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I live dall’altra parte del bancone (di Chiara Titone)

181521_166691373378388_1532003_nAlla penna del secondo editoriale di Relics Controsuoni questo mese c’è Chiara Titone, che gestisce con la sorella Francesca il Circolo ARCI Artenoize di Roma. Il Circolo, o in confidenza “l’Arte”, come lo chiamano i soci che dopo un paio di visite diventano inesorabilmente amici, è nato con l’intento di “portare un po’ di Europa a Centocelle”, ricreando il clima ma soprattutto lo spirito di quei circoli in cui le arti, tutte, si muovono. Nei quattro anni di apertura il Circolo Artenoize ha ospitato mostre di fotografia, illustrazione (attualmente è in corso la personale dei disegni di Manuela Santoni) e, naturalmente, tanti artisti che hanno suonato live: NUT, Lo Stato Sociale, Miriam Mellerin (qui trovate il nostro report della serata), LE-LI, Ryan O’Reilly Band e così via. Sempre, comunque, con l’intenzione di far scoprire, conoscere ed ascoltare musica indipendente e originale, e questo è il motivo per cui all’Artenoize non troverete date di tribute band.

Un’isola felice nella periferia romana quindi, ma come funziona il sacrosanto e mistico momento del live di un gruppo indipendente per chi un locale lo gestisce? Se è innegabile che gli emergenti facciano fatica a trovare spazi adeguati per suonare dal vivo e quindi diffondere la propria idea di musica tra le persone, è anche vero che dietro le date live ci sono fasi di progettazione, organizzazione, comunicazione, bilancio e ricerca dell’attrezzatura che non sempre il pubblico, ma talvolta nemmeno gli artisti e tantomeno fantomatici promoter o manager, conoscono e rispettano. Chiara guarda i live dall’altra parte del bancone, quindi a lei la parola!

Silvia Protano

“Poga e paga, anima mia!” Mi capita di leggere sempre più spesso post di lamentele o accuse a gestori e proprietari di locali e circoli da parte di musicisti… Niente di nuovo , non in una città in cui imperversa il malcostume del “quanta gente mi porti? Quanto bevono? Ti do sessanta centesimi sugli ingressi dei nuovi tesserati, non ti do una lira, eh sai le spese, le cose, avevamo pattuito cento ti do cinque, no guarda noi facciamo suonare solo coverband” … Ma sempre più spesso mi capita anche di  trovare la casella di posta invasa da proposte di live contenenti richieste folli e pretese assurde, nè più né meno di quelle citate all’inizio, che vanno da cachet esorbitanti, rimborsi viaggio in prima classe, richieste di alloggio per la città in cui si vive, pretese da rockstar da parte di esimi sconosciuti, fino a sedicenti9 novembre 2013 booking e fantasmagorici manager che ti propongono di far suonare gratis il gruppo ma di pagare loro per l’organizzazione della serata. È ovvio che questo reciproco modus operandi serve solo a rendere sempre  più difficile fare musica, fa venire meno il sacrosanto diritto di far diventare la propria musica il proprio mestiere.

In una città come Roma, che non sai mai se é una palude senza fondo o se è una scatola magica con dentro un sacco di cose, essere un posto piccolo e cercare di promuovere la musica originale è difficile quanto essere un artista che promuove la propria musica: se lavori eticamente, se pensi che la performance di un musicista sia lavoro e , come tale, vada pagata, se hai cura di far trovare un fonico competente, se scegli in base alla qualità e non in base al giro di gente che va di moda, se per di più il gruppo viene da fuori, ogni serata diventa un bel rischio e da gestore sai fin dall’inizio che se va bene ci vai pari. Lo fai lo stesso perchè ci credi e ti piace, ma  lo fai una volta al mese.  Ci vorrebbe rete e collaborazione e ce n’è poca, c’è invece un atteggiamento modaiolo diffuso: ci sono i palchi “che contano” (e non parlo del palco dell’Auditorium), i locali “col nome”, che molto spesso sono gli stessi che vengono insultati per il trattamento economico, in cui si va a suonare gratis, a volte addirittura si paga per suonare e si ringrazia, e i posti piccoli a cui si chiedono cachet esorbitanti millantando presenze sui palchi “importanti” di cui sopra.

Ecco, questo è molto triste e molto  scorretto, e anche molto stupido. In quattro anni abbiamo intrecciato collaborazioni meravigliose, creato piccoli bacini di ascolto e strane fusioni, rischiato tantissimo e con gioia, e siamo sempre felici quando qualcuno che è passato da noi raggiunge un palco importante, lo siamo ancora di più quando poi torna a trovarci. Ci sono mille altre realtà come la nostra, mille altri posti che lavorano in questo modo, sarebbe intelligente percepirci come una risorsa e ragionare in un’ottica di promozione reciproca piuttosto che di reciproco sfruttamento… Let’s slow down and enjoy each other’s work!

Chiara Titone


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