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Syndone – Odysséas (Fading Records, 2014) di Mario Cordaro

I Syndone sono una band progressive rock italiana, formata da Dominik Comoglio (in arte Nik), dalla formazione classica, nel 1988. Giunti al loro quinto album, e ritornati ad essere un trio, i nostri si avvalgono per questa nuova fatica discografica di John Hackett (fratello del più noto Steve Hackett, non c'è bisogno di ricordare chi sia) al flauto e del fenomenale Marco Minnemann alla batteria, già visto all'opera con Paul Gilbert, Joe Satriani, Necrophagist, Tony MacAlpine, e molti altri nomi. La splendida copertina rappresenta "A Oriente", olio dipinto nel '79 da Lorenzo Alessandri - anche lui piemontese - uno…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Notevole

Voto Utenti : 3.7 ( 2 voti)

1450665_612079932162157_1029684609_nI Syndone sono una band progressive rock italiana, formata da Dominik Comoglio (in arte Nik), dalla formazione classica, nel 1988. Giunti al loro quinto album, e ritornati ad essere un trio, i nostri si avvalgono per questa nuova fatica discografica di John Hackett (fratello del più noto Steve Hackett, non c’è bisogno di ricordare chi sia) al flauto e del fenomenale Marco Minnemann alla batteria, già visto all’opera con Paul Gilbert, Joe Satriani, Necrophagist, Tony MacAlpine, e molti altri nomi.

La splendida copertina rappresenta “A Oriente”, olio dipinto nel ’79 da Lorenzo Alessandri – anche lui piemontese – uno dei più importanti esponenti italiani del surrealismo, se non il principale.
Come suggerisce il titolo del disco, l’ispirazione per il concept è data dall’Odissea di Omero, la quale non credo necessiti di presentazioni di sorta.

Anche se l’originalità non è di casa in lavori come questi – evito volontariamente la diatriba progressive/regressive, data la sede non adatta per affrontarla – non si può negare l’inserimento di elementi provenienti da esperienze e sonorità successive ai ’70, capaci di dare respiro ma allo stesso tempo varietà alle composizioni. Uno di questi è proprio il drumming, vario e adeguato al contesto sonoro, pur non essendo affatto “vintage”.

Un altro è l’equilibrio; procedendo con gli ascolti, balza lampante all’orecchio lo studio certosino di certi passaggi, e il riuscito bilanciamento tra forte/lento: una volta tanto non siamo di fronte a polpettoni prolissi e ampollosi, dove non si fa altro che ripetere clichè stra – abusati dal genere sino alla nausea e al collasso dell’ascoltatore. Intendiamoci: è un disco progressive rock in tutto e per tutto, a volte sinfonico e a volte no, ma con una propria – forte – personalità. Il flusso musicale è dosato in maniera, oserei dire, quasi chirurgica: appena il rischio di un calo di attenzione fa capolino all’orizzonte, la band inserisce un accelerazione, un controtempo, un’apertura melodica in grado di mantenere alta la tensione musicale, e ridurre al lumicino il rischio di annoiare. L’assenza (grazie!) di suite lunghe 25 minuti è, secondo me, una conferma in tal senso.
Lo dico senza problemi e timori di smentita: raramente ho trovato un tale senso della misura e capacità di sintesi. Davvero poche volte.

I suoni di synth, minimoog e hammond (questi sì rigorosamente vintage) e l’assenza di chitarre controbilanciano gli elementi “moderni” di cui accennavo in precedenza. A questi possiamo aggiungere la struttura dei pezzi, assolutamente non canonici e banali, e il cantato. Un vero cantato, come si è sentito raramente nelle bands progressive italiane. Riccardo Ruggeri (autore anche dei testi) modula e adatta la sua voce in maniera sorprendente alle trame sonore, mostrando all’occorrenza “stomaco”, interpretazione emotiva e una notevole estensione.

Parlando degli arrangiamenti, delle sonorità, delle melodie e delle composizioni, l’aggettivo che mi viene in mente per descrivere questa band è “raffinata”. I Syndone non dimenticano affatto il loro essere mediterranei (pur essendo di Torino), amalgamando questo aspetto in un contesto musicale intricato, colto, ma allo stesso tempo atmosferico. Un ulteriore punto in più per l’assenza della classica, inflazionata e inutile intro scollegata dal complessivo contesto musicale: Invocazione alla musa è una strumentale che potrebbe fungere da intermezzo in un qualsiasi punto dell’album.

Disco perfetto quindi, nessun punto debole? No, almeno per il sottoscritto: non ho apprezzato il timbro vocale in alcuni passaggi, troppo ruvido mentre sale di tonalità. Si tratta però di un difetto da poco nell’ambito di un lavoro globale davvero eccellente, il classico “pelo nell’uovo”.

Davvero un piacere ascoltare dischi realizzati con tanta cura e passione.
A tutti i musicisti dell’ambiente, e non: prendere esempio, please.
Spero qualche organizzatore di concerti li noti e li faccia suonare nella mia città al più presto, muoio dalla curiosità di vederli dal vivo.

Oltre a quanto scritto, posso solo aggiungere il consiglio di acquistare questo ottimo cd, il quale viene da me dispensato sempre più raramente.

Tracklist:

1. Invocazione Alla Musa
2. Il Tempo Che Non Ho
3. Focus
4. Penelope
5. Circe
6. Ade
7. Poseidon
8. Nemesis
9. La Grande Bouffe
10. Eros & Thanatos
11. Vento Avverso
12. Ελευθερια / Freedom
13. Daimones


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