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Intervista ad Andrea Appino: tra rock e cantautorato (Testo e Foto di Valentina Cipriani)

DSC_6939 copiaSono le 17 di un grigio pomeriggio invernale e Andrea Appino accetta di incontrarmi prima del soundcheck al Tender Club di Firenze. Stasera ci sarà il penultimo live del tour acustico Il Lavoro Mobilita l’Uomo, e io non vedo l’ora di vederlo. La spontaneità di Andrea mi mette subito a mio agio e dopo due minuti sembra già di conoscerlo da sempre. Insieme percorriamo gli ultimi mesi passati in giro per l’Italia e l’Europa, immaginiamo il suo futuro e parliamo dell’album degli Zen Circus che uscirà a gennaio. Un Appino autoironico e sincero che ci racconta un pezzo di sé.

Hai detto che Il Testamento è stato anche una sorta di psicoanalisi personale. Ora che sei giunto alla fine di questa esperienza, pensi che la terapia abbia funzionato?
A: Non so se abbia funzionato o no, in realtà in questo momento non sono proprio in grado di fare bilanci. Sono disintegrato da quest’ultima mandata di concerti. In 15 anni una cosa del genere non l’avevo mai fatta, 30 date praticamente di fila. Tra l’altro la terapia non finisce mai, se uno va in terapia davvero sa che non durerà un anno ma è una cosa lunga. Di sicuro è stato un modo per esorcizzare delle robe mie, e non solo. Dentro c’è quello che ho vissuto io, ma c’è anche la storia dei miei genitori e dei genitori dei miei genitori. C’è tanto passato, che poi è un po’ il contrario di quello che facciamo con gli Zen. Con gli Zen ci occupiamo di cosa vuol dire vivere ora e adesso e i riferimenti al passato servono solo per definire il presente, mentre Il Testamento vuole combattere contro i fantasmi del passato. Il disco mi ha aiutato in parte a combatterli, ma certamente non può bastare, anche se sarebbe bello. È molto simile ad una terapia, però so che non finirà mai. Credo che non farò mai più una roba così personale. Mi ci è voluto un anno per scrivere l’album ed è stata una bella mazzata, ma non credevo che lo sarebbe stato così tanto cantarla. Ora sono sfinito, comincio a sentirmi veramente pesante con me stesso. Sono felicissimo che finisca, non perché non ne possa più, ma perché ho bisogno di altro adesso, comincia ad essere veramente opprimente questo raccontare. Perché poi vedo che gli altri si sentono raccontati, ma io so che sto parlando di me. Poi è perfetto che finisca adesso perché così passerò al disco degli Zen che è la cosa più attuale che ci sia, quindi va benissimo così.

Il tour con Favero e Valente del Teatro degli Orrori è stato un pò più “ignorante”, come l’hai definito anche tu, mentre questo si avvicina un pò di più al cantautorato anni ‘70. Qual è la dimensione in cui ti ritrovi di più?
A: Beh, per questioni di provenienza musicale questa è la mia dimensione, però in realtà quando ho fatto il disco con Giulio, Franco ed Enzo l’idea era proprio quella di allontanarmi dal mio mondo sonoro, quindi il folk, la new wave, qualcosa di meno “ignorante”. Poi è ovvio che riportare le canzoni qui significa riportarle come sono state scritte, quindi funzionano. Io credo vivamente che per legge una canzone debba funzionare con qualsiasi strumento e in qualsiasi forma. Ovviamente parlo di canzoni rock, per l’elettronica questo non vale.

Appino @ Tender Club, Firenze_11498647953_mTu avevi detto che il tuo sogno era quello di unire il rock col cantautorato. Pensi di esserci riuscito con questo album?
A: Più che il mio sogno, questo era ciò che volevamo fare già con gli Zen. Perché ne sentivo la necessità, perché adoro il primo Finardi, Bennato, Rino Gaetano, Lucio Dalla, le prime cose di De Gregori, Ciampi, soffro di una malattia nei confronti di De André, non a caso mi chiamo Andrea per “colpa” di una sua canzone. Però negli anni ho visto che si è rimasti molto legati a quel cantautorato lì, come se non fosse accaduto niente nel resto del mondo. Questo perché in Italia questa cosa rende, e va bene così. Io sentivo la necessità di fare qualcosa di più inedito, prendere gli anni ’90 o il punk anni ’80 e portarli a quel cantautorato. In Italia è stato fatto negli anni ’90 da gruppi come gli Afterhours, i CSI e tanta altra roba, ma non appartenevano al cantautorato di denuncia e protesta, non avevano quel tipo di testi. Io invece mi sento vicino a Guccini. Guccini e gli Afterhours, Guccini e i Marlene Kuntz, Guccini e i CSI sono pianeti completamente diversi a livello di testi. La mia idea era quella di fare una specie di Guccini, fare quello che piace a me.

Questo tour acustico ha toccato anche alcune capitali europee, sei stato a Berlino, Parigi, Bruxelles. Che esperienza è stata e che pubblico hai trovato?
A: E’ stato organizzato dalle comunità di italiani all’estero, quindi non ho trovato un solo straniero in ogni data che ho fatto, anche se i locali erano sempre pieni. Ho cantato anche qualche pezzo degli Zen Circus, ed è molto probabile che ci tornerò con loro. È bello, perché comunque sia ci sono band che hanno dedicato tutta la loro carriera all’estero, ci vanno con un’altra ottica, che non è quella con cui ci andiamo noi ora. Stiamo raccontando il nostro paese per i nostri compatrioti – che è un termine agghiacciante – però mi sembra giusto andare anche da chi non ci abita più in Italia, molti per necessità, molti per velleità. Poi insomma, sono 15 anni che giriamo l’Italia come delle trottole, non sarebbe male fare una giratina fuori…

Anche se ho letto che non ami molto le grandi città, le capitali.
A: Non adoro le grandi città in generale. Certo, Berlino è fantastica, una settimana lì me la farei come tutti, felice come una pasqua. Però dopo 8 giorni basta, non ce la faccio, sono provinciale dentro.

Grazie a Il Testamento hai vinto anche la Targa Tenco come migliore opera prima. Che esperienza è stata per te?
A: Non ci avevo nemmeno minimamente pensato, vengo da 15 anni di Zen Circus che sono la cosa più lontana che ci sia dall’istituzionalità. Quando mi hanno detto che ero stato selezionato e poi che l’ho vinto ovviamente sono stato contento, ma non è che ci avessi mai pensato più di tanto. Però è stato bello, sono contento che le istituzioni si avvicinino al mondo reale, perché la musica in Italia è cambiata e sembra che stiano iniziando a percepirlo, non è male, 10 anni dopo va bene dai…

DSC_6631 copiaNell’album hai collaborato con nomi importanti della musica indipendente italiana. Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?
A: Non so, è sempre tutto capitato per caso, per amicizia, per stima reciproca, le opportunità si sono costruite negli anni. Abbiamo collaborato talmente tanto con gli Zen negli ultimi anni, poi io col Testamento, che nell’ultimo disco degli Zen non c’è alcun tipo di collaborazione, ce lo siamo fatto solo noi tre, forse proprio perché avevamo bisogno di rincontrarci, di ritrovare un piacere nostro di fare musica. Quindi ora come ora non è tra i miei obiettivi, però magari fra un mese scocca la scintilla ed è amore, chi lo sa.

A proposito degli Zen Circus, è appena uscito il nuovo singolo ed ha già ricevuto un grande successo, vuoi parlarci un po’ del nuovo album che uscirà a gennaio?
A: Siamo andati in sala prove a Bologna per registrare dei provini da dare alla casa discografica, utilizzando mezzi non ti dico di fortuna, però niente di professionale. Abbiamo iniziato a lavorarci, e più il tempo passava più diventavano perfetti, quindi ci siamo detti “che cazzo ci andiamo a fare in studio?”. Abbiamo aggiunto dei pezzi, rielaborato qualcosa, ne abbiamo registrati altri due. Quindi quello che sentirete è una roba registrata in un pomeriggio. Ho registrato e mixato io, poi siamo andati in studio a ripassare tutto. È la cosa più Zen che abbiamo mai fatto nella nostra vita, non c’è stato un produttore, nemmeno sapevamo che stavamo facendo il disco quando l’abbiamo registrato. Forse non dovrei dirlo, perché tanto lo so come sono gli italiani, dici questa cosa e qualcuno dirà “ah si sente che è stato fatto in fretta e furia”. Che poi non è vero, perché in realtà non ho mai lavorato così tanto agli arrangiamenti di un pezzo. Le basi le abbiamo registrate in un pomeriggio, ma ci abbiamo lavorato per mesi. Ne è venuto fuori un suono rock che non è assolutamente hi-fi, è molto più simile al nostro suono vero. Per una volta lo ascolto e dico “questi sono gli Zen Circus!”, mentre gli ultimi due dischi erano molto belli, però li abbiamo lavorati molto di più, sono molto più “fighetti”. Nell’album ci sono 10 canzoni e qualcuna è tra le più belle che abbiamo mai scritto. Viva non è la più bella secondo me, è semplicemente quella più polemica, col testo un po’ più tagliente. Per il resto sono troppo felice, noi siamo convinti di aver fatto almeno nella triologia dell’italiano – quindi Andate tutti affanculo, Nati per subire e questo – l’album più bello. Viva sta andando benissimo, nemmeno ce lo aspettavamo. Ormai ha decuplicato le visualizzazioni che aveva fatto L’amorale quando uscì al tempo, 39000 in 5 giorni va più che bene direi, ci si può stare (ride).

viva-620x350Com’è nata l’idea del video di Viva?
A: In realtà dovevamo fare un altro video, però non ce n’era il tempo materiale. Allora abbiamo chiamato Sterven Jonger perché è un collettivo che ci piace da un casino di tempo. Loro ci hanno detto di prendere tutte le foto che avevamo e di mandargliele. Quindi è tutto esclusivamente merito loro. In effetti è una figata perché il testo parla proprio della dicotomia fra vita personale e comunione con gli altri, che in questo paese non c’è. È bello partire dalla propria vita personale, anche se per me è assurdo perché per l’ennesima volta c’ho rimesso i cazzi miei, ma va bene (ride). Con gli Zen si percepisce immediatamente un forte grado di energia, non che siamo più felici perché i testi degli zen spesso sono scurissimi, però c’è un’energia che solo una band riesce ad avere.

Pensi di ripetere l’esperienza da solista in futuro?
A: Se non muoio prima sì, ma adesso mi aspettano almeno due anni di Zen, perché non siamo mai stati fermi così tanto, quindi vedremo.

In un mondo ideale in cui riusciresti a trovare un po’ di tempo libero, ti piacerebbe dedicarti a delle attività extramusicali, tipo scrivere un libro? Ho letto che da piccolino volevi fare anche il giornalista.
A: Sì, più o meno. In realtà il concetto del Testamento era tutto nato dall’idea di un libro che volevo scrivere sulla mia famiglia. Poi ho pensato “ma che cazzo, un musicista che scrive il libro, ma che cosa boriosa”. Magari è una roba che voglio fare a cinquant’anni.
V: se ci arrivi a 50 anni
A: grazie cara. Sì appunto, se ci arrivo. Quando non avrò più le energie per stare su un palco e fare 2000 date l’anno, tanto arriverà per tutti quel momento, magari mi dedicherò a questa cosa che adoro. Diciamo che fra le altre arti l’unica che so che farò è quella lì, perché mi piace. Per il resto mi piacerebbe imparare a prendermi cura del mio corpo, dovrei fare yoga ma non lo farò mai, dovrei smettere di fumare, stare a casa mia in pantofole, fare tante passeggiate. Forse mi devo comprare una Play Station almeno riesco a stare a casa, perché tanto quando sono fermo non riesco ugualmente a starci. Quando riuscirò a tornare a casa giuro che farò tutte queste cose.

Ti piacerebbe scrivere la colonna sonora per un film?
A: No, perché penso che ci siano altri musicisti molto più ferrati di me o degli Zen a farlo. Poi mai dire mai, però io sono un canzonettaro, mi piace la musica, adoro gli strumenti musicali, i suoni, però cerco sempre di portarli all’utilizzo mero della canzone che voglio scrivere. Quindi se mi chiedono una canzone per un film ok, ma una colonna sonora strumentale non è fra le mie priorità, non sono un ricercatore sonoro estremo, io vivo di due accordi e di un concetto.

Appino @ Tender Club, Firenze_11498543845_mE se per quella canzone venisse un regista, chi vorresti che fosse? Quali sono i tuoi gusti cinematografici?
A: Bo, i miei gusti cinematografici sono completamente casuali. Ci sono tanti film che adoro di cui ricordo poco i titoli. Una cosa tipica che mi capita è che mi chiedano “hai visto quel film?” e io “no, guardiamolo” e poi scopro che l’ho già visto. Non sono un cinefilo, diciamo. Non sono uno di quelli che si guarda i film e li colleziona, non ho collezioni di dischi né di libri. Leggere forse è la cosa che ho fatto meno, ho ascoltato tantissima musica, ho regalato e perso tutti i dischi, ho visto moltissimi film ma li ho persi. L’unica cosa che colleziono sono le chitarre. So che il mio trasloco sta in una Panda, tranne le chitarre.

Tra qualche giorno sarà il tuo compleanno. Che regalo ti piacerebbe ricevere?
A: Boia, devo fare il filosofo? No, dai. Vorrei una bella chitarra, magari una Martin 000 in mogano, ma va bene anche una Sigma.

Il tour ormai è quasi finito, ti avranno fatto tantissime domande e avrai ripetuto le stesse cose più volte, ti sarai rotto le palle ormai.
A: No, ho l’alzheimer quindi mi scordo quello che ho detto e lo ridico sempre volentieri (ride).

C’è però qualcosa che non ti è stato mai chiesto e che vorresti dire?
A: Di sicuro sì perché non è la prima volta che me lo chiedono e a volte ho pensato “cazzo quando me lo richiedono…” e ovviamente me lo sono dimenticato. Se mi viene in mente te lo dico dopo (ride).


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