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Bombino @ Hiroshima Mon Amour (Testo di Simone Pilotti, Foto di Carlotta Fanizza)

Bombino @ Hiroshima (TO)_11C’è qualcosa di profondamente seducente e magnetico nelle note suonate dalla Stratocaster di Bombino. Ed è grazie a questo che il trentaquattrenne tuareg riuscirà a conquistare il pubblico torinese presente all’Hiroshima nella sua quinta ed ultima data italiana, tra assoli, riff e melodie orientali. L’anno passato l’americana Nonesuch Records (la stessa dei Black Keys, per dire) ha licenziato Nomad, album contenente undici tracce e quaranta minuti di blues flesso dagli spunti di musica popolare ed etnica. La chitarra, protagonista indiscussa delle sue composizioni, riesce spesso a creare, specialmente nell’ultimo disco, un groove a tratti impetuoso e accattivante, mentre le ritmiche tribali sanno creare vortici a dir poco travolgenti, soprattutto nei brani più energici. E questo è solo Bombino in studio, perché durante il concerto tutto questo viene amplificato ed esaltato. Gli assolo asfissianti, le progressioni irresistibili e quel pizzico di esotico che la sua musica sa dare saranno al centro dell’attenzione per tutta la serata con il suo blues del tutto particolare, che non sfocia mai nella psichedelia, nell’occultismo, ma sa essere sempre lineare, corposa e vivace.

Bombino @ Hiroshima (TO)_19Omar Moctar, ovvero il nome che si cela dietro a Bombino, sale sul palco accompagnato da un bassista, un secondo chitarrista (che all’occasione si trasferisce ai bonghi) e da, unico europeo del quartetto, un batterista. Parte con garbo, con una marcia corta; sembra quasi svogliato, capitato a Torino per puro caso. Inizia imbracciando la sua acustica, seduto su uno sgabello, senza arrivare nemmeno a sfiorare i picchi di intensità che saprà raggiungere in seguito. Qualche canzone, tratta dal primo album, intervallata dagli applausi e da qualche sua parola sbiascicata, compreso un masticato “Ciao Torino”. A piccoli passi le canzoni diventano entusiasmanti, le ritmiche martellanti e il groove a montare. Il definitivo punto di svolta della serata è , ovvero la prima canzone suonata con la chitarra elettrica, con il suo ritornello magnetico; il riff vorticoso riesce a sfondare e la sua carica a prendere il sopravvento. Si succederanno brani stuzzicanti, si ripeteranno assoli ammalianti sopra le basi incalzanti e solide e le liriche tribali diverranno il punto focale. Ogni traccia ha un principio lento per velocizzarsi col passare delle note per arrivare ad un finale strumentale, dove la chitarra sfodera lunghi solo accompagnata da una pasta deliziosa. Dopo un bis dal sapore funky, il live finisce. E sarà per il fatto che tutto il locale accompagnerà ogni traccia saltando, sarà per le composizioni ossessive, ma il concerto termina lasciando tutti senza fiato.


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