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Dream Theater – Dream Teather (2013, Roadrunner records) ITA/ENG by Fabio Ippoliti

Dream-Theater-2013-albumNel 2013 sento ancora scrivere fesserie quali “Gli anni ’90 musicalmente sono stati scarsi”. Con internet pieno di forum e siti di musica sarebbe anche il caso di darsi una svegliata e fare qualche ricerchina, ragazzi. D’altronde come se non fosse già balzato abbondantemente agli occhi della stampa dell’epoca, l’anno 1992 vide qualcosa di particolare accadere musicalmente, almeno per chi vi sta impiastrando questi pixel. La casa discografica ATCO da alle stampe quello che viene nel bene o nel male definito un disco spartiacque. Con un ulteriore ma coreografico salto all’indietro (i critici mi danno un buon 8/10, ma si sa come sono queste mamme!) andiamo a ritracciare la storia dei Dream Theater che nasce almeno sei anni prima con il batterista Mike Portnoy che unisce il suo amore per il rock progressivo classico e le sue innumerevoli influenze, unite alla sua dimestichezza tecnica veramente rimarchevole,  alla sei corde di John Petrucci, al basso di John Myung e alle pregiatissime tastiere di Kevin Moore. Il disco del 1989 “Where Dreams And Day Unite” (con alla voce il bravo ma poco incisivo Charlie Dominici) vede mutare il nome della band da Majesty a Dream Theater e conia uno stile che con il passare degli anni verrà ripreso copiato e modificato da una miriade incredibile di gruppi. Nel 1992, tornando a bomba, i Dream Theater registrano un importante cambiamento complice anche l’entrata in formazione di James LaBrie dietro al microfono (un cantante dalla timbrica peculiare ma dalla preparazione tecnica assolutamente unica), ed esplodono sulle scene con Images And Words, disco che fa crollare in maniera definitiva la separazione dell’heavy metal dal progressive, fondendo assieme questi due filoni (filtrando e dispiegando con vigore le intuizioni acquisite dai maestri Rush, Yes e dei compari Fates Warning/Queensryche) e portando agli occhi dei più un filone tematico e sonoro ancora da esplorare completamente. Il successivo platter Awake vede incupire le sonorità della band che crea la perfetta antitesi al disco antecedente, andando così ad affrescare un panorama complesso, intenso, originale.

Awake è però l’ultimo disco in studio con il  tastierista originale che venendo a trovarsi in disarmonia lascia la band. Il sostituto viene trovato più in là nella persona del rinomato mr Jordan Rudess. Il percorso stilistico intrapreso quindi dai cinque newyorkesi risulta cambiare di nuovo con Portnoy e Petrucci che prendono saldamente il timone compositivo in mano e fanno proseguire il gruppo tra alti e bassi anche tentando a volte innesti con influenze esterne che probabilmente poco avevano a che fare con le intenzioni del resto della band. Dopo album più o meno validi (tra tutti il brillante Metropolis pt. II) Alla fine Portnoy lascia il gruppo dopo 27 anni di dedizione per incomprensioni e al suo posto, dopo audizioni di nomi importanti della scena rock e metal, viene ingaggiato alle bacchette Mike Mangini. Il risultato di questo importantissimo cambiamento, basilare direi, porta una ventata di freschezza compositiva del gruppo che con A Dramatic Turn Of Events (disco ispirato a fatti realmente accaduti?) del 2011 cerca di focalizzare su un’ottica meno contaminata e intende rientrare sui binari del sound di quasi 20 anni prima. Il cambiamento è evidente: la versione 2011 dei DT risulta meno edulcorata, appare più serena e il cambiamento stuzzica il pubblico… Cambiamento importante per il futuro di un gruppo che di cambiamenti dovrebbe campare e che è diventato una flagship, nel bene o nel male quindi molto importante e sempre sotto la luce dei riflettori in quanto “arieti da sfondamento” per la popolarizzazione del metal di un certo taglio tecnico.

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From left to right: Mike Mangini, John Petrucci, James LaBrie, Jordan Rudess, John Myung… Dream Theater 2013!

Credo che forse giovi alla recensione qualche pensiero sul progressive metal, arrivati a questo punto. Cos’é? Forse le parole di Mr Daniel Gildenlow lo riassumono al meglio: il prog è avere una mentalità aperta. Aggiungo io (ad esclusione): un pezzo di 8 minuti e assoli kilometrici possono essere deleteri (per usare un leggiadro eufemismo): non sono strettamente necessari e se troppo forzati arrivano a “nuocere gravemente alla salute”. E orsù prendiamoci tutti per la manina e andiamo ad esaminare il nuovo disco omonimo (a voler dimostrare un nuovo inizio?) del five piece newyorkese uscito quest’anno, partendo da alcuni presupposti: va immediatamente evidenziato che purtroppo, in base a sfortunati avvenimenti occorsi durante la tournée in Giappone della seconda metà degli anni 90, LaBrie ha rischiato di perdere la voce con un incidente ad una corda vocale e le sue performance sono state soggette a sporadici cali. Questo fattore, che ha ridefinito in maniera incisiva l’apporto di vigore e dinamiche, e il suono della batteria (capito l’idea di dare un’aspetto retrò ma qui si è esagerato) di Mangini sono a mio avviso tra i principali, più evidenti punti deboli di un disco che personalmente da vecchio fan dei DT ho relativamente gradito. 

Scrivo apposta “vecchio fan” perché sinceramente le uscite musicali del gruppo dopo il 2003 mi sono risultate non all’altezza del loro gigantesco nome, mancando a grandi tratti dell’innovativa qualità totale e la compatta ispirazione dei primi dischi, e forse avendo personalmente intrapreso un percorso di scoperte musicali che mi ha portato a conoscere band che pur viaggiando sulle stesse coordinate erano – magari nel loro piccolo – più innovative o compositivamente più convincenti, toccanti per i miei canoni musicali. Ma una recensione dev’essere in piccola parte opinione, no? Quindi per ascoltare questo disco ho cercato di togliermi “le fette di prosciutto dalle orecchie” e ho mandato giù per la milionesima volta il dogma “Kevin se n’è andato e non ritorna piùùùùù” e ho schiacciato play!

Dream Theater LogoFalse Awakening Suite/The Enemy Inside: uno dei fattori che invece mi ha convinto del disco è la volontà di giocare, come se fosse riapparsa magicamente, come se qualcosa avesse occluso, attappato la voglia di sperimentare al quintetto di New York in passato. Questo intento si percepisce modificato sin dalle prime note della suite. Persino gli interplay tra chitarra e tastiera sembrano aver trovato un vigore dal gusto nuovo. Il riff iniziale di The Enemy Inside, vagamente flamenco, apre le danze e LaBrie che non intende fare sali scendi vocali, infila un cantato non esageratamente estremo con un ritornello accattivante. 

The Looking Glass: ad aprire questa seconda traccia ci pensa un riff molto aperto e (diciamo) dal sapore positivo. Il lavoro di tutto il gruppo è godibile l’unico appunto che dare egli è quando LaBrie vuole provare a tenere un tono  più delicato ma cavalca la sottile linea del risultare tra lo stucchevole e il sognante. Decisamente un mio elemento preferito di questa band è John Myung. Il silenziosissimo (a parole) bassista è da sempre riconosciuto come uno tra i migliori del genere e in questo nuovo lavoro sembra davvero coinvolto e motivato dall’entrata in formazione del nuovo batterista, complice anche un bel suono caldo che personalmente mi ha fatto arricciare i bordi della bocca.

Enigma Machine: strumentale tipico dei Dream Theater in cui tutti i componenti danno sfoggio delle proprie capacità tecniche. Abbastanza riuscito
niente di nuovo in maniera assoluta.

The Bigger Picture: c’è la tonalità <<spaventapasseri>> che io sconsiglierei vivamente a LaBrie su cui cantare: guarda caso è proprio quella con cui inizia questo pezzo. Apprezzavo, adoravo, idolatravano la voce del cantante canadese nei primi dischi… Riusciva ad equilibrare parti dolci in maniera convincente a pezzi di energia e tecnica aggressiva che lo rendevano uno tra i più bilanciati e trascinanti front men che, secondo me, figuravano sulla scena metal in generale. Persa l’attitudine più decisa e tecnica, in base a fattori che oltre all’incidente di cui ho accennato prima e non so quale altro motivo, LaBrie si è ritrovato ad essere un buon interprete dei pezzi vecchi (attenzione ho detto “buon interprete” non a caso)  e riuscendo a tratti nel risultare urticante, facendo uso di un vibrato che alle orecchie di chi scrive risulta un forte detrimento. Però anche lui dovrà mangiare e credo che la sua coesione oramai cementificata col resto del gruppo – che ricordiamo essere ormai una istituzione nel genere – renda fuori da qualsiasi possibile discussione una sostituzione. Comunque: l’intenzione sarebbe una ballad varia e aperta, ritornello solenne, risultato finale un po’ confuso.

Behind the Veil: il lavoro effettuato in questa traccia è tutto sommato in linea col disco, ma suona decisamente come un filler.

Surrender to Reason: magari ci capirò poco io, lungi dal dubitarne, ma perché ogni tanto sembra che Mangini faccia gli stessi identici stacchi o passaggi del precedente batterista? Posso capire la continuità di stile però… Un bel riff in controtempo e di nuovo un ritornello aperto con cui i nostri provano a dare dimostrazione di sentimento ma: sebbene penso sia coeso e suonato in maniera certosina con tutto il resto del disco personalmente non riesce a smuovermi più di tanto (citazione del loro classico pezzo 6:00 nell’assolo di chitarra simpaticissimo… Brav’uomo Myung, BRAV’UOMO!).

Along The Ride: intro atmosferica stile giungla che viene seguita da un bell’arpeggio. A questo punto però se seguiamo il lungo tutto il percorso del
disco il cantato iniziamo a subire qualche sprazzo di noia. Sebbene abbiamo un altro ritornello riuscito, il resto della voce resta abbastanza anonimo e questo appiattisce una canzone che riesce tutto sommato ad essere ad un livello lievemente superiore della traccia precedente e lascia il passo al leviatano finale.

Illumination Theory: una godibile intro molto hard rock (che dà una vaga impressione di già sentito da qualche altra parte) molto catchy. Finalmente LaBrie tira fuori un po’ gli artigli e riesce (perché non lo fa in qualche altra canzone del disco, lo sa ancora fare… E’ moooolto più convincente della media dei pezzi, qui!). Posso dirvi solamente che se siete nel mood di farvi un viaggio o se siete in viaggio questo pezzo da 22 minuti vi terrà compagnia. Se siete qui perché il nome Dream Theater vi ha tratti a leggere questa recensione e allora saprete già cosa vi aspetta: in linea di massima buoni assoli, pezzi atmosferici e una ritrovata passione per progressive rock d’antan, dispiegata in omaggi qui e lì. Spiegare un pezzo di questa durata in maniera dettagliata rasenta l’impossibile: il gruppo non è nuovo a suite di questo taglio sin dagli albori e quindi chi ha già ascolti pregressi capirà quando dico che Illumination Theory non raggiunge di certo i picchi violentemente emotivi di A Change Of Seasons, mentre chi vuole scoprire i Dream Theater si mettesse d’impegno o di relax: si troverà trasportato nel loro mondo pieno di intuizioni, citazioni, emozioni in maniera abbastanza convincente…

Abbastanza convincente” queste parole uscitemi proprio in sprint finale risultano essere forse le più adatte a descrivere tutto il disco di questi veterani. Sono convinto che le loro intenzioni siano le migliori, si respira un’aria decisamente più rilassata (e a tratti divertita) come se un freno a mano fosse stato tolto e di sicuro il nuovo corso dei Dream Theater risulta forse più schietto, sincero, solare, sentito che in passato.
Dream Theater (2013)  è un disco che dimostra un ulteriore sviluppo della svolta radicale nell’attitudine della band, ma siamo ancora abbastanza lontani dai picchi compositivi ed espressivi del gruppo che nel passato riuscì a far innamorare, convincere, emozionare, conquistare il mondo. Il disco è ovviamente suonato in maniera ineccepibile ma credo che l’urgenza impellente di voler coinvolgere gli ascoltatori con cambi spaziali e lasciare per forza tutti di stucco siano degli elementi che i ragazzoni dovrebbero dosare con più cura, pena l’impressione di sentire pezzi raffazzonati che finisco per aver poco senso aldifuori dei ritornelli (quelli sicuramente riusciti nella maggiorparte delle canzoni su quest’album) 

Ma nel 2013, a vent’anni dall’esplosione della corrente musicale che di cui Dream Theater furono principali esponenti e alfieri questo è sufficiente? “Abbastanza convincente” farà sì che questo disco venga ricordato tra altri 20 anni al di là dell’essere la 12ª uscita in studio del gruppo, il secondo disco col batterista nuovo, il disco dovuto ogni due anni per andare in tour e incassare? Il Vostro Buon Vecchio Zio fab ha ancora fame di quei potenti, inaspettate, inattese, vibranti, incontrollabili brividi che altri dischi, anche della stessa band, riescono a scatenare. Credo che però la sfida sia ancora aperta dato che orientativamente il percorso intrapreso della band sembra essere in fertile ripresa e pian piano, album dopo album, magari possa tornare ad essere incoraggiante laddove non del tutto vincente. Voi?

Stencil___Dream_Theater_Logo_by_MasterKoyo

In 2013 I’m still reading around crap like “The 90s were musically poor”… With the internet full of forums and music sites wouldn’t it be nice and do some little research, you pickypicky guys? On the other hand as if it didn’t already jumped abundantly in the eyes of the press at the time , the year 1992 saw something special happen musically, at least for your humble writer. ATCO record company prints what is, in good or bad, a milestone album. But with an additional choreographic backwards leap (jury gives me a good 8/10, but you know: mothers!) we jump straight back to 1986 where Majesty story begins as Mike Portnoy, with a major for classic progressive rock and its many influences combined with his truly remarkable drumming technique, is joined by the six-string John Petrucci, John Myung on bass and the precious keyboard player Kevin Moore. 1989’s “Where Dreams And Day Unite” (sung by the talented but maybe unfitting Charlie Dominici) sees the band’s name change from Majesty to Dream Theater and coins a style that will be copied and modified over the years by an incredible amount of bands. In 1992, back to when we belong, Dream Theater gets the canuck James LaBrie behind the microphone (a singer with quite a personal timbre but a bulletproof technique), and explode on the scene with Images and Words, work that permanently destroys the separation from progressive and heavy metal, fusing together these two genres (smartly filtering and deploying the insights gained from the masters Rush, Yes and brother in arms Fates Warning/Queensryche) and bringing the musician world’s eyes on a thematic strand and sounds yet to be explored fully . The following platter “Awake” darkens the sounds and creates the perfect antithesis to the album before, depicting a complex landscape, intense, original. Awake, though, marks to be too the last studio album with the original keyboard player, which takes another road. The substitute is found further on in the renowned Mr. Jordan Rudess. The stylistic path undertaken by the five New Yorkers changes again with Portnoy and Petrucci taking the helm of composition firmly in their hands and pushing and pulling the band through thick and thin, even trying sometimes to include external influences that probably had little to do with the intentions of the rest of the band. Then after some some enjoyable albums and some not (interesting the Metropolis Part II album), in 2010 Portnoy leaves traumatically the band after 27 years of dedication and in his place, after hearings of major names in rock and metal scene, Mike Mangini gets the tough job. The result of this momentous change, quite a radical change I would add, brings a breath of freshness in a matter of composition shown through 2011’s A Dramatic Turn Of Events (inspired by true events ?) album trying to focus on a less contaminated path and showing the will to get back on the rails of a 20 years older sound. The change is quite evident: the 2011 version of the Dream Theater shows serenity, compactness which enthralls the audience… And a basic change like this, for a band that should live by the code of change – a band that became a flagship in better or worse, it is very important seen the fact that Dream Theater have always been under the spotlight as “battering ram” for the popularization of a certain kind of technical heavy metal.

It’d be time nowto add some thoughts on progressive metal (a definition would be rather indefinite and superficial, I think), at this point. What is it? Perhaps the words of Mr Daniel Gildenlöw may sum it up best: the progression’s most important element is keeping an open mind. My personal vision adds: most of times a 9 minutes track and miles long solos can be deleterious (to use a pretty huge euphemism…) being not strictly necessary and if too forced they can “serious health endangerers”.

And thus, let’s all go hand in hand and examine the Newyorkers new self-titled album (art and title meaning a dawning new start?) Of the New York five piece came out this year, starting from some info: unfortunately, after an unfortunate event that occurred during the tour of Japan in the second half of the 90s, LaBrie had trouble with an accident at a vocal cord and his performance have been subject to sporadic burnouts. This factor, which somehow redefined in an sporadic lack of incisiveness to the strength and dynamics, and the sound of Mangini’s drums (triggers can be dangerous!) are in my opinion one of the leading , most obvious weaknesses of an album that personally, as an old Dream Theater fan, I often liked. I wrote “old fan” on purpose because honestly the releases following 2003 made me not jump with thrills and shivers, I did not find them live up to their Gigantic Name, lacking in large tracts of the innovative total quality and the inspiration of the first oeuvres, and perhaps having personally undertaken a journey of musical discovery that led me to know bands that while cruising on the same coordinates were – perhaps in their tiny universe – most innovative or compositionally more convincing and touching for my musical requests. But a review HAS to be opinion a small part, right? Then while listening to this record I tried to take off the mind caps from my ears and I swallowed for thee millionth time the “Moore won’t be back no mo’ ” dogma and pushed PLAY!

False Awakening Suite/The Enemy Inside: one of the most convincing elements that jumped right in my eyes about this album, is the genuine manifestation of wanting to have fun playing. As if magic reappeared, as if something had unoccluded back the desire of the five newyorkers to try and experiment in a way that was maybe marked as a remote past. This intent is perceived from the first notes of the suite. Even the interplay between guitar and keyboard seem to have found a new forcefull unforced taste. The Enemy Inside’s initial riff, vaguely smelling with flamenco, starts the dance and LaBrie looks carefully not to voice up and down, patching voice parts not extreme, with a catchy chorus.

The Looking Glass: another cool riff opens up. The whole band’s work feels enjoyable, only notice that when LaBrie wants to try to keep a more delicate tone walks the thin line between cloying and dreamy, too dangerously. Definitely one of my favorite element of this band is John Myung and shows. The quiet (in words) bass player has always been recognized as one of the best in the genre and in this new work seems really involved and motivated  by the entry of the new drummer, also because of a warm, woody sound that personally did curl the edges of my mouth.

Enigma Machine: instrumental typical Dream Theater where all the components give show off their technical skills. Nothing new, then.

The Bigger Picture: There is a “scarecrow” tone that I highly would not recommend LaBrie to sing to, coincidentally is the one that begins this track. I appreciated, loved, idolized the voice of the Canadian singer in the early records… He was convincingly able to balance sweet voice parts and aggressive technique ones in a way that made him one of the most balanced and enthralling front men, in my opinion, in the metal scene. Lost more determined attitude and technique, as told before and reasons we can’t know for sure, LaBrie is now a good interpreter of old music and even if he can sometimes stings, the use of a vibrato too pompous constitutes often a strong detriment to the ears. But he too needs to eat and I think cemented his cohesion with the rest of the group as of now – remember that Dream Theater is now an institution in the genre – pulls replacement out of any discussion. However, the intention the guys put in this track would be crafting a varied, open ballad with a solemn chorus (another good chorus) but happens to result a bit confused in the end.

Behind the Veil: this track is an overall in line work with the rest of the album, but it definitely sounds like a filler. Nothing to remember further.

Surrender to Reason: maybe it’s my really confined knowldedge in drumming, far from doubt, but why sometimes it happens to look Mangini playing the same exact fills and rhythms of the former drummer? Continuity of style can be a reason but… A nice backbeat riff and an open refrain, yet, with our sleight of hand guys trying to give a demonstration of feeling, but although I think this strack is cohesive and played in a painstaking manner as of rest of the disc: it did not move me the way it was intended to (but quoting their classical “6:00” song in the guitar solo piece … very nice Myung! Good boy! GOOD BOY!).

Along The Ride: atmospheric intro jungle style that is followed by a tasyt arpeggio. At this point, however, if we go along the vocal lines, one may begin to suffering flashes of boredom, a little. Although there is the usual nice chorus, the rest of the output gets fairly anonymous and this flattens a song that manages to be, all things considered, a level slightly higher than the previous track and gives way to the ending leviathan.

Illumination Theory: a very enjoyable hard rock intro (maybe heard from somewhere else, but still..) very cozy. LaBrie finally pulling out a little claws and hits the jackpot (why he can’t do that in some other songs? Mystery. He gets it and plays out waaay more convincing than the average tracks on this record!). I can only tell you that if you are in the world to make a trip or if you are traveling, Illumination Theory‘s 22 minutes will cheer you up and keep you company. Then if you are reading this because the name Dream Theater has brought you to, you already know what to expect from this long suite too: good solos, atmospheric parts and well put tributes to progressive rock of yesteryear. Trying to plain the complexity of this one, though, borders the impossible: the band is not new to this kind of tracks since the earlier days and the people following them since that much time will understand when I say that Illumination Theory certainly does not reach the peaks of the violently emotional A Change Of Seasons although it incorporates pleasantly vibrating vintage elements, while those who want to discover Dream Theater may have start commiting to concentrate or relax: they will be eventually transported into a fairly convincing world full of insights, quotes, emotions.

“Fairly convincing” these words may be the most suitable ones to describe the whole work. I am convinced their intentions aimed to the top, the atmosphere is perceptibly much more relaxed (and sometimes funny) as if a hand brake had been lifted and Dream Theater’s new course is perhaps more straightforward, sincere, cheerful, felt that in the past.

Dream Theater (2013) is a record showing a further development of the radical change in the attitude of the band, but we are still quite far from the band’s compositional and expressive peaks which excited, conquered, persuaded and made the whole world fall in love with them. This album is undeniably obviously top notch played (the drums triggering, though… Yuck!)

But in 2013, twenty years after the explosion of the music wave Dream Theater pioneered and leaded will this be enough? “Fairly convincing” will make this to be reminded 20 years from now, beyond being the 12th studios release, the second album with new drummer or either the compact disc due every two years to go on tour and cash in? Your Good Old Uncle fab is still pretty hungry for those powerful, unexpected, vibrant, uncontrollable shivers that other albums, even from the same band, can unleash. I think, however, that the challenge is still open since the route taken by the band seems to be in fertile recovery and slowly, album after album, maybe Dream Theater could step up back to being encouraging if not being entirely successful. What about You Guys?

Tracklist:

1. False Awakening Suite 
2. The Enemy inside 
3. The Looking Glass
4. Enigma Machine
5. The Bigger Picture 
6. Behind the Veil
7. Surrender to Reason
8. Along for the Ride
9. Illumination Theory


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