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Le Luci Della Centrale Elettrica@Atlantico Live, Roma (di Daniele Dominici, foto di Simone Giuliani)

_DSC5082Vai a vedere Le Luci della Centrale Elettrica e senti l’effetto che fa.
Non saprei riassumere meglio le intenzioni che hanno spinto il sottoscritto a presentarsi alla data del Costellazioni Tour del gruppo dell’istrionico Vasco Brondi, erede in pectore di una generazione cantautoriale che pesa più di macigni di ghisa. Ma andiamo con ordine.
Sono arrivato a questa esibizione spinto da una curiosità irrefrenabile. Avevo ascoltato ovviamente le Luci, ero rimasto abbagliato dalle Luci, ero stato sedotto dalle Luci, ero stato abbandonato dalle Luci. Tutto questo nel giro di una settimana circa.
La curiosità.
Di capire cosa spingesse orde di giovani italici in giacca scamosciata e toppe sui gomiti ad ascoltare ritti sul posto questa fresca novità, quasi fossero stati davanti al maestro Petrucciani. Così mi era stato detto, questo il mitologico racconto.
Ma partirei da un ulteriore passo indietro. Che opinione s’è fatto il mondo musicale delle Luci della Centrale Elettrica? A leggere giornali, riviste specializzate o classifiche di premi ad esordienti, il riscontro è roboante. Senza citare il premio Tenco o le collaborazioni con mezzo quadrante dell’universo musicale alternativo di casa nostra (Giorgio Canali, anche produttore di un loro album, Afterhours; opener di Subsonica e Vinicio Capossela), il giovanissimo Brondi ha raccolto da più parti la palma di ‘nuovo re del cantautorato figlio dei primi anni duemila’. Boom.
A quest’ incoronazione Brondi risponde con modestia.  Appare un po’ come il bambino che si fa venire i rossi sulle guance quando la maestra proclama che è stato più veloce a consegnare il compito degli altri alunni. E tale impressione non proviene da interviste o interventi radiofonici, traspare puntualmente dal lavoro del gruppo proveniente da Ferrara. In che modo? Con la spasmodica, chirurgica, maniacale attenzione alla parte testuale dei pezzi. Quindi: musica minimale, ma testi impegnati, riflessivi e tanta retorica industrializzante. Della serie: la novità è questa, non male vero? Gustosi questi testi miscelati tra forbito e metropolitano, che ne dite? Belli eh? Anche perché, mettetevi l’anima in pace, andremo avanti per un bel po’ sull’onda del successo creato da_DSC4934 questa formula poetica che dice poco o nulla.
Rivelazione: fosse che in primis fossi stato colpito dalle Luci, perché credevo di essere troppo cretino da non carpire il significato dei testi, non volendomi rassegnare al fatto che i testi non dicessero EFFETTIVAMENTE nulla?
Eppure mi sono recato al concerto preso da più componenti. Innanzitutto da spinte sociologiche di ricerca, poi da derive onestamente affettive (ringraziamento speciale a Diana per la dedizione e il fangirlismo spinto), infine dalla già citata curiosità per quanto concerne la resa live della band. Addirittura, ero scevro da qualsivoglia pregiudizio ancestrale, memore di quella prima impressione che come morfina a rilascio graduale, residuava postumi qua e là di piacevole novità. Forse mi stavo sbagliando e Brondi & co. erano davvero in grado di stupire dal vivo, o quantomeno di proporre uno spettacolo che non fosse soltanto per appassionati, hipsters, radical chic, ma che anzi riunisse sotto un’unica bandiera tutti quegli orfani della tradizione poetica italiana che sembravano assiepare i posti in piedi di un non stracolmo Atlantico.
E di orfani di quel movimento, è pieno il locale.
Dai resoconti entusiasti degli appassionati, ero pronto a pogare (?) con teste perlopiù brizzolate e signori di mezz’età con il santino di Guccini nella tasca del portafogli. Niente di tutto ciò: evidentemente l’eterogeneità del pubblico delle Luci è in rapida evoluzione e mi trovo a posizionarmi tra bambine ultrà e ADDIRITTURA ‘coatti’ col doppio taglio. Poco male mi dico: quando mai un artista si giudica dal pubblico che lo segue? I Queen erano gli spiantati che andavano in disco per ballare Living On My Own? I Metallica, i perbenisti da hit di Enter Sandman? E ancora (per guardare casa nostra): Lucio Battisti era il genitore borghese che canticchiava Acqua azzurra, Acqua chiara? Anche se, da contraltare, rimugino: vuoi vedere che Brondi sta pensando ad una virata geniale verso lidi meno alternativi, ma decisamente molto più remunerativi?
Il live nello specifico rende ai fan ciò che si aspettavano, con i protagonisti (Ettore Bianconi: elettronica e moog, Sebastiano De Gennaro alle percussioni, Andrea Faccioli alle chitarre elettriche acustiche e la scenografica Daniela Savoldi al violoncello) impeccabili nelle proprie vesti, senza contare che in questo organigramma il loro rimarrà pur sempre un compito di contorno. Ed infatti è il tanto atteso Brondi a rubare il palco (sì, l’artista modeSTo, con un fare modeRNo), con un’enfasi scenografica degna del frontman di un gruppo navigato, degna di un one man show degna di.. di .. Jovanotti. Sì, di Jovanotti. Il nuovo poeta metropolitano, si muove come un idolo pop delle masse. Tarantolato durante i pezzi più movimentati (per fortuna pochi), quasi teneramente infantile nell’esprimere le emozioni sopra il palco, Brondi quando il ritmo sale, divora il palco con passi da gigante, liberandosi in uno show che mi sarei volentieri risparmiato. Oltretutto pare a proprio agio solamente quando il volume degli strumenti (accade spessissimo a dirla tutta) scavalca la sua voce, rendendo l’esibizione un atto di fede degno della vecchietta che in chiesa si perde il passo clou dell’omelia domenicale, ma esce comunque soddisfatta più di quanto non abbia fatto varcando l’entrata.
La voce inizialmente è settata come ad un concerto dell’Antoniano, ma ad onor del vero viene presto resa almeno alla stregua di un progetto professionistico. Brondi ritaglia al nuovo album Costellazioni ben il 50% dello spazio totale del concerto. E già pescando a caso nel nuovo materiale della band Ferrarese, navigando tra le varie 40 km, I Sonic Youth, La Terra, l’Emilia, la Luna, Le ragazze stanno bene, Macbeth nella nebbia e Ti vendi bene, ci si accorge della retorica disarmante e del cerchiobottismo invadente che _DSC4966permeano i testi delle ‘nuove’ Luci (etichetta Tempesta Dischi), quasi la virata di cui sopra ce la metta proprio tutta per uscire dal mero campo della teoria complottista.
Si parla di Sonic Youth, si parla di Bandiera Rossa, si parla di problemi generazionali, si parla del Paese allo sbando. Ma come se ne parla? Non se ne parla. Accenni confusi con contorno di pressapochismo. Una parola ricercata, desueta, un rimando noto. A seguire parlato comune incastonato in una metrica imbarazzante. Inserire, miscelare, ripetere. Inserire, miscelare, ripetere.
Tutti contenti. Una grossa rete lanciata e tutti i pesci in superficie che son lì a boccheggiare senz’aria.
Strage di niente.
E’ pur sempre arte (?), non giornalismo d’inchiesta, giusto. Ma non era questa la ‘next frontier’ del cantautorato? Il nuovo che avanza? L’arrembaggio del disagio metropolitano? La poetica che fa riflettere con le armi affilate della similitudine?

Non uno, di questi quesiti, trova risposta durante la data Romana del Costellazioni Tour delle Luci della Centrale Elettrica.
Poco importa che nel finale Brondi spari tutte le cartucce esplosive, quelle prese in prestito dal seppur ottimo Per Ora Noi la Chiameremo Felicità, con il duo L’amore al Tempo dei Licenziamenti dei Metalmeccanici e l’inno Quando Tornerai dall’Estero (E’ come andare sulla luna/ in fiat uno). Poco importa che, quasi fosse un’artista con trent’anni di carriera alle spalle, Brondi conservi per finale il ritorno alle origini. Un’esibizione basata su questa dicotomia evidente passato/futuro è forse l’aspetto che dovrebbe far più riflettere il fan medio (se si vuole tralasciare a forza il parere dell’appassionato generico). E se il seguace cerca di chiudersi gli occhi, all’appassionato generico non sfuggirà mai questo vento di cambiamento, incentrato su melodie ancor più popolari (commerciali? Si può dire?), testi sempre più non-sense, contenuto strettamente musicale piccolo e ambiguo (c’è un po’ di new wave?) ed esibizioni (il dado è tratto, oramai) sempre più simili alla media nazionale.. sbagliata.
Quasi che il brano più azzeccato sia il featuring con l’ onestissima Maria Antonietta, portatrice di un grande bagaglio di esperienza underground, già apprezzata ad inizio serata come apertura del cantante di Ferrara.
Sono lontani i tempi dell’Auditorium, del giornale sotto il braccio, del maglioncino col collo alto. Chissà a domanda secca cosa risponderebbe Brondi: il manifesto della tua poetica era pronto per le ragazzine urlanti e le melodie pop già appena redatto o è stato un deprecabile errore di percorso?
In conclusione: nulla era effettivamente al posto sbagliato durante l’esibizione delle Luci della Centrale Elettrica all’Atlantico di Roma, la sera dello scorso 4 di Aprile. L’acustica è stata accettabile, l’esecuzione strumentale sufficiente, l’atmosfera ed il pubblico incoraggiante. Eppure le premesse sono state disattese: chi era in cerca di qualcosa che andasse fuori dal palato dei sudditi di sua maestà, il ‘Piccolo Principe’, Vasco Brondi, è rimasto fortemente deluso. Chi si aspettava una spallata poderosa verso un terreno di nicchia da difendere con orgoglio, è rimasto con un palmo di naso. Chi si aspettava una svolta panteistica a favore di un tutt’uno musicale convincente, magari a scapito della ricercatezza, è rimasto a bocca asciutta.
Chi ne ha guadagnato? Bella domanda. Che per accontentare tutti, non si sia accontentato nessuno?
Peccato Vasco: a livello Nazionale quella fetta di pubblico a cui pari ambire, è già in possesso di un’altra star. Tua omonima.

Setlist:

La terra, l’Emilia, la luna
Cara catastrofe
Macbeth nella nebbia
Firmamento
Un bar sulla via lattea
Le ragazze stanno bene
La lotta armata al bar
Lacrimogeni
Ti vendi bene
Questo scontro tranquillo
Alla felicità e ai locali punk feat Maria antonietta
Punk sentimentale
C’eravamo abbastanza amati
I Sonic Youth
Piromani
Le ragazze kamikaze
40 km
L’amore ai tempi dei licenziamenti dei metalmeccanici
Quando tornerai dall’estero
Per combattere l’acne
I destini generali

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