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Black Stone Cherry – Magic Mountain (Roadrunner, 2014) di Daniele Dominici

34d555cd-6fd0-4885-b40b-87d833db873f-1393879808_bscmmQuando uscì il terzo album dell’hard rock band Black Stone Cherry, a maggio 2011, fan e critica si schierarono come un plotone d’esecuzione che aspetta il colpevole di reati ben noti all’opinione pubblica. Per fortuna del giovane gruppo di Edmonton, Kentucky, i ‘reati’ commessi erano più che onorevoli, identificabili perlopiù con la pubblicazione negli anni precedenti di due lavori che avevano calamitato l’attenzione di un panorama discografico fino a quel momento perlomeno annoiato.
Con l’uscita del seminale – omonimo Black Stone Cherry (2006) e il successivo Folklore and Superstitions (2008) la band capitanata da Chris Robertson aveva stupito gli addetti ai lavori soprattutto per la matrice etnocentrica con cui i giovani sudisti avevano impregnato un genere (hard rock/post grunge) che fino a quel momento aveva avuto interpreti scaltri, intelligenti, anche talentuosi, ma difficilmente capaci di incidere per inventiva compositiva.
I Cherry’s dal canto loro proponevano un prodotto fresco e sognante, capace di trasportare l’ascoltatore in una parte degli Stati Uniti pregna di motivi storici e di una cultura vivendi spensierata e positiva.
Eppure il terzo lavoro della band (Chris Robertson – voce e chitarra solista ,Ben Wells – chitarra ritmica e cori, Jon Lawhon – basso e cori, John Fred Young – batteria, percussioni, piano, cori), spiazzò la critica dal principio alla fine. Dal titolo interminabile, Between the Devil and the Deep Blue Sea, all’impronta strutturale non più incisiva ed originale, ma fiacca e carezzevole. Più ballad, meno scapocciate. Meno cambi di ritmo, più motivi orecchiabili e ripetitivi.
Era come rivoluzionare una formula di successo alla prima curva, infiocchettandola e riconsegnandola ai fan che nel frattempo non avevano avuto nemmeno il tempo di grattarsi la testa per lo stupore. Fu così che tutto il plotone d’esecuzione abbasso i fucili e chiese il tempo di una sigaretta per riflettere.
Insomma: i Black Stone Cherry si erano tolti di dosso buona parte degli orpelli che li avevano resi dei campagnoli cazzuti e geniali (dai capelli lunghi, alle camicie a quadri) ed erano diventati dei menestrelli dolcioni pronti a passare in radio per farti paccare con la tipa fuori dal locale chic. Nel mezzo tante incongruenze di promozione/distribuzione con il colosso discografico della Roadrunner Records, di cui è meglio non curarsi.
A tre anni precisi di distanza, dopo tour di supporto a band che nel frattempo hanno spiccato il volo (vedi Alter Bridge), i Black Stone Cherry ritornano alla carica con un nuovo lavoro, Magic Mountain, rilasciato nei maggiori centri di distribuzione il 6 di Maggio. Delle due l’una: chi sono i BSC? I leoni incontenibili capaci di

Hard Rock Calling 2012 Day 1dare una spallata ai palchi di mezzo globo con un’energia live strabordante presa in prestito direttamente dai ‘60 di Woodstock, o i mollaccioni da club privè con il gilet patinato e gli attire acquistati con carta di credito, da una boutique all’ ultimo grido?

La risposta come al solito è più difficile e eterogenea di quanto si possa immaginare. I nuovi Cherry’s non solo sono una summa delle precedenti edizioni, ma anzi sembrano reclamare con forza un ambient che era sfuggito loro dalla metà degli anni duemila in avanti.

L’opener Holding On.. To Letting Go è una lattina carica di adrenalina pronta ad esplodere alla prima vibrazione, cugina lontana (ma avvenente) delle prime stesure del gruppo, quelle senza compromessi. Lo stoner dei primi secondi è seguito da una cavalcata senza briciole di speranza, con un cambio di ritmo decisivo a metà song che ha tutte le carte per lasciare i bigotti più agguerriti a bocca aperta. La batteria di Young è maniacale (da maniaci più che altro), incuriosendoci a tal punto da auspicarci un posto in prima fila al prossimo live. Parentesi. Se non avete visto una performance live di F.Young, cercatevela. Sul Tubo, dove vi pare. Un mostro di quasi due metri con un diametro di capelli  alla Caparezza che suona IN PIEDI dietro le pelli. Wow.

Primo step superato quindi, tra violenza espressiva e zero compromessi, a parte forse qualche linea melodica a fare da sassolino nella scarpa. Ma è subito il tempo di fumare la Peace Pipe, con buona ‘pace’ di chi voleva scazzottare in mezzo a campagnoli sudisti assetati di sangue e/o divertimento. Sia chiaro: le linee southern non scompaiono quasi mai, ma oltre a vagonate di rock, ci scontriamo costantemente contro un muro chiamato miele. Il cantato di Chris si fa stucchevole, i ritornelli troppo catchy e nemmeno gli assoli incrociati nel finale restituiscono al brano la forza espressiva che meriterebbe. Da un ritornello che sentenzia ‘Voglio solo amore, non voglio combattere’ non ci si può aspettare troppo. Per usare un esempio sentimentale: non si può recuperare con un regalo costoso, anni di soprusi. Punto e accapo.
Il saliscendi continua ininterrotto con l’inizio in tromba di Bad Luck & Hard Love, tra wah – wah e chitarre pesanti come l’aratro di un mastro fattore. Il ritornello rimane ipnotizzante e molliccio, ma almeno la voce di Chris prova ad apparire grintosa nonostante si adagi su un testo terribilmente scontato (letto il titolo, c’è poco altro). Da notare però la cornice strumentale, vero quid dell’intera produzione: non ci troviamo davanti alle formule scontate di BTD&TDBS, dove il riff portante era a tutti gli effetti inizio-svolgimento-fine della canzone: in Magic Mountain spesso la fine del brano è utilizzata come tela bianca per stupire gli ascoltatori con ghirigori chitarristici di tutto rispetto: la tecnica, di certo, non manca a questi giovani ragazzi.

Arriviamo al primo singolo estratto dall’ album, l’evocativa Me and Mary Jane, sicuramente tra i brani più riusciti dell’intero componimento. Vi è racchiuso, infatti, quanto di buono è emerso dai records precedenti, prima fra tutti la libertà espressiva, nella quale i Cherry’s spaziano per tutta la durata del brano. E’ assolutamente esclusa la struttura strofa-ritornello-strofa che aveva attanagliato gran parte dell’album precedente. Addirittura (guarda caso nella parte finale) il ritmo viene stravolto e si finisce in una piacevole atmosfera blues – jammistica, altra innovazione visto in precedenza solamente nel primo album: la reinvenzione dei canoni blues in chiave fortemente heavy. E di heavy se ne ascolta tantissimo, gli altoparlanti dello stereo vengono ripresi al volo mentre si gettano dalla mensola per fare stage-diving.
Con la successiva Runaway si rischia di cadere dalle scale, quasi mancasse uno scalino. Ahinoi, si ritorna alle ballad smielate, all’atmosfera ‘controllata’ respirata già in metà delle discografie della scena dove, per forza di elementi stilistici comuni, sono finiti per cadere i Black Stone Cherry: Theory of a Deadman (tour comune), Seether, Saving Abel, Staind, Rev Theory, Puddle of Mudd solo per citarne alcuni in ordine sparso. Non ci siamo: i punti di forza sopraelencati (energia, southern sincero, rock blues riadattato) vengono meno di botto, per far contenti chi? Mistero. In un’intervista prima di BTD&TDBS Ben Wells disse: ‘Con questo disco cercheremo, soprattutto, di accontentare un gran numero di persone’. I più pacati storsero il naso, gli altri caddero direttamente dalla sedia.

Se Me and Mary Jane è un sincretismo interessante fra i pregi già apprezzati dei ragazzi di Edmonton, la title track Magic Mountain è il manifesto di come la buona volontà dei BSC di muoversi ‘in avanti’ piuttosto che arretrare nei meandri della standardizzazione comunitaria made in USA, non sia venuta affatto meno. Probabilmente ci troviamo davanti al brano più progressivo della band: all’inizio fa capolino una tastiera di (Deep) Purpleiana memoria, a metà brano c’è uno stacco incisivo, con le chitarre che si inseguono su accordi funambolici, marcati alle calcagna da un basso minuzioso. E già sarebbe abbastanza. Invece il brano si fa notare anche per un’atmosfera alla Black Sabbath che avevamo notato in Between the Devil .., ma che qui trova la sua massima espressione.

Va sottolineato, inoltre, come il solito ritornello melodico non intacchi minimamente l’insieme, segno di forte integrità del tutto.
Il brano successivo, a sorpresa, non fa salire la curva inflazionale. Never Surrender inizia bene e si conclude meglio. La rullata preliminare fa presagire una deflagrazione, che avviene puntuale consegnando al brano una carica degna della miliare Maybe Someday (primo album) e la sagacità espressiva ammirata forse soltanto in Tired of the Rain (sempre primo album). Chitarristicamente siamo a livelli alti (viene voglia di fare un air guitar forsennato), frutto di una ricercatezza nota soltanto ai fan di vecchia data.
Il decollo è vicino. Volete un giudizio superficiale? mai come in questo album i Cherry’s non hanno dimenticato le proprie origini.
E con Blow My Mind? Altro passo in avanti. La voce poppeggiante è un ricordo, Robertson si toglie il mantello da paladino delle classifiche e riprende la camicia a quadri strappando via i fronzoli con un’ascia da taglialegna. Gli elementi blueseggianti ci sono tutti, il ritmo incalzante pure: la ricetta Black Stone Cherry è servita.  Nella parte finale c’è pure la jam, what else?

black-stone-cherryEppure con Sometimes siamo ancora tratti in inganno. Si tratta di un’altra ballad? Mio dio no! Altra grande novità all’orizzonte: i Black Stone Cherry sanno essere introspettivi. E convincentemente introspettivi, che è merce rara! Quattro minuti e trentacinque di chitarra acustica soffusa ma distorta, con una percussione qua e là quasi a simulare un battito di cuore che nel silenzio di un bosco accompagna pensieri sull’ esistenza marrana. La voce di Robertson non rischia mai di scadere nel pietoso, anzi pare vestirsi di consapevolezza e innalzarsi ad un più maturo flusso di pensieri. Nulla di particolarmente nuovo nel maxi organigramma del rock mondiale, ma nella storia della band rimane un’altra medaglia conquistata. Il segmento finale con l’eco della chitarra distorta e gli archi a fare il verso ad un cetaceo disperso, rimangono nell’ immaginario di chi ascolta.

Come un bambino che si presenta solo per rubare la merenda, arriva a questo punto la tutt’ altro che indimenticabile Fiesta Del Fuego, song disegnata sui tratti distintivi (negativi) dell’album precedente: voce di un accentato frustrante e cantilenato, motivo melenso e mai incisivo, energia trascinante incanalata nel gorgo senza uscita dell’anonimato strumentistico.

Di buono c’è soltanto che non parliamo dell’ennesima ballad. A nulla valgono gli ultimi 50 secondi in cui la band tenta di stupirci con una cavalcata rock sfrenata, in totale disarmonia con il mood dei tre minuti che la precedono. Peccato davvero, alla fine di un altro pezzo sarebbe stato un punto esclamativo di cui ricordarsi.

Discorso diverso per Dance Girl che ad un’analisi poco attenta potrebbe sembrare l’ennesimo approccio verso  terreni commercialanti o di sincretismo marpione. Così non è: l’intento parodistico è chiaro sin da subito. Nonostante batteria e basso siano accordati su tempi caratteristici della dance music, l’atmosfera è drammaticamente raccolta, con le chitarre che non abbandonano mai la pesantezza già conosciuta ed anzi si lasciano andare nuovamente in duelli e artifici stilistici prima d’ora visti con il contagocce. La voce di Robertson è come sempre un attento termometro, che in questo caso segna temperature mai allarmanti: non c’è traccia di cantilene.
In chiusura due pezzi diametralmente opposti: la simpatica Hollywood in Kentucky, canzone mai seria (intuibile già dal titolo) che strappa un sorriso (ce n’era bisogno?) in piena atmosfera scanzonata da paesaggi sconfinati Made in USA. Mi rilasso ergo sum.

E la pastorale Remember Me, che nella scaletta non sarebbe potuta essere in una posizione diversa da quella in cui si trova, ovvero in chiusura. C’è tutto e niente in Remember Me, ci sono i pochi compromessi, c’è un ritornello troppo banale, c’è la carica necessaria a non bocciare il brano su ogni fronte.

Insomma il plotone d’esecuzione ce l’ha messa proprio tutta per far fuori i ragazzacci di Edmonton, ma non c’è stato verso. I Black Stone Cherry escono dalla prova di Magic Mountain rinforzati quanto basta per non retrocedere nella classifica delle band che orbitano intorno al panorama dell’hard n’heavy, post grunge, di una certa fetta degli Stati Uniti d’America.

Dall’inizio alla fine dell’album, i BSC scoprono pian piano quale sia il più grande rivale da sconfiggere (oltre ai fucili spianati) per arrivare al top, ovvero se stessi. Il più grande nemico dei BSC, sono i BSC stessi.
Avendo ottenuto in materia di genialità risultati più che eccellenti dal primo album, la band del Kentucky ha appreso quanto è duro rinnovarsi, ma soprattutto confermarsi, su certi standard creativi prima che di vendite. L’album precedente infatti non era da consegnare agli archivi come bidone, tuttavia faceva intendere come la fucina creativa di Robertson & soci fosse in astinenza da carburante. Eppure Magic Mountain, nonostante faccia fatica a liberarsi dalle muffe di un melodico troppo studiato per sembrare un deprecabile errore, instilla nuovamente il dubbio tra gli addetti ai lavori, incoraggiandoli a credere nel nucleo pulsante che ha portato questa gruppo dove si trova ora. Tra volumi importanti, jam creative e andamento progressivo, i Cherry’s puntano nuovamente a quei palcoscenici sfiorati per pochi millimetri.

Alla ribalta. Benissimo, ma ribalta o RIBALTA?

Tracklist:

1. Holding On…To Letting Go
2. Peace Pipe
3. Bad Luck & Hard Love
4. Me and Mary Jane
5. Runaway
6. Magic Mountain
7. Never Surrender
8. Blow My Mind
9. Sometimes
10. Fiesta Del Fuego
11. Dance Girl
12. Hollywood in Kentucky
13. Remember Me


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