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da Black Jezus – Don’t Mean a Thing (800A Records, 2014) di Luca Scarfidi

Ogni appassionato di musica ne ascolta così tanta che, a tratti, è difficile abbandonarsi a quello che si sta ascoltando e piuttosto si preferisce analizzare, comparare, criticare. E' la morte dell'arte in effetti, perchè si appiattisce qualsiasi tentativo dell'artista di comunicare qualcosa. Poi capitano all'orecchio dischi come Don't Mean a Thing e si comprende che se l'autore ha realmente qualcosa da comunicare, ci riesce. I da Black Jezus sono sorprendenti ed entrano senza problemi nella "Hall of Fame" delle novità 2014. Raffinatezza, eleganza ma, allo stesso tempo, un'intensità fuori dal comune. Il loro cd è un'estasi sognante che trascina, culla, danza. Sei tracce…

Score

CONCEPT
ARTWORK
POTENZIALITA'

Conclusione : Psicoattivo

Voto Utenti : 4.55 ( 3 voti)

10678633_982269615122874_1995539264362354152_nOgni appassionato di musica ne ascolta così tanta che, a tratti, è difficile abbandonarsi a quello che si sta ascoltando e piuttosto si preferisce analizzare, comparare, criticare. E’ la morte dell’arte in effetti, perchè si appiattisce qualsiasi tentativo dell’artista di comunicare qualcosa. Poi capitano all’orecchio dischi come Don’t Mean a Thing e si comprende che se l’autore ha realmente qualcosa da comunicare, ci riesce. I da Black Jezus sono sorprendenti ed entrano senza problemi nella “Hall of Fame” delle novità 2014. Raffinatezza, eleganza ma, allo stesso tempo, un’intensità fuori dal comune. Il loro cd è un’estasi sognante che trascina, culla, danza. Sei tracce brevi che scorrono fin troppo velocemente e non si arriva alla mezz’ora di musica. Se davvero si dovesse trovare un difetto a questo lavoro sarebbe proprio la misera lunghezza (e sia chiaro che sarebbe stato così anche se fosse durato un paio d’ore). Risulta anche particolarmente difficile scrivere una recensione su un cd di questo livello proprio per i motivi sopraelencati: si preme Play con tutte le intenzioni di ascoltare e criticare ma niente, ogni volta si cade in un oblio estatico che porta l’attenzione a zero, causando orgasmi multipli.
A fare gli onori di casa ci pensa il brano omonimo Don’t mean a thing. Un tappeto di minimal beat fa da cornice a una chitarra arpeggiata, ben costruita ed efficace, ma la ciliegina sulla torta è la voce di Luca Impellizzeri, delicata, graffiata, che porta inevitabilmente alla memoria Asaf Avidan e il suo taglio squisitamente femminile. Segue Call you mine, dove la chitarra si fa più presente ma è comunque la voce a far da padrona, con liriche profonde e una metrica che trascina l’anima in paradiso. Nei brani seguenti I’ll be dry, It’s a long way baby Sometimes la ricetta non cambia; si fanno più presenti altre influenze, su tutti Bon Iver e i Cinematic Orchestra. L’electrosoul dei da Black Jezus, in questi brani, diventa più luminoso e colorato. Ci smentiscono subito con l’ultima traccia strumentale For my pretty little girl dove, con toni arabeggianti, si scende nuovamente nel dark, ma ops! Il cd è finito. E’ una maledizione. E’ odioso. Ma è infinitamente meraviglioso, ed eccoci a premere il tasto Play ancora una volta. Date il benvenuto ad una delle migliori scoperte del 2014!

 

Tracklist: 

1. Don’t mean a thing
2. Call you mine
3. I’ll be dry
4. It’s a long way baby
5. Sometimes
6. For my pretty little girl


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