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Mad Shepherd – Monarch (Autoproduzione, 2014) di Daniele Dominici

Sono molte le leggi non scritte nel redigere una recensione per una rivista online. Una di queste è sicuramente il rispetto dell'oggettività, evitando di scadere nel gorgo della difesa personalistica e acritica di valori che al massimo possono corrispondere al gusto di chi scrive. Eppure ascoltando il power quartet romano Mad Shepherd viene spontaneo escogitare un artificio che scaturisca nella canonica 'eccezione' alla regola, consentendo a chi scrive di rivelare passioni neanche troppo sopite (tutt'altro). Tale trasporto, ad onor del vero, è dovuto più che alla bravura dei ragazzi presi in esame (sui quali ci sperticheremo più avanti), al…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Nostalgici DOC

Voto Utenti : 4.55 ( 1 voti)

Copertina Ultima-712436Sono molte le leggi non scritte nel redigere una recensione per una rivista online. Una di queste è sicuramente il rispetto dell’oggettività, evitando di scadere nel gorgo della difesa personalistica e acritica di valori che al massimo possono corrispondere al gusto di chi scrive.
Eppure ascoltando il power quartet romano Mad Shepherd viene spontaneo escogitare un artificio che scaturisca nella canonica ‘eccezione’ alla regola, consentendo a chi scrive di rivelare passioni neanche troppo sopite (tutt’altro).
Tale trasporto, ad onor del vero, è dovuto più che alla bravura dei ragazzi presi in esame (sui quali ci sperticheremo più avanti), al genere che questi esordienti riproducono in maniera estremamente fedele, ricordando a chi lo ama quanto abbia donato al mondo della musica in termini emozionali e non solo.
Il genere è il Grunge e stilisticamente l’analisi di questo Monarch, disco d’esordio degli alfieri romani, potrebbe fermarsi qui, tanto è il patrimonio che i Mad prendono in prestito da quell’immaginario infinito che ha squassato in lungo e in largo gli anni Novanta del Novecento.

Sia chiaro: non è una parodia quella messa in scena dagli Shepherd. I vari Stefano Di Pietro (voce) Salvatore Dragone (chitarra) Francesco Leone (basso e cori) e Marco Fiorenza (batteria, anche se per il disco ‘special guest’ alle pelli è Valter Sacripanti) non scadono mai nell’esecrabile opera di riarrangiamento da Sagra del Porcino, lasciando andare il cambio automatico verso strade già percorse e prive di sperimentazione. Il risultato al contrario è talmente adrenalinico da farci scordare quale sia il contesto (vent’anni dopo) e da catapultarci in un rodeo dove faticheremo a non esaltarci.

L’eco più grande è forse quello degli Alice in Chains di Dirt o del tumblr_inline_mkqhqgpnag1qz4rgpsottovalutato self titled album, di cui i Mad interpretano la cupa rassegnazione e la dolce estasi depressiva. Gli altri nomi del panorama li conosciamo bene ed eviteremo di nominarli, nonostante gli stessi rocker Romani li citino fra i propri punti di riferimento senza nascondersi dietro il celeberrimo dito (citando anche Alter Bridge, Tool e Mike Patton). E se una delle cover postate sul social Soundcloud è Fell On Black Days dei Soundgarden, il quadro è completo.

E la resa? Convincente a dir poco. Sfruttando il concept pre atomico della Guerra Fredda (il Monarch era un sedicente programma della CIA), gli Shepherd mettono in campo tutto il proprio arsenale: dall’opener Sick Man of Europe, passando per l’eccezionale California, sunto perfetto di un organigramma che i Mad possono aver respirato soltanto da spettatori, ma che dipingono con dovizia di particolari. Ascoltando tracce come queste ci si passa una mano tra i capelli (rigorosamente incolti), si tira giù l’orlo dei pantaloni su una Converse logora (rigorosamente slacciata) e si pensa con rassegnazione ad una società senza compromessi. E chissene importa.
Ma c’è altro: la title track Monarch rivela una band che ha studiato bene le basi, ma che dimostra una voglia straripante di dire la sua in un panorama, non ci stancheremo mai di dirlo, in Italia, raramente percorso con coraggio. Respiriamo l’irriverenza brutale del Post Grunge, riproposto con riff di Soundgardeniana memoria anche in So It Goes (il ‘fuck’ alla fine è un comico punto esclamativo)
Il suono è forse tra le note più alte della composizione, che come detto non eccelle del tutto in originalità compositiva (piuttosto in quella esecutiva). Il mastering è avvenuto addirittura Oltreoceano, grazie alla collaborazione con Howie Weinberg, già conosciuto per aver collaborato con nomi giganteschi come Deftones e Muse. Ne consegue un tutt’uno sopra ogni aspettativa, grazie a bassi profondi come pozzi e l’ugola del buon Di Pietro sfumata a puntino (ottima prestazione in Rebirth).

Bilancio più che positivo quello dei Mad Shepherd, alla prova del nove con la prima produzione della loro carriera. Forse alla band romana manca ancora un vero e proprio ‘salto nel vuoto’ per affermarsi arrogantemente in un panorama difficile da conquistare, se non a sportellate. Eppure, come già anticipato, i nostalgici del crack musicale più grande che la nostra storia contemporanea possa annoverare, apprezzeranno. Apprezzeranno e si deprimeranno a dovere.

Tracklist
1. Sick man of Europe
2. Discotech
3. California
4. Monarch
5. Believe
6. So it goes
7. Rising
8. Serial number 64
9. Rebirth
10. Blood thief


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