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The DARKNESS + Rhyme @ Orion Live Club (foto di Andrea Rossi + testo di Daniele Latini)

The DARKNESS, un nome, una garanzia. A distanza di dieci anni dal loro primo album, ed anche il più importante, Permission to land, i Darkness tornano nella capitale, con il pubblico dell’Orion ovviamente meno numeroso di quello del Foro Italico del 2004, ma più carico ed eccitato, a dimostrazione del fatto che, nonostante tutte le vicissitudini che hanno tormentato la vita della band, il pubblico non si è assolutamente dimenticato di loro. 10646844975_083af89362_bSembravano aver riportato in vita un genere che era ormai andato in coma, il Glam Rock, con un pubblico conquistato da canzoni che divennero cavalli di battaglia nel giro di qualche mese, ed una critica che li definì addirittura i degni eredi di gruppi quali Led Zeppelin e Queen, ma i DARKNESS decisero di trarre spunto a piene mani da molte band degli anni 70 anche in aspetti “meno musicali”, con una storia travagliata da tossicodipendenze e abbandoni, cosicché dopo il forfait dell’allora (e attuale) bassista Frankie Poullain a causa di divergenze, fu il frontman Justin Hawkins ad essere travolto dalla cocaina, che lo costrinse ad un lungo periodo di riabilitazione, a seguito del quale non avrebbe più continuato la carriera con la band. Seguì un periodo triste per i loro fans, che persero le speranze su una eventuale reunion, soprattutto vedendo progetti separati quali gli Stone Gods, nato dalle ceneri e con un frontman diverso, e gli Hot Leg, progetto solista di Justin, ma fu proprio in un live di quest’ultimi che un’apparizione del fratello Dan Hawkins riaccese le speranze dei fans, susseguito da voci sempre più credibili su una eventuale reunion.

10646846994_6b78c6a26d_cNel 2011 i Darkness ripresero la piena attività e diedero il via a 3 anni instancabili di concerti, con un inizio soft come gruppo spalla nel tour di Lady Gaga ed un ritorno vero e proprio nel tour promozionale dell’album Hot Cakes del 2012. Infatti, nel concerto del 2 Novembre a balzare all’occhio è soprattutto l’entusiasmo di Justin, tornato in una forma anche migliore degli inizi, con un live costellato da scene comiche, dediche ai parenti del bassista li presenti, oggetti raccolti e “consumati” con mosse inguardabili. Uno spettacolo divertente, allegro, di buona musica, dove non c’è spazio per la strafottenza, bensì per la generosità dei quattro. Si parte con una cover dei Thin Lizzy, The Boys are back in town, che con la sua carica da il via ad una scaletta densa dei grandi successi della band, tratti principalmente dal primo album capolavoro della band, Permission to land del 2004, da Black Shuck a Growing on me, fino ad arrivare a Get your hands off my woman, un autentico tuffo nelle sonorità hard-rock che tanto piacevano e che molto hanno lasciato in eredità alle generazioni successive. Ad essere sinceri, più che un tour promozionale dell’ultimo album sembrerebbe l’esecuzione integrale del primo, visto che a rimanere fuori dalla scaletta è solamente la lenta Holding on my own. Ma è proprio quello che vuole il pubblico ed i quattro inglesi cavalcano l’onda come meglio possono, regalando anche la fantastica hit One way ticket, con un Justin “impreziosito” da una tutina degna del miglior Freddie Mercury nei primi anni di carriera.

10646875256_3dc1da288e_cIl momento più curioso lo si ha nell’istante in cui quest’ultimo decide, quasi inconsapevolmente, di provare il sound della chitarra suonando i primi due accordi di Crazy little thing called love, una delle canzoni più famose dei Queen. La platea, composta ovviamente da cultori del genere, comincia subito a cantare in coro il pezzo, con un Justin sorpreso ed un Dan Hawkins incredulo.Ovviamente sarebbe stato un peccato fermare l’entusiasmo delle persone li presenti ed i 4 decidono di eseguirla, regalando successivamente anche un’improvvisata, e direi bene, Friends will be friends, sempre dei Queen. Dopo questa parentesi nostalgica, costellata da lanci affettuosi di oggetti dedica da parte del pubblico (un rito nei concerti della band londinese) si va verso la conclusione con tre grandi successi del primo lavoro, Stuck in a rut, I believe in a thing called love e Love on the rocks with no ice, che chiude magistralmente un concerto dalla qualità inaspettata per una band dalla storia così travagliata. Per i The DARKNESS è un nuovo inizio, con le loro dichiarazioni esprimono chiaramente l’intenzione di sfornare i prossimi lavori acchiappando a piene mani e con maggior convinzione ciò che di buono gli anni 70 ci hanno lasciato. Quest’ultimo live ne è un’emblematica testimonianza.

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