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Erica Romeo – White Fever (Autoprodotto, 2015) di Luca Scarfidi

Non sono molti gli artisti che, all'esordio, riescono a convogliare tanta forza nel proprio lavoro. Tradizione vuole che la prima opera (soprattutto di solisti emergenti) sia incerta, zoppicante e priva di identità. Erica Romeo, con il suo White Fever, si colloca al di fuori del circolo per Artisti Anonimi. La ragione di ciò, nemmeno a dirlo, sta nel grande background culturale e musicale della giovane milanese; lei stessa ha avuto pazienza e tempo per parlarcene. Junip, Fink, Alanis Morisette, Neil Young, ma anche progressive e Rihanna, sono solo alcune delle influenze più o meno presenti in questo album. Il risultato è un folk studiato e melodicamente ricco…

Score

ARTWORK
CONCEPT
POTENZIALITA'

Conclusione : Colorato

Voto Utenti : 3.7 ( 1 voti)

ireneNon sono molti gli artisti che, all’esordio, riescono a convogliare tanta forza nel proprio lavoro. Tradizione vuole che la prima opera (soprattutto di solisti emergenti) sia incerta, zoppicante e priva di identità. Erica Romeo, con il suo White Fever, si colloca al di fuori del circolo per Artisti Anonimi. La ragione di ciò, nemmeno a dirlo, sta nel grande background culturale e musicale della giovane milanese; lei stessa ha avuto pazienza e tempo per parlarcene. Junip, Fink, Alanis Morisette, Neil Young, ma anche progressive e Rihanna, sono solo alcune delle influenze più o meno presenti in questo album. Il risultato è un folk studiato e melodicamente ricco in cui voce e chitarra sono sapientemente accompagnati da un leggero tocco di elettronica (curata da Federico Altamura). Ad onor del vero, proprio il connubio folk-elettronica, che è l’identità stessa dell’album, risulta essere il suo punto debole: non perchè siano mal eseguiti, quanto mal bilanciati; il pop-folk spesso prende il sopravvento sulla componente digitale minimizzandola e riducendola ad un abbellimento di superficie laddove avrebbe rappresentato il salto di qualità. Il risultato complessivo è un’EP piacevolissimo, ma giovane; se non immaturo, poco coraggioso. Già la prima traccia, Intro, rivela una buona padronanza dei fondamenti dell’elettronica: un pattern semplice ma coinvolgente, vien da chiedersi: perchè non dargli più spazio, o magari osare con qualche scelta stilistica più sperimentale? Segue la title track White Fever che risulterà essere il brano migliore dell’intero lavoro (non a caso quello con la componente digitale maggiore). Il lavoro che in questo brano svolge la melodia è entusiasmante e ci cattura con sfumature ricchissime e spunti di piena estrazione pop in un mistico mix fra eccentricità e semplicità che ha reso celebri artisti come Elisa Carmen Consoli. Il terzo brano è Secret, che verrà ripreso quattro tracce più avanti con Secret Reprise: qui inizia il delicato e costante declino dell’elettronica in favore di una più forte componente analogica. Le orecchie non si lamentano, certo; il brano, cosi come Bonnie & Clyde Little Corner è una girandola di colori melodici fra controcanti e armonizzazioni che portano alla memoria diversi artisti come i Kansas di Dust in the wind o i Pearl Jam di Wishlist (ma anche lo stesso Vedder solista). Onesto anche notare le sfumature che introduce Altamura attraverso i suoi virtual instruments, piacevoli, ma davvero troppo poco. Menzione speciale per Graduate Shadings: non è, almeno per il sottoscritto, il brano prediletto, ma è davvero una canzone che va presa e buttata in tutte le radio. Arrangiamento perfetto per il grande pubblico. Insomma White Fever è un album che funziona sotto molti punti di vista, ma funziona meno per altri; è dunque genuino, un piccolo piccolo gioiello che Erica Romeo deve lucidare e coccolare per il tempo necessario, ma da qui ripartire per maturare e osare; perchè se l’intenzione è di fare folk-elettronico, l’elettronica deve esserci.. e anche in generosa quantità!

Tracklist:

1. Intro
2. White Fever
3. Secret
4. Graduate Shadings
5. Bonnie & Clyde
6. Little Corner
7. Secret reprise


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