White Knuckles, altra gradita sorpresa per le scalette di questo tour, promossa di almeno tre quattro posizioni rispetto gli anni scorsi , per poter garantire un inizio a dir poco d’impatto. Il volume delle pelli è altissimo e la doppia cassa non fa eccezione. Rimane il dubbio che il tutto sia casuale: il rischio che i restanti strumenti restino soffocati sotto il tappeto sonoro di Scott Philips, è più che tangibile. Stesso discorso per il basso di Brian Marshall. Per due tracce ancora rimaniamo in territorio Blackbird (Come To Life e Before Tomorrow Comes) con il pubblico, accorato e di vecchia data, già rapito senza condizionale. Non si potrà certo definire una platea eterogenea (le prime file sono quasi tutti under 20), ma poco importa, la cornice rimane impressionante: pochissimi spazi liberi, cori ad ogni canzone, boati provenienti da ogni ordine di posto per gli assoli dell’irrefrenabile Mark Tremonti. E proprio il chitarrista con origini nord italiane, a trascinare il pubblico con il semplice utilizzo della mimica corporea, scatenandosi durante i bridge più heavy nemmeno fosse alla prima esibizione in carriera. Alla fine della giostra rimarrà lui il vero elemento imprescindibile del live, incatenato, per il resto, su standard tutto sommato normali, sempre che ci si soffermi sul mero aspetto dinamico-estetico.Alter Bridge performs live in Rome

Dopo il breve intermezzo dedicato ad AB III con l’emotiva Ghosts of Days Gone By, song che già nel 2011 si era fatta apprezzare per un lungo acuto finale di Myles, in grado di spazzare via qualsiasi forma di superficiale scetticismo sulla resa live del vocalist di Boston, la band a stelle e strisce dà vita ad una serie di brani di rara solidità. La tripletta Metalingus – Blackbird – Broken Wings , posta volutamente a metà dell’esibizione, lancia a tutti i presenti un segnale inequivocabile: le radici discografiche della band non solo sono un bacino inesauribile da cui attingere di volta in volta rinnovata vitalità, ma soprattutto il parere positivo dei fan su di esse, non è lasciato inascoltato. Ognuna di esse rappresenta una pietra angolare imprescindibile per comprendere il manifesto artistico degli Alter Bridge e l’esecuzione live è solo il rafforzativo di questo concetto. Metalingus è adrenalina pura, Broken Wings trascende gli umani sentimenti, Blackbird è l’estasi di Santo Myles. Nel mezzo non passa inosservata la nuova Waters Rising, traccia nazional popolare chiesta a gran voce anche dai pochi fan che hanno assistito al soundcheck. Inutile dire che non si rimane mai delusi: alla voce c’è Tremonti, che dopo l’esperienza solista (due date in Italia l’anno passato ndr) è tranquillamente in grado di reggere il palco con presenza granitica. Il brano è disegnato sul chitarrista e l’assolo conclusivo è un accento favoloso: la resa live del ragazzone di Detroit, acustica a parte, rimane spaventosa. Arriviamo al duetto cucinato e servito dalla Roadrunner Records (etichetta condivisa da AB e Halestorm ndr) in occasione di Watch Over You, con Lzzy e Myles interpreti fedeli di una delle ballad più sentite dal pubblico femminile. Piccola nota di costume: per l’occasione la Hale ha abbandonato gli abiti da metallara, per vestire i bianchi panni della dama d’occasione. Tutto fa brodo, insomma! Prima delle due tracce encore finali, si possono apprezzare due dei brani migliori dall’ultimo uscito Fortress, Farther Than The Sun e Lover, che si la lasciano gustare soprattutto per la carica trascinante (la prima) e l’atmosfera introspettiva tendente al malinconico (Lover), fotografie perfette dell’eccellente connubio tra resa live e registrazioni in studio. Isolation viene presa come ennesimo invito a lasciarsi trascinare dal muro di suono prodotto da questi quattro ragazzi che si divertono a fare hard rock, mentre l’inno Open Your Eyes lascia spazio ad emozioni tutto sommato contrastanti: la gioa immensa di rivivere ogni volta la tappa seminale della scalata Spenceriana firmata AB (OYE è stato il primo singolo del gruppo ndr) e la malinconia di chi sa che l’’onda sonora incontrollabile’ sta per esaurirsi anche stavolta. E se Calm the Fire è accolta con un boato di approvazione ( è una delle novità più fresche dell’album appena uscito) e accontenta tutti, Rise Today rappresenta invece il canto del cigno: brano simbolo per la fine degli show,  racchiude i fan presenti tra le proprie braccia nerborute, per riconsegnar loro quel senso d’appartenenza che poche altre band sembrano donare in questo scenario musicale. Il cerchio si chiude, il dado è tratto. Chissà se sarà l’ultima volta degli Alter Bridge all’Atlantico di Roma. Sicuramente durante le tre date vissute sinora nel locale, la band non ha mai tradito le attese ed ha anzi raccolto l’entusiasmo dei fan, l’ha fatto proprio e l’ha restituito sotto forma di show quasi sempre memorabili. Anche stavolta, disagi organizzativi a parte, non si può che trarre un bilancio positivo. Sebbene la scaletta lasciasse fuori per forza di cose svariati pezzi di cui i fan avrebbero voluto godere, d’altro canto gli AB hanno mantenuto un equilibrio raro nella scelta dei pezzi, non tralasciando come sempre l’esecuzione, ai limiti del maniacale. Tutto lascia intendere che anche per Roma sia arrivato il momento del salto. Dopotutto, la band statunitense ha definitivamente rodato il proprio motore e si è concessa il lusso di registrare l’ultimo DVD (come ciliegina sulla torta del tour precedente ndr) nella cornice sobria della Wembley Arena (scusate se è poco), bissando il proprio successo con un album che si attesta su standard ancora una volta eccelsi. Spencer avrebbe concluso: ‘Il progresso, quindi, non è un accidente, ma una necessità’. Se il sottoscritto avesse avuto l’opportunità di intervistare la band avrebbe chiesto loro, senza ombra di dubbio, di un noto sociologo

SETLIST AB:

Addicted to Pain

White Knuckles 

Come to Life 

Before Tomorrow Comes 

Cry of Achilles 

Ghost of Days Gone By

Ties That Bind

Waters Rising

Broken Wings

Metalingus

Blackbird

Watch Over You
(with Elizabeth “Lzzy” Hale) (Myles Acoustic Solo)

Farther Than the Sun

Lover

Isolation

Open Your Eyes

Encore:

Calm the Fire

Rise Today

SETLIST HALESTORM:

Love Bites (So Do I)
Mz. Hyde
It’s Not You
Freak Like Me
Rock Show
Break In / Familiar Taste of Poison
Drum Solo
Dissident Aggressor
(Judas Priest cover)
I Get Off
Here’s to Us
I Miss the Misery

 UN RINGRAZIAMENTO SPECIALE A LUIGI ORRU PER LE FOTO!


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