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Brian Maillard – Reincarnation (Autoprodotto, 2014) di Daniele Dominici, trad.di Laura Dainelli

Anche nell’ iperuranio musicale esiste chi decide autarchicamente di andare per la propria strada privo di legacci ambientali e/o artistici. Sembra incredibile, ma ancor prima di scegliere se lanciarsi sulla strada del successo, è d’obbligo impostare se il proprio percorso sarà solista o accompagnato da, come minimo, un altro paio di individui. E come ulteriore risvolto, può capitare che si parta da una delle due variabili, per poi ritrovarsi definitivamente sull’ altra, quasi che certe vocazioni siano dettate da un destino onniscente. E’ il caso del buon Brian Maillard, che con il suo Reincarnation decide di lanciarsi autonomamente in…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Virtuoseggiante

Voto Utenti : 2 ( 2 voti)

Brian-MaillardAnche nell’ iperuranio musicale esiste chi decide autarchicamente di andare per la propria strada privo di legacci ambientali e/o artistici. Sembra incredibile, ma ancor prima di scegliere se lanciarsi sulla strada del successo, è d’obbligo impostare se il proprio percorso sarà solista o accompagnato da, come minimo, un altro paio di individui. E come ulteriore risvolto, può capitare che si parta da una delle due variabili, per poi ritrovarsi definitivamente sull’ altra, quasi che certe vocazioni siano dettate da un destino onniscente.

E’ il caso del buon Brian Maillard, che con il suo Reincarnation decide di lanciarsi autonomamente in quell’ Olimpo ristrettissimo che coincide con il circolo dei virtuosi della chitarra solista, relegandosi ad un genere che vanta esponenti quali Satriani, Vai, Gilbert e che fa della tecnica individuale il carburante sine qua non.

Eppure il background dell’istrionico Maillard (svizzero di origini italiane) è tutt’altro che incline a quello di un lupo solitario alla riscoperta di se stesso: prima la collaborazione, assieme al fratello Yan (batteria), con Charlie Dominici, indimenticato primo cantante del colosso Dream Theater; poi la fondazione della Rock Progressive Band Solid Vision (prendendo ispirazione dall’ album dei Liquid Tension Experiment di Portnoy e Petrucci).

Meglio soli che male accompagnati? Certo, ma con criterio. Le collaborazioni del disco, a parte la costante del fratello Yan alla batteria, farebbero rabbrividire molti veterani della scena. Della serie: l’asticella è fissata, l’album vuole e DEVE essere internazionale. Quindi spazio a turnisti del calibro di Marco Minnemann (mago della batteria, Kreator, Paul Gilbert, Steven Wilson), Bryan Beller (Steve Vai, Dethklok, The Aristocrats) e il bassista italiano Max Gelsi (Elisa, Tiromancino, Gianna Nannini, Max Pezzali, Vasco Rossi).

Insomma: toglietegli tutto, tranne i grandi interpreti. E come se non bastassero i cognomi altisonanti della scena nostrana e di quella mondiale, ad arrichire il tutto arriva proprio il buon Brian, capace di mettere in mostra tutta la propria sapienza allo strumento dalle sei corde e, perché no, anche alle tastiere ed al basso.

Il risultato è un compendio caleidoscopico di varie tecniche chitarristiche, distorsioni arrembanti ma, soprattutto, di molteplici generi espressivi. E se la base è univoca, ovvero quella tracciata dal prog Metal di casa Theater, lo svolgimento creativo è tutt’ altro che scontato.

Parlare dei brani in singolo è davvero arduo. Nonostante mantengano un’identità propria ben scandita, a causa dell’assenza di una voce solista, l’album si presta bene come sottofondo unico di un’esperienza, ‘scandita’ esclusivamente dal minutaggio e dal titolo dei pezzi. In pratica: diversi stili, diversa esecuzione, interpreti dissimili, ma in fondo è come se una lunga linea calcasse tutto il componimento e ci accompagnasse fino al finale epico della universalissima Hallelujah.

Riflettendo più a fondo è sicuramente la ‘solo guitar’ di Maillard a mantenere saldo il timone del componimento. Può apparire scontato ma, a differenza di altri lavori della stessa scena, c’è veramente poco spazio risolutivo per gli altri artisti coinvolti. Iconicamente, è come se ci fosse un occhio di bue perpetuo indirizzato sull’ artista di origini italiane e questa percezione non ci abbandona sino alla fine della cover di Leonard Cohen. Essendo un lavoro impostato per essere un soliloquio non rimaniamo sorpresi, ma che l’interprete riesca nell’ intento è davvero una gradevole sorpresa. Di contro, purtroppo nessuna delle collaborazioni appare eccessivamente incisiva.

Punto fermo del record rimane l’ottimismo sprigionato per tutti i tre quarti d’ora del disco,  grazie a trilli incalzanti, armonie soffici e assoli spesso piacevolmente ammiccanti (manifesto di ciò la terza traccia, The Irish Times). Il resto è un compendio di quanto già detto, un catalogo finemente illustrato di tecniche diverse, sali e scendi melodici, scale tonali ricamate con pizzi barocchi.

La più grande impresa di Maillard è fermarsi prima che il suo lavoro scada nel Neo Classico spinto alla Yngwie Malmsteen, con ricami a quel punto talmente complicati, da rimanere confinati nella bacheca polverosa di un’esposizione a cui nessuno è però interessato. Pezzi come Another Life risultano freschi e gradevoli, scavando la via a songs ben più grintose come Evergreen (al basso Max Gelsi) e Carnivorous Turtle, tenute alle briglie da riff preBrian_Maillard-13201si in prestito da Modern Thrash e Post Grunge; nonostante ciò l’atmosfera complessiva non viene scalfita dai repentini cambi melodici ed anzi apre lo spazio a segmenti sperimentali che potrebbero tornare utili nel futuro prossimo. Scontato commentare che ad ogni cambio di ritmo, gli altri strumentisti (se non è il solo Maillard a muovere tutti i fili ) rimangono al passo, completando il quadro complessivo con maestria sufficiente.

Capitolo a parte riserviamo alla title track Reincarnation (al basso Lorenzo Feliciati), momento alto di disegno strutturale del brano, dove Maillard inscena un vero e proprio racconto, in cui la chitarra solista in più punti si erge a voce narrante, riprendendo uno schema già utilizzato, ma potenziandolo all’ ennesima potenza. La pangea che ne scaturisce è cautamente convincente ed i toni rimangono ancorati a temi quali la speranza, il brio, l’ottimismo di vivere. E’ difficile rimanerne indifferenti.

La chiusura dedicata al classico di Leonard Cohen, riarrangiato nella sua versione più celebre da Jeff Buckley, è soltanto un ‘più’ da apprezzare senza infamia né lode. Lo consegneremo agli annali come brano rivisto e corretto con un pathos che solo la chitarra solista sa regalare. Ma poco più.

In definitiva questo Reincarnation appare come risposta scontata a domande che vengono poste in maniera altrettanto scontata: Brian Maillard veste bene i panni del solista d’eccezione? La risposta è sì. Ma se cambiamo il coefficiente di difficoltà degli interrogativi, il risultato cambia: Brian Maillard può ritagliarsi una buona fetta di pubblico in futuro? Sì, con un se. Sì se e soltanto se, rimarrà su questa strada identitaria e allo stesso tempo sperimentale, evitando di concorrere in tecnica con i mostri sacri già nominati. Non perché il buon Brian non ne abbia le capacità, ma perché rischierebbe di finire nella scia di un fenomeno già di nicchia, raccogliendo briciole piuttosto che consensi. D’altronde, se è arrivato a collaborare con estrosi del calibro di Minnemann e Gelsi, è già a buon punto. Buonissimo.

Tracklist:

1. Debut De La Fin
2. The Pentagon
3. The Irish Times
4. Another Life
5. Evergreen
6. Carnivorous Turtle
7. Theory Of Relativity
8. Reincarnation
9. Bulldog Ants
10. Hallelujah

English version:

Even in the supercelestial music scene exists those who decide to go their own way with no particular environmental and / or artistic strings. It seems incredible, but even before you choose to embark on the road to success , you must set whether your path will be solo or accompanied by – at a minimum – a couple of other individuals. And as a further aspect , it can happen that you start from one of the two variables, only to find yourself permanently on the other one, almost certain vocations which are dictated by an omniscient destiny .

This is exactly the case of Brian Maillard , who with his Reincarnation decides to throw definetely himself in that very small Olympus , which coincides with the circle of virtuoso guitar solo , often slipping to a genre that boasts members such as Satriani , Vai, Gilbert and makes individual technique the “sine qua non” fuel.
Yet the background of the histrionic Maillard (actually born Swiss with Italian origin) is far from being inclined to that of a lone wolf : strating from the rediscovery of his first collaboration with his brother Yan (drums), passing through the collaboration with Charlie Dominici , the unforgettable first singer giant Dream Theater , and then the foundation of the Progressive Rock band Solid Vision (taking inspiration from the album Liquid Tension Experiment by Portnoyand and Petrucci).
Better alone than in bad company ? Sure, but with great and reasonable care. The collaborations of the whole album , apart from the constant part of the brother Yan to the drums , would make shudder many veterans of the scene. The case sounds like this : the game is set, the album wants and MUST be international . So the artist willingly let great space to session musicians as Marco Minnemann ( magician battery , Kreator , Paul Gilbert , Steven Wilson), Bryan Beller ( Steve Vai, Dethklok , The Aristocrats ) and the Italian bassist Max Gelsi (Elisa, Tiromancino, Gianna Nannini, Max Pezzali Vasco Rossi ) Shortly : Take off everything from Millard but the great interpreters . And as if that were not enough such high-sounding names ofthe international music scene, to enrich the whole thing it comes out the great Brian , terribly able to showcase all of his wisdom to the instrument by the six strings and- why not- keyboards and low.
The result is a compendium of various kaleidoscopic guitar techniques and distortions but , above all , of the many kinds of expression he is able to comunicate.

And if the base is unique, or that drawn from the prog metal home Theater , such a creative development is all but taken for granted.
Speaking of the songs one by one is really difficult . Infact, despite maintaining its own identity well marked , due to the absence of a solo voice , the album lends itself well as a unique background of experience , ‘ marked ‘ by exclusively playing time and the title of the pieces. In practice : different styles , different performance , interpreters dissimilar , but basically it’s like a long line would mark the whole composition and accompany us to the epic final of the universal Hallelujah.
Reflecting more deeply, it  is definitely the ‘ solo guitar ‘ Maillard who maintains balance the helm of the poem. It may seem obvious but, unlike other works in the same music scene, there is very little space for resolving the other artists involved. Iconically , it is as if there was a bull’s-eye for ever addressed on the artist of Italian origin , and this perception does not abandon us to the end of the cover of Leonard Cohen.

Being a working set to be a soliloquy we are not surprised of it, but that the interpreter succeeds in the intent is really a pleasant surprise. On the other hand , unfortunately none of the collaborations is excessively sharp.
Staple of the record remains the radiated optimism for all three quarters of an hour ‘s drive, thanks to the persisting trills, soft harmonies and solos often winking pleasantly (particularly representative of this is the third track , The Irish Times).

The rest is a compendium of what has already been said, a beautifully illustrated catalog of different techniques and downs melodic , tonal scales embroidered  in some traits tending to embroideries in baroque style.
The largest enterprise Maillard has achieved is stopping before the expiry of his work in the Neo Classical pushed to Yngwie Malmsteen , embroideries at that point so complicated , to remain confined to the member of exposure to dusty , however, that no one is interested.

Tracks like Another Life are fresh and pleasing, digging the way for much more aggressive songs like Evergreen (bass Max Gelsi ) and Carnivorous Turtle , held the reins from pre- riff  borrowed from Modern Thrash and Post Grunge , despite the atmosphere overall is not affected by sudden melodic changes, and it even opens up the space in experimental segments that might come in handy in the near future.

Discounted commenting that at each change of pace the other musicians (if not the only Maillard to move all the wires ) remain in step , completing the overall framework with enough mastery.
A separated chapter has to be reserved to the title track Reincarnation (bass Lorenzo Feliciati), which seems being at the top of the structural design of the piece, where Maillard stages a true story , in which the guitar solo at several points stands as a narrator , taking up a scheme already used, but boosting it to a different level of maximum power . The set that whole emerges is cautiously convincing and tones remain anchored in themes such as hope, liveliness , optimism of life. It looks difficult remaining indifferent to subjects like these.
The ending of the album is dedicated to the classic piece of Leonard Cohen, rearranged in its most famous version by Jeff Buckley, is only a ‘ more ‘ to be appreciated without particular infamy or praise. We could deliver it to the annals song as revised and corrected with a pathos that only the lead guitar can give. But actually little more than this.
Ultimately, the album looks like the obvious answer to questions that are asked in a way not obvious at all : does Brian Maillard suit well the role of the soloist of exception? The answer is yes . But if we change the degree of difficulty of the question, the result changes : can Brian Maillard carve out a good chunk of the public in the future? Yes, with an if . Yes if – and only if- he will stay on this road of identity and at the same time experimental, carefully avoiding to compete with the giants in the same scene mentioned just above. Not  because Mr. Millard doesn’t have the ability to afford this kind of challenge and competition, but rather because he would seriously take the chance of ending up in the wake of a phenomenon already so niche, picking up crumbs rather than consensus. On the other hand, we are obliged to admit that if he had already succeed in working with names as Minnemann and Gelsi, he is already well under way.

Very well.


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