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Steven Wilson – Hand. Cannot. Erase (Kscope, 2015) di Daniele Dominici

Steven_Wilson_Hand_Cannot_Erase_coverC’è una frase nel capolavoro cinematografico pluri premiato agli Oscar 2015, Birdman, che fa eco ad un vecchio adagio molto conosciuto nel mondo dello spettacolo: ‘Chi sa fare arte fa l’artista, chi non sa fare nulla fa il critico’.

Sebbene non sia questa la sede per constatare la veridicità di questo assunto secolare, rimane una certezza: alcuni capolavori, li riconoscerebbero anche dei bifolchi. E l’ultimo album del polistrumentista Steven Wilson, Hand. Cannot. Erase., rilasciato il 27 di Febbraio in tutto il mondo, è uno di questi. È l’elogio del buon bifolco.

Il ragazzo di Kingston upon Thame, Londra, è tornato, migliore di quanto qualsiasi più rosea previsione potesse profetizzare.

Ma prima di analizzare l’opera finale, meglio partire dallo splendido concept che è alla base dell’idea Wilsoniana. Come rivela Wilson stesso, l’album prende spunto da una prospettiva femminile e la storia è ispirata dal caso di Joyce Carol Vincent, una ragazza vissuta in una città molto grande, ma morta sola in casa senza che nessuno la trovasse per tre anni, nonostante avesse famiglia e amici e non fosse il prototipo della donna sola. Wow. Premessa spiazzante.

Da questa cornice, dicevamo, nasce un possibile capolavoro. Tuffandoci immediatamente nel comparto stilistico, aleggiano i Porcupine Tree, c’è il Progressive contemporaneo, c’è il Wilson solista già apprezzato in Grace for Drowning e The Raven that Refuse to Sing, c’è l’innovazione senza compromessi snervanti, con cui l’alfiere inglese ha già conquistato le platee di mezzo mondo. C’è anche in ultimo, ce lo si consenta, una strizzatina d’occhio a vie più solide e programmate, più simili all’universo commerciale di quanto questo genere strumentistico solitamente concederebbe. Eppure sono proprio queste strade ostiche il plus del disco, non più auto referenziale, musicians-only e narcisistico (il passato di Wilson è manifesto a riguardo), ma completo, universale, accessibile.

Se spesso si utilizza la parola ‘arte’ a sproposito, Hand.Cannot.Erase è quanto di più significativo un’arte non visiva possa rivelarsi per la scena moderna. Senza timore d’iperbole. L’album prende alcuni fra i buoni propositi del progressive anni settanta e li mescola senza pastrocchi con le pietre angolari di quello contemporaneo, sublimando all’ennesima potenza il lavoro iniziato proprio da Wilson con i Porcupine Tree, forse esplosi con troppo fragore perché sigillassero l’enormità che avevano comunque coltivato. Ci pensa Steven, tranquilli. E se è vero che una Reunion appare lontana, a piangere sono solo i fan. L’universo musicale con record come questo ne guadagna in eredità assoluta, con buona pace dei teorici del Fine Mundi for Rock N Roll.

Ma quali sono in definitiva gli Assi di questa riconferma poderosa? Innovazione dicevamo. Wilson stravolge i propri canoni in maniera chirurgica e lo fa addirittura su due piani diversi: storico-personale ed assoluto. Sul piano personale introduce l’elemento della voce femminile, assente nei dischi precedenti e decide di affidare la collaborazione alla cantante israeliana Ninet Tayeb, sontuosa interprete conosciuta nel paese di provenienza grazie al doppiaggio cantato di capolavori Disney quali Mary Poppins.

Sul piano assoluto, invece, il compositore inglese spiazza l’ascoltatore ed elimina quasi del tutto gli elementi jazz che avevano pervaso The Raven that Refuse to Sing, innervando il nuovo lavoro di primizie blues e omaggi a mostri sacri come David Gilmour e Mark Knopfler. Per gli assoli di chitarra vengono in mente solo epiteti scontati, ci venga in aiuto l’Accademia della Crusca.img021

E se magari si fatica nel trovare un ‘eccezionale innovazione in questi accostamenti, bisogna essere consci dell’originalità di base con cui Wilson catechizza gli appassionati di mezzo mondo già da ormai due decadi, una trama barocca tessuta fra tradizione e heavy moderno senza eguali nel suo genere, forse a volta intrecciata in maniera troppo arzigogolata perchè il pubblico potesse apprezzare.

Come non bastasse in H.C.E. compare la traccia più matura, completa, godibile di tutta la discografia di Wilson. E per una volta si tratta della title track. Un pezzo che molti definiranno commerciale, altri etichetteranno come già sentito, superficiale. Il brano è la quinta essenza espressiva di Trains dei Porcupine Tree dall’Album cult In Absentia. E già basterebbe questo: parliamo di un lavoro che ha saputo colpire allo stomaco un’intera generazione. Bene: Wilson riprende quella formula e la perfeziona, aggiungendo la voce femminile della già citata Ninet Tayeb portandola a livelli mai sentiti, intensi, credibili e ricchi di consapevolezza artistica. La carta della voce femminile può sembrare a rischio zero, eppure siamo sicuri che il perfezionista Wilson l’avrà ricercata come un fiore dal nome complicato in un prato di margheritine. Mission accomplished. La trama strumentale è finissima, il basso (enorme Nick Beggs) ci consegna motivi solistici da appuntare, eppure lo stomaco sussulta, la mente viaggia e se questa è musica da classifica, Je suis fier commerciale.

_MG_0335 copyMa elevare un brano rispetto ad un altro, è davvero difficile. Non esistono contenitori di ego in questa produzione, tracce inserite in scaletta per auto celebrarsi. Tutte le frecce colpiscono il centro e non si ha mai l’impressione di essere rapiti dalla noia. Un grande esempio ne è Happy Returns, penultima in ordine di apparizione: semplice, incisiva, con un’atmosfera conturbante, a tratti commovente, attraversata da un assolo coerente e che non si specchia nelle capacità asettiche di chi lo esegue. Wilson è maturato ed è uno dei vini migliori che sappia interpretare le sfumature di questo post prog moderno, di cui la migliore espressione definitiva rimane la (quasi) opener, 3 Years Older.

Ma allontanandoci dall’onnipresente prog, come già detto, Steven Wilson si gioca il tutto per tutto. Prendete Ancestral, simbolo delle capacità camaleontiche già citate. 13 minuti di brano ed un’asticella sempre più alta, toccando terreni esplorativi già assaporati in Grace for Drowning, ma che, in sostanza, vediamo approfonditi per la prima volta in maniera così intensa.

C’è un forte rimando agli spartiti d’autore, alla musica leggera italiana, forse a Gino Paoli? Perché no. Una sezione ritmica elettronica, un violino depresso in sottofondo e la voce dell’autore liftata e oltre modo matura. Fino allo splendido assolo solista (anche questo in linea con generi molto lontani dall’heavy), sembrava che improvvisamente qualcuno avesse cambiato disco. Poi irrompe di nuovo la voce femminile e l’atmosfera sfuma in minacciosa (di lì in poi sarà un canovaccio pesante), quasi a svelare il disegno definitivo di Wilson: sincretismo, calcolato, millimetrico e d’eccellenza.

Tredici minuti, nessuno lasciato alla circostanza.

Come non digredire di conseguenza per un secondo sui musicisti coinvolti: enorme l’apporto in particolare di Marco Minnemann alla batteria, uno dei session man più apprezzati dell’intera scena mondiale, anche in quest’occasione preciso, ma sempre talmente personale da pensare che i lavori dove collabori non potrebbero essere ugualmente evocativi senza il suo personalissimo apporto.Steven-Wilson-620x400

Per il resto, band orchestrale, soprattutto nella quantità degli strumenti utilizzati: dal Mellotron al banjo, dall’organo Hammond al Dulcimer.

E’ obbligatorio concludere la disanima qui, per motivi di spazio. Di questo disco sarebbe bello e opportuno parlare per mesi (i motivi non mancherebbero). Invitiamo forzatamente all’ascolto. Senza scadere in una classifica dei 10 motivi per usufruirne, ne basti uno: a qualsiasi genere si sia affezionati, Wilson vi trafiggerà forte. E se riuscite a ricordare l’ultimo album che vi ha colpiti così tanto da lasciarvi un segno, conoscete quella sensazione. Ecco, ne volete un altro po’?


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