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Miss Kenichi – The Trail (Sinnbus, 2014) di Simone Pilotti

E’ curioso quanto la carta d’identità artistica della giovane compositrice possa ingannare sulla sua origine reale. Già da un nome che unisce la base anglofona al cognome orientale, senza però che alcun ricamo o alcuna ricerca di esotismo siano rintracciabili nella composizione. Appunto, la composizione: miscela le strutture dell’indie più dimesso, tipico dell’underground inglese, e conia atmosfere da lande desolate nordamericane. La realtà è un’altra. Katrin Hahner è tedesca, ma la rigidità teutonica o il gelo tipicamente crucco non sono tra gli impulsi principali, ma a ben vedere non rientra proprio nel lotto. The Trail è il terzo album…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Autunnale

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downloadE’ curioso quanto la carta d’identità artistica della giovane compositrice possa ingannare sulla sua origine reale. Già da un nome che unisce la base anglofona al cognome orientale, senza però che alcun ricamo o alcuna ricerca di esotismo siano rintracciabili nella composizione. Appunto, la composizione: miscela le strutture dell’indie più dimesso, tipico dell’underground inglese, e conia atmosfere da lande desolate nordamericane. La realtà è un’altra. Katrin Hahner è tedesca, ma la rigidità teutonica o il gelo tipicamente crucco non sono tra gli impulsi principali, ma a ben vedere non rientra proprio nel lotto.

The Trail è il terzo album di Miss Kenichi, che arriva a questa pubblicazione dopo aver già raccolto applausi per i due lavori precedenti (Collision Time e Fox) grazie ai quali aveva costruito attorno a sé una certa attesa per questo lavoro. Il songwriting lucido e preciso alla base dei quarantatre minuti è capace di plasmare melodie dolcissime, farle sposare senza farle scontrare mai, le adagia una sull’altra per creare amalgami corposi e gustosi. Distaccata nell’approccio, ammiccante e quieta nell’incedere, avvolgente per la capacità di dilatare i confini con la semplice sovrapposizione degli strumenti. Chitarre come carezze, percussioni morbide e liriche seducenti, tutto il resto arricchisce il piatto, lo colora, lo definisce e lo ricama al tempo stesso. Ci si incammina per sentieri fiabeschi e ci si risveglia in vertigini più o meno profonde, ma Kenichi non usa eccessi o iperboli: mai si incontra in The Trail il gelo, mai l’asfissia, non ci si perde nelle tenebre, per quanto alcuni brani siano dominati dall’oscurità. Il marchio è innegabilmente l’indie inglese, anche perché è nella lingua di Shakespeare che Katrin parla, lamenta, sussurra i suoi pensieri all’altro cavo della cuffia. E poi l’influenza britannica è evidente nella dimestichezza con cui conia suoni fini e cupi insieme, proprio come meglio non si potrebbero descrivere il clima londinese.

Donna dell’indie, quindi. E ce ne vengono in mente altre con cui paragonare la Nostra Miss, dalla nostrana Petrina, vista la capacità di amalgamare vari strumenti fino a creare un unico flusso, a Simona Gretchen, per la personalità che Kenichi riversa in The Trail. Altre influenze sono difficili da dichiarare, ma un’assonanza ci ha colpito in particolare: le atmosfere vellutate si posizione sui binari di Beirut, capofila del nu folk contemporaneo, per dolcezza e linearità, anche se, chiaramente, in The Trail non c’è il gingillio e la gioia da fanfara che accompagnano le melodie di Beirut.

Ottimo lavoro, perciò. Adattissimo per accompagnarvi in questo ottobre che chiude definitivamente l’estate.

Tracklist:
1. Tale of two rivers
2. /the trail
3. Whatever

4. Who are you
5. Bobby Bacala
6. The ghost
7. Interlude
8. The night
9. Broken bell
10. Dream
11. Big log


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