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Odd – Last Gear EP (Autoprodotto, 2014) di Daniele Dominici

È risaputo : gli esordienti ci piacciono. Sono la faccia buona e pulita di un business che altrimenti vivrebbe tranquillamente di discografici e MTV-no-stop. Tuttavia, esordire equivale il più delle volte ad un tuffo in un mare nero di cui il fondo è, paradossalmente, una vetta irraggiungibile. È facile imbattersi in copie stonate, idee sbiadite, concept malati. Bene: 27 minuti di questo Last Gear, primo EP per i romanissimi Odd, fugano ogni dubbio e ci consegnano un ascolto quantomeno interessante. L'ambito ad onor del vero, sarebbe quello del super - intasato (considerando il numero di band che lo compongono…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Space invaders

Voto Utenti : 4.65 ( 2 voti)

odd_last_gearÈ risaputo : gli esordienti ci piacciono. Sono la faccia buona e pulita di un business che altrimenti vivrebbe tranquillamente di discografici e MTV-no-stop. Tuttavia, esordire equivale il più delle volte ad un tuffo in un mare nero di cui il fondo è, paradossalmente, una vetta irraggiungibile. È facile imbattersi in copie stonate, idee sbiadite, concept malati. Bene: 27 minuti di questo Last Gear, primo EP per i romanissimi Odd, fugano ogni dubbio e ci consegnano un ascolto quantomeno interessante.

L’ambito ad onor del vero, sarebbe quello del super – intasato (considerando il numero di band che lo compongono dagli albori) Post Rock, un miasma qualitativo dove i critici negli ultimi vent’anni si sono divertiti a relegare un sempre maggior numero di band che altrimenti non avrebbero avuto una sistemazione certa. Di Post Rock in realtà apprezziamo soltanto le atmosfere spaziali e dilatate che circondano questa mezz’ora di ottima musica. Volendo proseguire per un istante l’analisi legata al genere, è più competente inserire gli Odd nel panorama Alternative, la stessa dimora che ha ospitato in questi decenni muse generazionali come Tool e Porcupine Tree.

Il gruppo mette in scena uno spettacolo convincente, condensando le atmosfere sopra elencate con una certa perizia e impreziosendole, a volte, con schitarrate di Floydiana memoria. Gli inframezzi più pesanti sono sempre circostanziati e non rischiano di far storcere la bocca ai puristi. Anche l’organigramma alla base risulta vincente, sei componenti ognuno ben inquadrato in quest’orchestra moderna al sapore di progressive. E non mancano, difatti, gli elementi concettuali, con i sei brani suddivisi in una Trilogia (i primi tre brani), un singolo ed un doppio Movimento. Tutto estremamente coerente e ben legato. Se dovessimo citare un pregio assoluto, lo troviamo nella capacità di miscelare universi tutto sommato già assorbiti dalla critica, già masticati dai fan, ma non uscendo a testa bassa, anzi lasciando intravedere ottimi spunti in vista dell’uscita di un full length.

Non vediamo l’ora di spendere altre righe d’inchiostro virtuale per la vera e propria prima sortita discografica di questi ragazzi all’ombra del Colosseo. Per ora: meglio mezz’ora di ottima musica, che qualsiasi tentativo grottesco con minutaggi anche molto più accentuati. Ben fatto!

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Tracklist:

  1. PAKU Tilogy (The First  – Noir  – Godd )
  2.  A Man
  3.  Last Gear (Movement I e II)


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